Pagine di Cultura

I Musei di Randazzo

I MUSEI DI RANDAZZO

 

MUSEO CIVICO DI SCIENZE NATURALI

 

Il Museo di Scienze Naturali venne istituito nel 1983, al fine di consentire la conservazione e la corretta utilizzazione della  “ Collezione Ornitologica Priolo “ nei luoghi ove è stata realizzata ad iniziare dagli anni trenta.

Il Museo ha lo scopo di contribuire al progresso ed alla diffusione della cultura naturalistica oltre che alla tutela dell’ambiente ed al rispetto di ogni forma di vita. Tale scopo viene perseguito attraverso due vie: la prima, didattico-educativa, si concretizza nell’allestimento di sale da esposizione, nonché nell’attività di divulgazione, attraverso visite guidate, conferenze, ecc. La seconda via si realizza attraverso il reperimento, la conservazione, l’incremento e lo studio delle raccolte naturalistiche, accessibili a tutte gli specialisti che ne facciano esplicita richiesta.

Il Museo è stato inaugurato l’8 Luglio 1989. Da allora si è avuto un costante incremento dei visitatori che oggi si attesta intorno alle oltre 25.000 presenze annue, costituite in gran parte da gruppi scolastici provenienti non solo dalla Sicilia ma anche da altre regioni d’Italia.

La Collezione Ornitologica Priolo, che attualmente costituisce il nucleo principale del Museo, è composta da 2.250 esemplari, appartenenti a 389 specie diverse. L’avifauna italiana è rappresentata nel Museo da 327 specie, praticamente quasi tutte quelle sedentarie e di passo regolare, oltre ad alcuni irregolari o addirittura occasionali.

Un secondo nucleo di notevole consistenza è costituito dalle Collezioni naturalistiche di Luigi Lino, che annovera fossili, minerali, rocce, conchiglie, ecc. raccolti soprattutto in Sicilia nel corso di una più che trentennale attività, compiendo vere e proprie opere di salvataggio in extremis, da terreni stravolti da sbancamenti, dalle cave, dalle reti dei pescatori, oppure mediante scambi con appassionati e studiosi italiani e stranieri. Alla base di questa attività il desiderio di conoscere la Storia Naturale ed un grande amore per tutte le forme inventate dalla Natura, finalizzati alla diffusione della cultura naturalistica indispensabile alla protezione del patrimonio naturalistico-ambientale in rapido declino.

Una sala espone pregevolissimi campioni della Fauna Esotica appartenenti alla Raccolta del dott. Girolamo Priolo, mentre lungo i corridoi è possibile ammirare una interessantissima Collezione di Farfalle e Coleotteri.

La sistemazione e descrizione delle sale di esposizione è stata fatta con competenza e professionalità; in particolare la Sala n. 1)  ( Geologia )  e la Sala n. 2)  ( Fauna Marina )  sono state curate da Luigi Lino, mentre il corridoio e le altre Sale, che riguardano la parte Ornitologica, sono state curate da Angelo Priolo.  A loro và la nostra stima, ammirazione e gratitudine.

IndirizzoVia Umberto, 118, 95034 Randazzo CT

Orari Aperto ⋅ Chiude alle ore 19 – Tel. 095 921615

MUSEO ARCHEOLOGICO
PAOLO VAGLIASINDI

 

La collezione Vagliasindi è una delle più importanti attestazioni archeologiche della zona Etnea. Nata dagli scavi effettuati in proprio dal Barone Vagliasindi tra il 1885 ed il 1890 nel suo noccioleto di Contrada S. Anastasia, a 6 Km circa da Randazzo, costituisce ub unicum nel suo genere per l’abbondanza e la varietà di reperti di cui si compone. Il Vagliasindi rinvenne nel terreno di sua proprietà una vasta necropoli per lo più costituita da tombe alla “ Cappuccina “, cioè formate da grossi tegoloni disposti a spiovente. Attraverso lo scavo che venne effettuato fu prelevato il vasellame più bello e probabilmente più integro, mentre venne lasciato il materiale ritenuto più scadente perché non decorato. Del resto bisogna ricordare che in tutte le necropoli legate a centri siculo-greci, la presenza di materiale di fabbricazione greca è numericamente inferiore rispetto a quello di produzione locale.

Purtroppo non esiste un diario degli scavi, non sappiamo, quindi, quante fossero le sepolture scavate e come i vari oggetti fossero associati nelle varie tombe, così da poterle datare singolarmente; non possiamo ricostruire l’estensione della necropoli ed il suo variare nel tempo e nella ricchezza dei corredi, e di conseguenza le vicende storiche e socio-economiche del centro cui apparteneva.

Dopo i primi ritrovamenti e i primi scavi effettuati direttamente dal Barone Paolo Vagliasindi, la Direzione delle Antichità di Palermo prese contatti con il proprietario del fondo ed ottenuta l’autorizzazione, con un regolare accorso stipulato in presenza di un Notaio, nel 1889 e nel 1890 furono compiute due regolari campagne di scavi sotto la direzione dell’architetto Matricolo.

Le ricerche portarono al ritrovamento di una grande quantità di tombe, con numerosissimi oggetti di corredo. Purtroppo non fu mai pubblicata una relazione dello scavo e solo pochi reperti sono esposti al Museo di Palermo, mentre la gran parte degli oggetti giace accatastata in ceste negli scantinati del Museo. A tal proposito sarebbe opportuna una richiesta da parte dell’Amministrazione Comunale di Randazzo al fine di riportare tali inutilizzati reparti nel Museo di Randazzo, luogo di origine e di ritrovamento degli stessi.

