La Storia

Randazzo 1943 - Diario di un Sopravvissuto

Randazzo – Estate 1943

Diario di un sopravvissuto

La Vigilia di Natale 2012 dalla Francia, (Lione), ho ricevuto la telefonata di mio cugino Carmelo Venezia per gli auguri di fine anno, (ha l’identico nome e cognome della mia defunta madre, cui era affezzionatissimo e alla quale telefonava settimanalmente). Si è intrattenuto per un bel po’ di tempo chiacchierando del più e del meno, chiedendomi in particolare di Randazzo, sua città natale, a cui è attaccatissimo e dove risiedono le sue sorelle ed il fratello. (Entrambi siamo nati nella stessa casa, quella di Via Orioles, nel quartiere di San Nicola, di proprietà di nonno Carmine). Ha anche voluto conoscere il mio indirizzo mail anticipandomi che di li a poco mi avrebbe fatto avere il racconto relativo ad un particolare periodo della sua gioventù. 

Trattandosi di persona dalla grande puntualità e precisione, dotata di un’animo sensibile e nobile come pochi, già il giorno dopo ricevevo la sua mail con allegata quella che subito mi è apparsa come una interessante pagina inedita della storia recente di Randazzo. Si tratta del racconto relativo al periodo bellico vissuto personalmente dall’autore, allora ragazzo, che riportandoci indietro di 70 anni ci fa rivivere avvenimenti tragici, luoghi e personaggi sconosciuti ai più, ma meravigliosamente ricchi di umanità: “gente d’altri tempi” si direbbe oggi. 

E’ uno spaccato di vita e di eventi vissuti in prima persona, che ci danno l’idea di quelli che furono i giorni drammatici, le sofferenze, i lutti e le distruzioni apportate alla nostra città dalla “pazzia” degli uomini.

Non ho apportato alcuna modifica sostanziale a questa meravigliosa pagina della nostra storia, ho solamente aggiunto le rare ma importanti immagini fotografiche che ho avuto modo di reperire, qualche lieve precisazione e qualche nota a quello che ho voluto intitolare: “Diario di un sopravvissuto

                                                                                                                                           Salvatore Rizzeri

 

Randazzo 15 Agosto 1943 - Largo Ain-Zara

13 Luglio 1943           

Era una giornata particolarmente luminosa, con il sole splendente e un caldo quasi torrido, il cielo era azzurro e trasparente. In quel periodo, con le scuole chiuse e gli insegnanti in vacanza, mia madre mi affidava alle cure di una maestra d’asilo, anche perchè lei in quegli  anni lavorava  alle dipendenze della Manifattura dei Tabacchi. Lo stabilimento, a causa della guerra, era stato trasferito da Catania a Randazzo ed installato al piano terra del Convento Benedettino di Santa Caterina, nell’ala che si affaccia sul Corso Umberto I°. Il personale era costituito prevalentemente da donne, molte delle quali catanesi e randazzesi. Erano queste che si dedicavano al confezionamento delle sigarette.

La manifattura di Randazzo alimentava l’intera Regione, ma anche la truppa tedesca, molto numerosa nella nostra città in quel mese di Luglio del 1943. La mia  maestra abitava di fronte casa mia, esattamente all’angolo della Via Duca degli Abruzzi e la Via Cellini. Si chiamava Santina Lo Giudice; ho saputo che è deceduta qualche  tempo fa nella Regione di Milano. Era stata educata nel Convento delle Suore di Santa Caterina, ed era una grande esperta nell’arte del ricamo, sapeva  inoltre inculcare nei bambini cui badava, l’educazione, il rispetto e le buone maniere. La nostra classe era sistemata in una grande stanza dove si apriva un’antica finestra in pietra lavica ad arco semicircolare, con una chiave di volta scolpita con grande maestria da un artigiano scalpellino randazzese verso la meta’ del XVIII secolo. Questa finestra non esiste ora più, demolita da mani inesperte, è stata trasformata in un’anonimo moderno balconcino.