Vent’anni dopo, un’ultima esplorazione fu tentata per disposizione del grande Paolo Orsi, l’infaticabile scopritore della realtà archeologica siciliana. Una spedizione capitanata da Rosario Carta, disegnatore ed assistente dell’Orsi, scoprì una sessantina di sepolcri, contenenti pezzi di non particolare pregio, che andarono ad arricchire il Museo di Siracusa. La collezione, danneggiata durante i bombardamenti del Luglio-Agosto 1943, ha trovato degna collocazione nelle stanze al primo piano del Castello Svevo. 

Indirizzo: Via Castello 1, - Randazzo, Sicilia.

Tel. +39 095 799 0064

 

MUSEO DEI PUPI SICILIANI

 

Il Museo, inaugurato nel 1998 ospita la Collezione di Pupi Siciliani, acquistata dal Comune grazie a un contributo della Regione Siciliana. Esistono differenze marcate tra le due principali scuole "pupare" dell'isola e cioè Catania e Palermo. I 21 pezzi ospitati a Randazzo appartengono alla scuola catanese e risalgono agli inizi del novecento. Sono esposti i pupi che, come tradizione vuole, venivano e vengono tuttora utilizzati per portare in scena varianti delle chansons de geste dell'epoca di Carlo Magno e dei suoi paladini. I pupi fanno parte di un “mestiere” del “puparo” messinese Cavaliere Ninì Calabrese, che è stato uno dei più importanti operanti degli inizi del ‘900. Esistono differenze marcate tra le due principali scuole “pupare” dell’isola, e cioè quella catanese e quella palermitana. In una sala del Castello Svevo, ricavata nel terrapieno durante i lavori di restauro, e destinata anche a conferenze, mostre, manifestazioni culturali, ha trovato sistemazione la collezione di marionette. I pezzi ospitati in questo museo di particolare interesse etno-antropologico, sono tutti vestiti, come vuole la migliore tradizione, in abiti guerreschi, rappresentano il ciclo famoso della “chanson de geste” dei francesi. Le armature sono state ricostruite intorno agli anni 1912 – 1925, da Emilio Musumeci, valente costruttore di armature di Riposto, allievo del famoso costruttore Puddu Maglia. Parte dei pupi, appartenenti alla stessa collezione, si trova presso il Museo Palermitano delle Marionette. I personaggi sono quelli più famosi che da sempre appassionano grandi e piccoli: Orlando, Rinaldo, Morgante, Goffredo di Buglione, Bradamante, Carlo Martello, Gano di Maganza, Rodomonte di Algeri, Ferraù di Spagna, Ginamo di Bajona, Dudone della Mazza, Guidone Selvaggio e tanti altri. Un culto tradizionale della bella e “colorita” terra di Sicilia. La collezione è stata arrichita da altri 15 Pupi Siciliani, recentemente acquistati dal Comune. I nuovi Pupi (Re Lubrica, Erminio, Ruggero dell'Aquila Bianca, Sacripante...) conferiscono un maggior prestigio alla vecchia collezione, ora pressochè completa. Il visitatore può infatti ammirare quasi tutti i personaggi che a lungo hanno animato una delle rassegne culturali più importanti della nostra isola: l'Opera dei Pupi.

 

Via Bonaventura, ang. SS 116 - 95036 Randazzo (CT)

0957991611

Informazioni
Apertura: martedì-venerdì 9-13; sabato 9-13, 14.30-19; domenica 9-13, 14.30-19. Apertura/Chiusura annuale: sempre aperto
Condizioni di visita: ingresso a pagamento. Possibile biglietto cumulativo per i tre musei.

 

 

 

L'Insabbiamento culturale della "Questione Meridionale"

Carlo Coppola

L'INSABBIAMENTO CULTURALE
della 
"QUESTIONE MERIDIONALE"

 

Molti storici in epoca moderna hanno fatto luce sugli eventi che hanno caratterizzato l'unità d'Italia dimostrando, con certezza, che la cultura di "regime" stese, dai primi anni dell'unità, un velo pietoso sulle vicende "risorgimentali" e sul loro reale evolversi. Tutte le forme d'influenza sulla pubblica opinione furono messe in opera, per impedire che la sconfitta dei Borboni o la rivolta del popolo meridionale si colorasse di toni positivi.

Si cercò di rendere patetica e ridicola la figura di Francesco II - il "Franceschiello" della vulgata – arrivando alla volgarità di far fare dei fotomontaggi della Regina Maria Sofia in pose pornografiche, che furono spediti a tutti i governi d'Europa e a Francesco II stesso, il quale, figlio di una "santa" e allevato dai preti, con ogni probabilità non aveva mai visto sua moglie nuda nemmeno dal vivo. Risultò, in seguito, che i fotomontaggi erano stati eseguiti da una coppia di fotografi di dubbia fama, tali Diotallevi, che confessarono di aver agito su commissione del Comitato Nazionale; la vicenda suscitò scalpore e, benché falsa, servì allo scopo di incrinare la reputazione dei due sovrani in esilio.

La memoria di Re Ferdinando II, padre di Francesco, fu infangata da accuse di brutalità e ferocia: gli fu scritto dal Gladstone – interessatamente - d'essere stato - lui cattolicissimo - "la negazione di Dio".

Soprattutto si minimizzò l'entità della ribellione che infiammava tutto il l'ex Regno di Napoli, riducendolo a "volgare brigantaggio", come si legge nei giornali dell'epoca (giornali, peraltro, pubblicati solo al nord in quanto la libertà di stampa fu abolita al sud fino al 31 dicembre 1865); nasce così la leggenda risorgimentale della "cattiveria" dei Borboni contrapposta alla "bontà" dei piemontesi e dei Savoia che riempirà le pagine dei libri scolastici.

Restano a chiarire le motivazioni che hanno indotto gli ambienti accademici del Regno d'Italia prima, del periodo fascista e della Repubblica poi, a mantenere fin quasi ai giorni nostri, una versione dei fatti così lontana dalla verità. A mio parere le ragioni sono composite, ma riconducibili ad un concetto che il D'Azeglio enunciò nel secolo scorso "Abbiamo fatto l'Italia, adesso bisogna fare gli Italiani", e possono essere esemplificate nel seguente modo:

  1. Il mondo della cultura post-unitaria si adoperò per sradicare dalla coscienza e dalla memoria di quelle popolazioni che dovevano diventare italiane, il modo piratesco e cruentisissimo con il quale l'unità si ottenne, ammantando di leggende "l'eroico" operato dei Garibaldini (che sarebbero stati, nonostante tutto, schiacciati prima o poi dall'esercito borbonico), sminuendo il fatto che la reale conquista del meridione fu ottenuta, in realtà, dall'esercito piemontese, attraverso le vicende della guerra civile - nonostante la formale annessione al Regno di Piemonte - e tacendo, soprattutto, la circostanza che le popolazioni del sud, salvo una minoranza di latifondisti ed intellettuali, non avevano nessuna voglia di essere "liberate" e anzi reagirono violentemente contro coloro i quali, a ragione, erano considerati invasori.  Per contro si diede della deposta monarchia borbone un'immagine traviata e distorta, e del '700 e '800 napoletano la visione, bugiarda, di un periodo sinistro d'oppressione e miseria dal quale le genti del sud si emanciperanno, finalmente, con l'unità, liberate dai garibaldini e dai piemontesi dalla schiavitù dello "straniero".

  2. Il Ministero della Pubblica Istruzione e della cultura popolare del periodo fascista, proteso com'era al perseguimento di valori nazionalistici e legato a filo doppio alla dinastia Savoia, non ebbe, per ovvi motivi, nessuna voglia di tipo "revisionista", riconducendo anzi l'origine della nazione al periodo romano e saltando a piè pari un millennio di storia meridionale. Il governo fascista ebbe l'indiscutibile merito di cercare di innescare un meccanismo di recupero economico della realtà meridionale, ma da un punto di vista storico insabbiò ancor di più la questione meridionale, ritenendola inutile e dannosa nell'impianto culturale del regime.

  3. La Repubblica Italiana, nel dopoguerra, mantenne intatto, in sostanza, l'impianto di pubblica istruzione del periodo fascista. La nazione emergeva, non bisogna dimenticarlo, da una guerra civile, nella quale le fazioni in lotta avevano, con la Repubblica di Salò, diviso in due l'Italia, il movimento indipendentista siciliano era in piena agitazione (erano gli anni delle imprese di Salvatore Giuliano), non era certamente il momento di sollevare dubbi sulla veridicità della storia risorgimentale e alimentare così tesi separatiste.

Si è arrivati in questo modo ai giorni nostri, dove ancora adesso, in molti libri scolastici, la storia d'Italia e del meridione in particolare è vergognosamente mistificata. In campo economico la visione che si dette del Regno delle due Sicilie fu, se possibile, ancora più lontana dalla realtà effettuale.

Il Sud borbonico, come ci riporta Nicola Zitara era: "Un paese strutturato economicamente sulle sue dimensioni. Essendo, a quel tempo, gli scambi con l'estero facilitati dal fatto che nel settore delle produzioni mediterranee il paese meridionale era il piú avanzato al mondo, saggiamente i Borbone avevano scelto di trarre tutto il profitto possibile dai doni elargiti dalla natura e di proteggere la manifattura dalla concorrenza straniera. Il consistente surplus della bilancia commerciale permetteva il finanziamento d'industrie, le quali, erano sufficientemente grandi e diffuse, sebbene ancora non perfette e con una capacità di proiettarsi sul mercato internazionale limitata, come, d'altra parte, tutta l'industria italiana del tempo (e dei successivi cento anni). (...) Il Paese era pago di sé, alieno da ogni forma di espansionismo territoriale e coloniale. La sua evoluzione economica era lenta, ma sicura. Chi reggeva lo Stato era contrario alle scommesse politiche e preferiva misurare la crescita in relazione all'occupazione delle classi popolari. Nel sistema napoletano, la borghesia degli affari non era la classe egemone, a cui gli interessi generali erano ottusamente sacrificati, come nel Regno sardo, ma era una classe al servizio dell'economia nazionale".

In realtà il problema centrale dell'intera vicenda è che nel 1860 l'Italia si fece, ma si fece malissimo. Al di là delle orribili stragi che l'unità apportò, le genti del Sud patiscono ancora ed in maniera evidentissima i guasti di un processo di unificazione politica dell'Italia che fu attuato senza tenere in minimo conto le diversità, le esigenze economiche e le aspirazioni delle popolazioni che venivano aggregate.

La formula del "piemontismo", vale a dire della mera e pedissequa estensione degli ordinamenti giuridici ed economici del Regno di Piemonte all'intero territorio italiano, che fu adottata dal governo, e i provvedimenti "rapina" che si fecero ai danni dell'erario del Regno di Napoli, determinarono un'immediata e disastrosa crisi del sistema sociale ed economico nei territori dell'ex Regno di Napoli e il suo irreversibile collasso. D'altronde le motivazioni politiche che avevano portato all'unità erano – come sempre accade – in subordine rispetto a quelle economiche. Se si parte dall'assunto, ampiamente dimostrato, che lo stato finanziario del meridione era ben solido nel 1860, si comprendono meglio i meccanismi che hanno innescato la sua rovina.