Quel giorno l’orologio della Chiesa di Santa Maria segnava le ore 11 e 15 minuti; sentivamo in lontananza il rombo dei motori degli aerei in avvicinamento e ci siamo subito alzati dalle nostre sedie per ammirarli. Se ben ricordo erano un gruppo di 12, perfettamente allineati, ed avevano una doppia coda; si trattava forse di aerei tipo Noratlas di fabbricazione francese. (In realtà si trattava dalla 9^ AF - Air Force americana -, con gli aerei B-25 e P-40, e dalla NATAF - North West Tactic Air Force -, con i bombardieri Wellinghton).[1]   

Bombardieri Italiani Savoia-Marchetti

Venivano da Ovest e si dirigevano verso Est. L’ammirazione era enorme per noi bambini, talmente lo spettacolo era bello. Ma qualche minuto dopo abbiamo sentito uno scoppio seguito da una serie di enormi boati mentre una grande nube di fumo e di polvere si levava in alto. Avevano bombardato la Stazione della Ferrovia Circumetnea. Ci fu un grande panico: bambini e mamme nelle strade che piangevano, gente che correva in tutte le direzioni alla ricerca dei bambini e dei propri famigliari. Molti abitanti intuendo che non si sarebbe trattato di un’azione isolata, subito prepararono qualche sacco rienpiendolo di indumenti di coperte e dell’indispensabile per poi allontanarsi dal centro della Citta’ e trovare rifugio nelle campagne, nelle grotte e nei vecchi casolari dei Nebrodi e delle pendici dell’Etna. Per quanto riguarda la mia famiglia, verso le ore 13 i miei nonni, Carmelo Venezia e il nonno materno Gaetano Sangrigoli, combattente della Guerra del 1915-18, aveva anche partecipato alla battaglia di Caporetto, decisero di trasferirci tutti al  Mulino di « Citta’ Vecchia ».

Uscendo dalla « Porta Pugliese » raggiungemmo la riva sinistra del fiume Alcantara e ci recammo  a piedi al Vecchio Mulino. La paura era enorme, mia zia Maria, all’epoca giovane donna, rimase paralizzata dalla paura ed incapace di camminare, il nonno Gaetano infatti dovette trasportarla sulle sue spalle fino alla meta. Strada facendo lungo le rive del fiume il terreno era disseminato da migliaia di volantini lanciati dagli aerei alleati, che ordinavano alla popolazione civile lo sgombero  della Città. 

Gli Americani alla periferia di Randazzo 

La sistemazione nei locali del vecchio mulino non fù cosa semplice; la nostra piccola comunita’ era composta dai nonni materni, Gaetano e Antonina, dalla zia Maria, dallo zio Giuseppe, all‘ epoca tredicenne, da mia madre Alfia, mio padre Giuseppe, mia sorella Anna e dalla mia sorellina Antonina nata quattro mesi prima, che ogni qualvolta sentiva il rumore degli aerei si metteva a piangere, ed infine da mio nonno paterno Carmelo di professione Mugnaio, da parecchie generazioni. Si viveva assieme ad altre famiglie catanesi all’interno di una grotta che si apriva di fronte al mulino e nelle poche stanze al piano superiore dello stesso, all’epoca in perfetta efficienza e gestito da mio padre e dal suo socio il Signor Antonino Caggegi, nonno del nostro attuale medico, assieme ai suoi due figli Nino e Orlando. 

Si dormiva per terra sopra un po’ di paglia con qualche coperta a ripararci dal freddo della notte,  l’alimentazione era piu’ che razionata ed era anche difficile e pericoloso muoversi dai rifugi alla ricerca di cibo, perchè ogni due ore gli aerei venivano a bombardare la nostra citta’ e man mano che passavano i giorni le incursioni si facevano sempre più intense e frequenti. La notte, prima di sganggiare le bombe, gli aerei illuminavano Randazzo con i loro razzi per individuare gli obiettivi da colpire. Sembravano tanti fuochi d’artificio, erano invece fuochi portatori di morte e distruzione. Rimane ancora inspigabile come mai gli alleati, di solito ben informati, si accanirono in un modo così massiccio e devastante contro la Città, al cui interno non vi erano ne postazioni antiaeree ne comandi militari Italo-tedeschi, che si trovavano invece ben acquartierati tutt’intorno alle colline che sovrastano la Città e alla periferia di Randazzo. Vennero indiscriminatamente distrutte ed incendiate: case, palazzi, Chiese, nonchè i più bei monumenti architettonici di epoca normanna, sveva, aragonese e dei secoli successivi. Opere pittoriche di grande pregio, sculture e affreschi di incommensurabile valore, mobili d’epoca, statue, oggetti sacri e quant’altro. Per non parlare degli archivi storici della Città, tutti completamente distrutti e con essi i libri, i documenti, le pergamene greche, latine, bizantine e i codici arabi. Interi quartieri demoliti, non si risparmiarono nemmeno i defunti: venne centrato più volte anche il Cimitero. Tanti i morti, tantissimi i feriti.