Nel quadro della politica liberista impostata da Cavour, il paese meridionale, con i suoi quasi nove milioni di abitanti, con il suo notevole risparmio, con le sue entrate in valuta estera, appariva un boccone prelibato. L'abnorme debito pubblico dello stato piemontese procurato dalla politica bellicosa ed espansionista del Cavour (tre guerre in dieci anni!) doveva essere risanato e la bramosia della classe borghese piemontese per la quale le guerre si erano fatte (e alla quale il Cavour stesso apparteneva a pieno titolo) doveva essere, in qualche modo, soddisfatta.

Descrivere vicende economiche e legate al mondo delle banche e della finanza, può risultare al lettore, me ne rendo conto, noioso, ma non è possibile comprendere alcune vicende se ne conoscono le intime implicazioni. Lo stato sabaudo si era dotato di un sistema monetario che prevedeva l'emissione di carta moneta mentre il sistema borbonico emetteva solo monete d'oro e d'argento insieme alle cosiddette "fedi di credito" e alle "polizze notate" alle quali però corrispondeva l'esatto controvalore in oro versato nelle casse del Banco delle Due Sicilie.

Il problema piemontese consisteva nel mancato rispetto della "convertibilità" della propria moneta, vale a dire che per ogni lira di carta piemontese non corrispondeva un equivalente valore in oro versato presso l'istituto bancario emittente, ciò dovuto alla folle politica di spesa per gli armamenti dello stato. In parole povere la valuta piemontese era carta straccia, mentre quella napoletana era solidissima e convertibile per sua propria natura (una moneta borbonica doveva il suo valore a se stessa in quanto la quantità d'oro o d'argento in essa contenuta aveva valore pressoché uguale a quello nominale).

Quindi cita ancora lo Zitara: "Senza il saccheggio del risparmio storico del paese borbonico, l'Italia sabauda non avrebbe avuto un avvenire. Sulla stessa risorsa faceva assegnamento la Banca Nazionale degli Stati Sardi. La montagna di denaro circolante al Sud avrebbe fornito cinquecento milioni di monete d'oro e d'argento, una massa imponente da destinare a riserva, su cui la banca d'emissione sarda - che in quel momento ne aveva soltanto per cento milioni - avrebbe potuto costruire un castello di cartamoneta bancaria alto tre miliardi. Come il Diavolo, Bombrini, Bastogi e Balduino (titolari e fondatori della banca, che sarebbe poi divenuta Banca d'Italia) non tessevano e non filavano, eppure avevano messo su bottega per vendere lana. Insomma, per i piemontesi, il saccheggio del Sud era l'unica risposta a portata di mano, per tentare di superare i guai in cui s'erano messi".

A seguito dell'occupazione piemontese fu immediatamente impedito al Banco delle Due Sicilie (diviso poi in Banco di Napoli e Banco di Sicilia) di rastrellare dal mercato le proprie monete per trasformarle in carta moneta così come previsto dall'ordinamento piemontese, poiché in tal modo i banchi avrebbero potuto emettere carta moneta per un valore di 1200 milioni e avrebbero potuto controllare tutto il mercato finanziario italiano (benché ai due banchi fu consentito di emettere carta moneta ancora per qualche anno). Quell'oro, invece, attraverso apposite manovre passò nelle casse piemontesi.

Tuttavia nella riserva della nuova Banca d'Italia, non risultò esserci tutto l'oro incamerato (si vedano a proposito gli Atti Parlamentari dell'epoca). Evidentemente parte di questo aveva preso altre vie, che per la maggior parte furono quelle della costituzione e finanziamento di imprese al nord operato da nuove banche del nord che avrebbero investito al nord, ma con gli enormi capitali rastrellati al sud. Ancora adesso, a ben vedere, il sistema creditizio del meridione risente dell'impostazione che allora si diede. Gli istituti di credito adottano ancora oggi politiche ben diverse fra il nord ed il sud, effettuando la raccolta del risparmio nel meridione e gli investimenti nel settentrione.

Il colpo di grazia all'economia del sud fu dato sommando il debito pubblico piemontese, enorme nel 1859 (lo stato più indebitato d'Europa), all'irrilevante debito pubblico del Regno delle due Sicilie, dotato di un sistema di finanza pubblica che forse rigidamente poco investiva, ma che pochissimo prelevava dalle tasche dei propri sudditi. Il risultato fu che le popolazioni e le imprese del Sud, dovettero sopportare una pressione fiscale enorme, sia per pagare i debiti contratti dal governo Savoia nel periodo preunitario (anche quelli per comprare quei cannoni a canna rigata che permisero la vittoria sull'esercito borbonico), sia i debiti che il governo italiano contrarrà a seguire: esso in una folle corsa all''armamento, caratterizzato da scandali e corruzione, diventò, con i suoi titoli di stato, lo zimbello delle piazze economiche d'Europa.

Scrive ancora lo storico Zitara: "La retorica unitaria, che coprì interessi particolari, non deve trarre in inganno. Le scelte innovative adottate da Cavour, quando furono imposte all'intera Italia, si erano già rivelate fallimentari in Piemonte. A voler insistere su quella strada fu il cinismo politico di Cavour e dei suoi successori, l'uno e gli altri più uomini di banca che veri patrioti. Una modificazione di rotta sarebbe equivalsa a un'autosconfessione. Quando, alle fine, quelle "innovazioni", vennero imposte anche al Sud, ebbero la funzione di un cappio al collo.

Bastò qualche mese perché le articolazioni manifatturiere del paese, che non avevano bisogno di ulteriori allargamenti di mercato per ben funzionare, venissero soffocate. L'agricoltura, che alimentava il commercio estero, una volta liberata dei vincoli che i Borbone imponevano all'esportazione delle derrate di largo consumo popolare, registrò una crescita smodata e incontrollabile e ci vollero ben venti anni perché i governi sabaudi arrivassero a prostrarla. Da subito, lo Stato unitario fu il peggior nemico che il Sud avesse mai avuto; peggio degli angioini, degli aragonesi, degli spagnoli, degli austriaci, dei francesi, sia i rivoluzionari che gli imperiali".

Per contro una politica di sviluppo, fra mille errori e disastri economici epocali (basti pensare al fallimento della Banca Romana, principale finanziatrice dello stato unitario o allo scandalo Bastogi per l'assegnazione delle commesse ferroviarie), fu attuata solo al Nord mentre il Sud finì per pagare sia le spese della guerra d'annessione, sia i costi divenuti astronomici dell'ammodernamento del settentrione.

Il governo di Torino adottò nei confronti dell'ex Regno di Napoli una politica di mero sfruttamento di tipo "colonialista" tanto da far esclamare al deputato Francesco Noto nella seduta parlamentare del 20 novembre 1861: "Questa è invasione non unione, non annessione! Questo è voler sfruttare la nostra terra come conquista. Il governo di Piemonte vuol trattare le province meridionali come il Cortez ed il Pizarro facevano nel Perú e nel Messico, come gli inglesi nel regno del Bengala".

La politica dissennatamente liberistica del governo unitario portò, peraltro, la neonata e debolissima economia dell'Italia unita a un crack finanziario. Le grandi società d'affari francesi ed inglesi fecero invece, attraverso i loro mediatori piemontesi, affari d'oro.

Nel 1866, nonostante il considerevole apporto aureo delle banche del sud, la moneta italiana fu costretta al "corso forzoso" cioè fu considerata dalle piazze finanziarie inconvertibile in oro. Segno inequivocabile di uno stato delle finanze disastroso e di un'inflazione stellare. I titoli di stato italiani arrivarono a valere due terzi del valore nominale, quando quelli emessi dal governo borbonico avevano un rendimento medio del 18%. Ci vorranno molti decenni perché l'Italia postunitaria, dal punto di vista economico, possa riconquistare una qualche credibilità. L'odierna arretratezza economica del Meridione è figlia di quelle scelte scellerate e di almeno un cinquantennio di politica economica dissennata e assolutamente dimentica dell'ex Regno di Napoli da parte dello stato unitario.

Si dovrà aspettare il periodo fascista per vedere intrapresa una qualche politica di sviluppo del Meridione con un intervento strutturale sul suo territorio attraverso la costruzione di strade, scuole, acquedotti (quello pugliese su tutti), distillerie ed opifici, la ripresa di una politica di bonifica dei fondi agricoli, il completamento di alcune linee ferroviarie come la Foggia-Capo di Leuca, - iniziata da Ferdinando II di Borbone, dimenticata dai governi sabaudi e finalmente terminata da quello fascista.

Ma i danni e i disastri erano già fatti: una vera economia nel sud non esisteva più e le sue forze più giovani e migliori erano emigrate all'estero. Nonostante gli interventi negli anni '50 del XX secolo con il piano Marshall (peraltro con nuove sperequazioni tra nord e sud), '60 e '70 con la Cassa per il Mezzogiorno e l'aiuto economico dell'Unione Europea ai giorni nostri, il divario che separa il Sud dal resto d'Italia è ancora notevole.

La popolazione dell'ex Regno di Napoli, falcidiata dagli eccidi del periodo del "brigantaggio", stremata da anni di guerra, di devastazioni e nefandezze d'ogni genere, per sopravvivere, darà vita alla grandiosa emigrazione transoceanica degli ultimi decenni dell''800, che continuerà, con una breve inversione di tendenza nel periodo fascista e una diversificazione delle mete che diventeranno il Belgio, la Germania, la Svizzera, fin quasi ai giorni nostri, ma il Sud pagherà, ancora una volta, con il flusso finanziario generato dal lavoro e dal sacrificio degli emigranti meridionali, lo sviluppo dell'Italia industriale.

Ritengo, in conclusione, che sia un diritto delle gente meridionale riappropriarsi di quel pezzo di storia patria che dopo il 1860 le fu strappato e un dovere del corpo insegnanti dello stato favorire un'analisi storica più oggettiva di quei fatti che tanto peso hanno avuto ed hanno ancora nello sviluppo sociale del Paese, anche attraverso una scelta dei testi scolastici più oculata ed imparziale. La guerra fra il nord ed il sud d'Italia non si combatte più sui campi di battaglia del Volturno, del Garigliano, sugli spalti di Gaeta o nelle campagne infestate dai "briganti", ma non per questo è meno viva; continua ancora oggi sul terreno di una cultura storica retriva e bugiarda che, alimentando una visione del sud "geneticamente" arretrato, produce un'ulteriore frattura tra due "etnie" che non si sono amate mai.