 

L’artiglieria Alleata bombarda la città 

Una notte della prima settimana del mese di Agosto, anche la zona dove si trovavano i nostri rifugi, venne bombardata; fortunatamente il mulino non subì danni. Una aereo inglese venne però centrato dalle batterie antiaeree e cadde nelle vicinanze. In quei giorni le squadriglie dei bombardieri inglesi e americani avevano l’ordine di distruggere a tutti i costi il Ponte sul Fiume Alcantara; la manovra di discesa in picchiata degli aerei che dovevano centrarlo con le loro bombe, in quella stretta valle, era però molto difficile e pericolosa per la posizione dello stesso; molti infatti furono gli aerei alleati che si schiantarono contro la collina o che caddero con il loro carico micidiale di bombe all’interno della città che dista dal ponte solo poche decine di metri. In vista della imminente ritirata, il ponte  era però gia’ stato minato dalle truppe Italo-tedesche e predisposto per la distruzione dopo il loro passaggio, cosa che regolarmente avvenne il 13 di Agosto del 1943.[2] 

Intensificandosi i bombardamenti rimanendo in quei nascondigli era divenuto molto rischioso. I nostri genitori e gli anziani decisero allora un’altro spostamento. Di notte venne caricato con le nostre masserie l’asino, un docile animale che chiamavamo Ciccio e che normalmente veniva utilizzato per il trasporto dei sacchi di grano e di farina destinata ai clienti. Questa volta però il carico era ben diverso: coperte, il poco cibo rimasto  e sopratutto molta acqua. Tutta la nostra communità si spostò così sulle falde dell’Etna in una zona chiamata « Mandrazzi ». Avevamo trovato rifugio in una vecchia casetta costruita in pietra lavica a secco, era nascosta tra i cespugli e circondata da ginestre in fiore; la zona era ricca di erbe aromatiche, l’aria era  fine e  molta profumata; da questo posto però non vedevamo piu’ Randazzo. 

Faceva parte del nostro gruppo di sfollati anche un cugino del nonno Gaetano; ci aveva raggiunti al rifugio assieme ad una famiglia catanese composta dal papà, mamma e due figli della mia età. Il cugino del nonno era nato a Catania e si chiamava Nino Spitaleri; amava moltissimo la nostra Vecchia Randazzo ed era rispettosissimo dei suoi amici randazzesi. In passato aveva comprato un piccolo vigneto in Contrada «Pirao», che coltivava con tanto amore e tanta passione. Produceva una modesta quantita’ di vino rosso genuino, pieno di aromi e di sapori. Amava particolarmente gli animali e qualche tempo prima aveva comprato una capretta; noi bambini erevamo molto affezionati a questo animale, anche perchè amava essere accarezzata e per noi era come un compagno di giuoco. Era il nonno Carmelo, (nella corporazione dei vecchi mugnai era chiamato Carmine), quello che aveva il compito giornaliero di andare a raccogliere le buone erbe per nutrirla. Mia madre, a causa della paura e dei grossissimi problemi di ogni giorno, non poteva piu’ allattare la mia sorellina Antonina, ed è grazie al poco latte che questo generoso animale poteva dare, che mia mamma ha potuto nutrire per qualche tempo la sua neonata. 

      

                                                                  Si soccorre un ferito                                                                   

In questo periodo si era anche diffusa una epidemia di malaria, ed anch’io ne rimasi contagiato, la febbre era altissima e avevo tremendi mal di testa. Mia nonna Antonina, infaticabile lavoratrice e donna affettuosa con tutti, era riuscita a procurare del chinino con il quale mi curava. Di un gusto più che amaro, era il solo farmaco allora conosciuto per curare questa malattia. La vita giornaliera era organizzata dagli anziani; ogn’uno aveva il suo compito. Bisognava soprattutto procure il cibo, andare a raccogliere le erbe selvatiche per le minestre, trovare un po’ di frutta, raccogliere tutto quello che la natura e la stagione poteva offrirci. Mio padre aiutava la nonna a preparare le lasagne con quel poco di farina che rimaneva; il nonno Gaetano ed il nonno Carmelo andavano in cerca della legna per accendere il fuoco, stando bene attenti a non fare fumo  ed evitare  qualsiasi riferimento che potesse segnalare la nostra presenza alle truppe tedesche.  Le donne si occupavano anche della pulizia del luogo; lo zio Nino fungeva da barbiere; teneva molto alla pulizia e tutti i giorni la barba era di rigore. Durante questo periodo mio zio Giuseppe mi conduceva  in un luogo non molto distante dal casolare dove alloggiavamo, in cima ad una piccola antica colata lavica aveva costruito con i rami delle ginestre una piccola capanna  ben nascosta; da questo punto di osservazione potevamo ammirare il panorama. 