Il dibattito ancora aperto e vivace sull'ipotesi di una Italia federalista, i toni accesi del Partito della Lega Nord, una certa avversione, subdola ma reale, tra la gente del nord e quella del sud, nonostante il "rimescolamento" dovuto all'emigrazione interna, testimoniano quanto queste problematiche, nate nel 1860, siano ancora attualissime. Oggi l'unità dello stato, in un periodo dove il progresso passa attraverso enti politico-economici sopranazionali come la Comunità Europea, è certamente un valore da salvaguardare, ma al meridione è dovuta una politica ed una attenzione particolari, una politica legata ai suoi effettivi interessi, che valorizzi le sue enormi risorse e assecondi le sue vocazioni, a parziale indennizzo dei disastri e delle ingiustizie che l'unità vi ha apportato.

L'enorme numero di morti che costò l'annessione, (fonti attendibili, quali la Chiesa Cattolica parlano di un milione di vittime),  23 milioni di emigrati dal meridione dell'ultimo secolo che hanno sommamente contribuito, a costo di immani sforzi, alla realizzazione di un'Italia moderna e vivibile, meritano quel concreto riconoscimento e quel rispetto che per 150 anni lo Stato, attraverso una cultura storica mendace, gli ha negato e che oggi gli eredi della Nazione Napoletana reclamano.[1]

 

 

[1] Carlo Coppola: “Controstoria dell’Unità d’Italia” M.C.E. Editore.

CHI MUOVE IL CARRO

La “Vara”di Randazzo  

di Salvatore Rizzeri

 

Tra le tante manifestazioni a carattere religioso e folkloristico della città di Randazzo, un gusto particolare assume la festa dell’Assunta del 15 Agostro. Manifestazione solenne particolarmente caratterizzata dalla sfilata del maestoso carro trionfale della “VARA“, macchina certamente meravigliosa ed unica nel suo genere che da oltre quattro secoli da sfoggio della sua bellezza ed originalità, percorrendo nei due sensi il Corso Umberto I°, l’antica Via Soprana.

Il carro trionfale alto 20 metri circa è costituito da una base di 16 metri quadrati nel cui centro si innesta un robusto tronco di legno rinforzato da sbarre di ferro che fa da supporto alle varie scene realizzate su tre distinti piani simboleggianti i misteri della vita della Vergine: la Dormizione, l’Assunzione e l’Incoronazione. 25 bambini in costume d’epoca, disposti lungo l’asse verticale la animano e la rendono viva con i loro canti.

Le sue origini, come affermano gli storici locali e lo stesso Don Virzì, sono da ricondursi alla seconda metà del 1500 e si collegano certamente alla venuta a Randazzo dell’Imperatore Carlo V nell’anno 1535, quando nel suo viaggio da Palermo a Messina, attraverso la “Via dei Monti” il 18 ottobre giunse e si fermò per tre giorni nella nostra città.

La delegazione randazzese, invitata ad accompagnare il sovrano a Messina, ebbe così modo di stupirsi e meravigliarsi ammirando lo sfarzo e la magnificenza del carro trionfale dell’Assunta che in quell’occasione venne montato e fatto sfilare dai messinesi, per essere ammirato dall’Imperatore, nonostante il ferragosto fosse già passato da oltre due mesi.

Al ritorno a Randazzo fu la stessa delegazione a riferire e a darsi da fare per realizzare anche a Randazzo un carro trionfale ad imitazione di quello ammirato nella città dello Stretto.

Nonostante la generosa ed instancabile opera di ricerca del dotto salesiano sulla base delle scarne notizie tratte dai pochi documenti in possesso della chiesa di Santa Maria, pur essendo riuscito a ricostruire la complessa storia del carro trionfale dell’Assunta e di tutto ciò che intorno ad esso ruotava, non si è avuto modo di conoscere ne a chi possa essere attribuita la paternità dell’idea, ne chi possa ver realizzato il progetto.

G. Caniglia "Dormizione, Assunzione, Glorificazione di M.V. " 1548

Gli storici municipali e lo stesso Don Virzi azzardano l’ipotesi che l’ispiratore ed esecutore del progetto possa essere stato il grande architetto del Senato Messinese ANDREA CALAMECH, in quegli anni a Randazzo per sovrintendere ai lavori di restauro delle chiese di Santa Maria e di San Nicola. Così come non è da scartare l’ipotesi secondo cui l’idea ispiratrice della realizzazione del carro trionfale possa essere stata data dall’opera pittorica di Giovanni Caniglia, datata 8 agosto 1548, che tuttora trovasi posta nella cappella absidale del Crocifisso nella chiesa di Santa Maria.

Il dipinto assume infatti, come afferma anche il Prof. Salvatore Agati nella sua opera “ Randazzo una città Medievale”, l’aspetto di un trittico verticale in cui risultano sovrapposte tre distinte scene: “La Dormitio” in basso, “l’Assumptio” al centro, “La Glorificatio” in alto.

Bisogna anche ricordare che ancora prima della comparsa della “Vara” a Randazzo, in quel particolare periodo dell’anno, per concessione regia si svolgeva sia la famosa “Fiera Franca” con le fantastiche “corse del palio”, sia la “cavalcata”, costituita da una lunga fila di cavalieri, soprattutto giovani rampolli della nobiltà locale, che per l’occasione sfoggiavano eleganti e sfarzosi costumi dell’epoca.

Per un esame storico più completo ed approfondito dell’argomento raccomandiamo la lettura della sopracitata opera.

Vorrei invece qui soffermarmi su quello che è l’oggetto del tema: - Chi muove il carro -.   Oscuri personaggi, artisti e artigiani di grande valore si sono succeduti nel corso dei secoli alla realizzazione materiale e alla buona riuscita della festa. Sarebbe certamente grave manchevolezza non ricordare quelli di cui conosciamo i nomi.

Nel 1765 Mastro Francesco Emanuele, nella prima metà del secolo XIX Mastro Raffaele Gigante che accudì al completo rifacimento della Vara dopo che la stessa non veniva più realizzata da molto tempo, per giungere fino agli anni successivi al secondo conflitto mondiale, quando veniva celebrata ogni quattro o cinque anni.

Negli ultimi 50 anni la sua realizzazione si deve all’opera fattiva degli Arcipreti della chiesa di Santa Maria: Mons. Giovanni Birelli, Mons. Vincenzo Mancini e più di recente Padre Vincenzo Calà e Padre Domenico Massimino. Le autorità religiose ed ecclesiastiche si sono poi sempre avvalsi dell’opera e della collaborazione di formidabili artisti ed artigiani che con il loro impegno e soprattutto con la bravura che li contraddistingue, rendono tutt’ora possibile lo svolgersi di questa manifestazione unica nel suo genere: Don Antonio G. Dilettoso, A. Alfredo Cocivera, Vincenzo Rotella, Santo Anzalone, Roberto Furnari, l’Architetto Charlie Musarra, solo per citarne alcuni; tutte persone sulle cui spalle grava anche l’ardito e delicato compito di riconsegnare, con l’aiuto e la benedizione dell’Assunta, sani e salvi ai propri genitori i 25 fanciulli che fanno da cornice e rendono vivo questo maestoso ed originalissimo carro trionfale[1]

Randazzo, 18 Giugno 2018                                                                             

                                                                                                                                                          

[1] S.re Rizzeri: - Le Cento Chiese di Randazzo, I Conventi e i Monasteri Ediz. Artemide, Catania 2008

L'Ospedale di Randazzo

L’Ospedale di Randazzo

www3.unict.it/aos/province/catania/randazzo.htm

del Prof. Mario Alberghina

 

L’Ospedale civile di Randazzo è nel Convento dei Minimi di San Francesco di Paola, nella piazza Ospedale e nella via che inizia nell’odierna Piazza San Francesco di Paola, attaccato all’abside della chiesa seicentesca omonima. All’ingresso in alto vi è un bel rosone in marmo che raffigura la Madonna con Gesù morto tra le braccia (foto). Il convento dei frati fu requisito a seguito delle legge sull’incameramento dei beni ecclesiastici ed assegnato al Comune che nel 1868 lo destinò a sede dell’Ospedale cittadino. In seguito ai bombardamenti del 1943, la Chiesa e l’Ospedale subirono gravissimi danni. Non esistono documenti fotografici anteriori a quell’evento.

La prima sede dell'Ospedale dei poveri di Randazzo, istituito nel 1470 dal nobile Ruggero Spadafora detto Gerotto, barone di Roccella e Randazzo, barone di Maletto (così dice la Giuliana del 1707), dotato di beni, censi e gabelle e nel tempo arricchito con censi annuali sopra mulini, palmenti, vigne e giardini e con la gabella delle capre, fu nella Chiesa sconsacrata di San Giuseppe. La chiesetta, demolita nel 1631, sorgeva nell'attuale via Duca degli Abruzzi, nei pressi della sacrestia della Basilica di Santa Maria. L'Ospedale fu successivamente trasferito nei locali siti nell'attuale Corso Umberto I, angolo Piazza Municipio (palazzo Fisauli). All'Ospedale fu affiancata una chiesetta che ad esso doveva servire. Tale Chiesa venne intitolata a Santa Maria  della Carità. Con atto in notar Silvestro De Monastris del 29 agosto 1560, III^ Indizione, la Confraternita della Carità decideva di unirsi all'Ospedale nuovo, cedendo a questo tutto il proprio patrimonio, continuando però a prestare quel servizio cui si erano obbligati con voto volontario all'atto della loro affiliazione alla Confraternita: la ricerca, cioè, degli infermi abbandonati e la raccolta volontaria delle elemosine. Nel  1830, la rendita annuale era di ducati 532,9; l’amministrazione assegnava a sorte legati di maritaggio. Alla fine del ‘700 è documentata la presenza nell’Ospedale dei Poveri sotto il titolo di "S. Maria della Pietà”,  di un Conservatorio dei proietti e della “ruota”, dotata di lume ad olio, per gli esposti. A tale servizio l’amministrazione ospedaliera era tenuta in seguito al Dispaccio Patrimoniale Reale del 1791. La Chiesa, una filiale coadiutrice della Parrocchia Matrice, era sotto la giurisdizione dell’Arcivescovo di Messina che vi esercitava la visita. La chiesetta, ridotta ad uso profano, fu venduta assieme al vecchio Ospedale nell'anno 1887 al Sig. Vincenzo Fisauli, così come risulta dall'atto in Notar P. Petrina. Una stanza del pian terreno del Palazzo Fisauli, mostra ancora nella planimetria le linee della Chiesa. In epoca borbonica, l’Ospedale era amministrato da una Commissione Comunale e diretto da un Rettore, membro della Confraternita dell’Ospedale sotto il titolo di S.M. della Pietà. Esso era eletto segretamente nella chiesa, tra i quaranta confrati nobili o borghesi possidenti, a quell’ufficio annuale, proposto al Sindaco e nominato dall’Intendente di Catania in qualità di presidente del Consiglio Generale degli Ospizi. Nel periodo tra il 1829 ed il 1835 l’ospedale fu chiuso per mancanza di mezzi economici e per la necessità di consistenti acconci e riparazioni al piccolo fabbricato. Allorché si provvide ai lavori di sistemazione del camerone superiore, della cisterna e della Chiesa ed all’acquisto di pochi mobili e suppellettili, poterono essere ricoverati solo 4 ammalati, mentre i proietti mantenuti a balia erano circa 24 all’anno.