Un giorno di Agosto, erano le 15, quando un gruppo di una ventina di soldati armati con fucili e mitragliatrici bussarono alla porta della vecchia casa. Mio zio credeva che fossero soldati tedeschi; in quel periodo cercavano i muli ed i cavalli che da li a poco sarebbero serviti per la ritirata. Molte donne in questo periodo erano state violentate da soldati tedeschi e la paura era tanta, fortunatamente si trattava invece di soldati italiani che cercavano i paracadutisti e i piloti alleati precipitati con i loro aerei e dispersi nelle campagne circostanti la città, soprattutto verso Monte Colla e sulle pendici dell’Etna. Rivolsero ai nostri nonni molte domande e alla fine chiesero solamente un po’ d’acqua per dissetarsi, che venne offerta con molta generosità a quei bravi,coraggiosi e onesti soldati. 

Dalla località dell’Etna dove eravamo rifugiati, come ho già detto, non si riusciva a intravedere la martoriata città, ma udivamo sempre il rumore degli aerei e lo scoppio dei micidiali ordigni che venivano lanciati sulle abitazioni e sugli obiettivi strategici. Il poco cibo portato da Randazzo in tutta fretta durante la fuga, dopo tanti giorni trascorsi in quelle condizioni, cominciava a scarseggiare; ma ciò che ci preoccupava di più era la mancanza di acqua e dove poterla reperire. (Ricordiamoci che i tragici avvenimenti che raccontiamo avvennero dalla metà di Luglio alla metà di Agosto del 1943, quindi in piena estate).

A qualche chilometro più a monte rispetto al luogo ove ci trovavamo, c’e la Contrada «Cisternazza». Questa località, era abitata dalle famiglie Spartà, che per l’occasione ospitavano nei vecchi caseggiati della masseria anche qualche altra famiglia randazzese. Era il solo luogo dove si poteva trovare l’acqua che veniva distribuita dal Signor Salvatore Spartà, (pace alla sua anima), gratuitamente a tutte le persone sfollate in quella zona che ne facevano richiesta. 

Quasi giornalmente il nonno Gaetano si recava con il suo asino non solo in questa contrada ma anche alla lontana « Grotta del Gelo », riscendendone poi con grossi pezzi di ghiaccio che sciogliendosi ci fornivano la preziosissima acqua. Il nonno Carmelo raccontava che le famiglie Spartà erano i più grossi ed importanti allevatori di ovini della nostra zona; producevano un formaggio pepato piu’ che squisito, forse il migliore della Sicilia, che esportavano in grandi quantità anche all’estero, soprattutto negli Stati Uniti.

 

13 Agosto 1943 – Gli alleati occupano Randazzo - Chiesa di S. Martino e Corso Umberto I

L’11 di Agosto fu l’ultimo giorno di bombardamenti aerei subiti da Randazzo, le truppe alleate avevano già superato le prime linee di difesa della Città ed erano ormai vicinissime a Randazzo; con i cannoni di grosso calibro iniziarono allora i tiri per centrare le postazioni dell’ultima resistenza tedesca. Ma i calcoli e la direzione del tiro risultarono ancora una volta errati e l’errore fu tristemente fatale per la popolazione civile. I notri genitori e gli anziani decisero pertanto di allontanarci da quel luogo divenuto ormai pericolosissimo e trovare un’altro nascondiglio. Gli ordigni passavano al disopra delle nostre teste, provocando un rumore ed un sibilo indescrivibili; pensavamo infatti che da un momento all’altro per noi tutto sarebbe finito.