Elenco dei Governatori o Rettori annuali nel primo Ottocento:

Ciancio Filadelfo                                              (1788)
Romeo Ciancio Francesco                              (1800)
Polizzi Romeo Giuseppe                                 (1801)
Ciancio Filadelfo                                              (1802)
Romeo Pietro                                                  (1803)
Finocchiaro Cesare                                         (1804)
Fisauli Federico                                               (1805-1806)
Finocchiaro Francesco                                    (1807)
Romeo Francesco                                           (1809)
Amato Francesco                                            (1810-1811)
Vagliasindi Mattia                                             (1812)
Fisauli Giuseppe                                              (1813)
Finocchiaro Cesare                                          (1814)
Vagliasindi Diego                                             (1815)
Varotta Giuseppe                                             (1816)

Scala Mariano                                                 (1817)
Palermo Francesco                                         (1818)
Ciancio Romeo Tommaso                               (1819-1821)
Palermo Luigi                                                  (1822)
Scala Mariano                                                 (1825)
Finocchio Tommaso                                        (1826)
Vagliasindi Mariano                                         (1827)
Dominerò Ignazio                                            (1841)
Romeo Vincenzo                                             (1844)
Dominedò Antonio                                           (1845)
Dominedò Antonio                                           (1851)
Basile Ferdinando                                            (1852)
Licari Saverio                                                   (1853)
Vagliasindi Francesco                                      (1854)

Componenti della Congregazione di Carità comunale nel 1864:

Romeo Diego
Fisuali Gregorio
Romeo Vincenzo
Vagliasindi Pietro

Poiché della Confraternita facevano parte il Sindaco ed i Decurioni, si comprende come l’intreccio di interessi  economici sulle rendite dell’Ospedale fosse consistente. Il potere politico, economico e giudiziario era in mano a poche famiglie apparentate tra loro: i Vagliasindi, i Fisuali, i Finocchiaro, i Romeo, i Polizzi, gli Scala, che si scambiano i ruoli di comando nel paese. Costoro erano, infatti, i maggiori debitori nei confronti dell’amministrazione dell’Ospedale impiegandone per fini personali i capitali. Frequenti sono le memorie di protesta e le cause contro debitori per la situazione creditizia nei confronti di affittuari ed enfiteuti. Questo stato di cose spiega la critica situazione assistenziale in cui versava l’Ospedale nell’Ottocento.

Lettera all’Intendente e all’Amministrazione dell’Ospedale scritta il 10 maggio 1827 dal cav. Mariano Vagliasindi Rettore, un anziano nobile morto l’anno successivo, avente per oggetto:

“Si rapporta la malversazione nell’amministrazione e lo stato orrido dell’infermeria per la pessima condotta dell’infermiere”.

Signore,

onorato e cortesemente da Lei obbligato ad assumere mio malgrado le funzioni di Rettore di questo Spedale dei Poveri………ho osservato quanto lo stato passivo superi lo attivo………Alla vista di così lacrimevoli posizioni, ho sentito il bisogno di portare una minorazione nei soldi………e mi sono raccapricciato in leggendo le onze quattro destinate per il medico, e tarì quindici ad un Prete per assistere i moribondi. Il primo stipendiato dal Comune con onze dodici con l’espresso obbligo di servire i Poveri, ricco nel suo stato, non ha avuto a vile, né si è fatto il menomo scrupolo di esigere altre onze quattro dal miserabile ospedale………Che dire del Prete………non è perciò una modificata simonia ?

In seguito mi sono condotto all’Infermeria: un’anima sensibile ed umana non potrà trattenere le lacrime………Il quarto superiore, destinato necessariamente a ricevere gli infelici, s’è convertito in abitazione dei primi, ed i poveri ammalati proprietari del locale, cacciati in un sotterraneo che neppure potrà servire da magazzino attesa la sua eccessiva umidità………A parte ciò, una grande stanza lunga palmi quaranta circa e larga diciotto, non ha che una piccola apertura alta pressoché canna una dal pavimento; il gas acido carbonico perciò vi permane ed ammazza gli ammalati…… … Ma questo è poco; mi inoltrai nella istessa stanza, e in un cantone su di poca e fetidissima paglia giacea uno sventurato febbricitante, mastro Francesco Musumeci, ………e mi disse che lo infermiere tutto in proprio uso converte, abbrugiandosi financo le lettiere e vestendo… li lenzuoli………lo infermiere mette il colmo a queste barbarie.

E’ stata da me attivata la esecuzione degli arretrati ed io stesso m’aspetto da Lei le analoghe risoluzioni.

                                                                                                                                                                       Il  Rettore

                                                                                                                                                                 Mariano Vagliasindi

 

Fonti:

(Archivio di Stato di Catania: Fondo Prefettura, Consiglio Generale degli Ospizi, cartella 206, volume 271G. Plumari ed Emmanuele: Storia di Randazzo, 2 vol., 1849, MS. Biblioteca Comunale di Palermo; Salvatore Rizzeri: Le Cento Chiese di Randazzo.  – n. 31, S. Maria della Pietà. - Catania 2008 ).

(Si ringrazia il Sig. Salvatore Rizzeri, per le informazioni fornite).