Avevo ancora la febbre e mia mamma mi trasportò sulle sue spalle in una piccola grotta al riparo dai proiettili di artiglieria. I tiri  erano destinati alla resistenza tedesca, ma colpivano la popolazione civile. Le vittime sono state numerose, poi essendosi accorti dello sbaglio, gli alleati corressero il tiro, ma  il danno era ormai compiuto e specialmente nella Contrada « Nave » vi fù una vera e propria strage di civili. 

Finalmente il 13 Agosto 1943 le truppe alleate occupavano ciò che rimaneva della nostra bella e gloriosa Città, mettendo fine a 31 lunghissimi giorni di combattimenti. Qualche ora prima le truppe tedesche avevano abbandonato Randazzo non prima che i loro guastatori avessero fatto saltare per aria il deposito munizioni di contrada « Allegracore » e il « Ponte Nuovo » sul Fiume Alcantara. 

  

Randazzo - Il Ponte sull’Alcantara distrutto 

Lo spettacolo che si presentava era allucinante: le strade ingombrate da montagne di macerie, moltissimi i cadaveri di civili e militari semicoperti di polvere, ovunue bombe inesplose, moltissime le case sventrate e senza tetto, vecchi palazzi incendiati, le cupole delle Chiese di San Nicolo’ e San Martino demolite, gli interni completamente devastati così come tutte le innumerevoli opere d’arte e gli archivi li presenti. La Basilica di Santa Maria, anche se la meno danneggiata, era ridotta in uno stato pietoso: il suo grandioso organo dall’elegante mobile intarsiato e indorato, era stato completamente distrutto,[3] così come quelli di San Nicola e di San Martino. Copolavori antichi realizzati con tanta passione e maestria dai nostri antenati. Bombardato anche il Vecchio Convento di San Domenico adibito ad oratorio dai Padri Salesiani; tutte le domeniche li venivano radunati i ragazzi dei vari quartieri della città e dopo la Santa Messa ci veniva data sempre una dolce ricompensa. Completamente distrutti i Monasteri Benedettini di clausura di Santa Caterina, di San Giorgio e di San Bartolomeo, il Convento del SS. Salvatore dei Padri Cappuccini, quello di S. Michele Arcangelo dei Carmelitani e sul colle di San Pietro anche la meravigliosa Chiesa ed il Monastero di Santa Maria di Gesù. Distrutto, come tanti altri, il palazzo del Barone Paolo Vagliasindi, allora sede del « Museo Archeologico », che si impoverì notevolmente per la perdita di una enorme quantità di reperti. La piccola Chiesa di San Giuseppe, compatrono della città, si presentava semidiroccata; ricordo ancora che la Statua del Santo, privata del suo braccio destro, rimase fuori all’aperto per molto tempo.

La citta’ era disseminata da montagne di bossoli, di armi da fuoco di ogni genere, di bombe a mano e grosse bombe d’aereo inesplose, da cartucce per le mitragliatrici e da veicoli militari tedeschi semidistrutti. Andando poi verso Contrada « Bocca d’Orzo », nei pressi della proprieta’ della nobile famiglia Ribizzi, c’erano ancora molti cannoni di grosso calibro e mitragliatrici tedesche anch’essi distrutti dagli aerei americani. Lo scenario era da Inferno Dantesco. Tantissimo si sarebbe potuto salvare o recuperare ma la gente aveva ben altro a cui pensare: non c’era dove dormire e mancavano del tutto i generi di prima necessità. Basti ricordare che i volumi e gli importantissimi documenti d’archivio disseminati nelle Chiese e nei Palazzi Nobiliari, vennero utilizzati al posto della legna per fare il pane da distribuire alla gente. Si doveva ricostruire in fretta per poter dare una casa alle migliaia di cittadini obbligati a vivere nelle campagne. La ricostruzione di Randazzo fu lunga e difficile anche perché le Autorita’ dell’epoca non seppero o non vollero utilizare i finanziamenti e le agevolazioni di Legge di cui nel dopoguerra usufruirono altre città con danni di gran lunga minori rispetto a quelli subiti da Randazzo. Si ricostruì senza un preciso Piano Regolatore, fu questo il piu’ grande errore che comportò più danni dal punto di vista artistico e architettonico di quelli provocati dalle bombe.  

 

Randazzo Agosto 1943 – Corso Umberto I

Ricordo che per lo sgombero delle strade e per i lavori urgenti, era la Ditta Palermo che aveva  questo incarico. Il lavoro era molto duro e faticoso per i poveri operai che dovevano faticare semplicemente con la forza delle loro braccia. I moderni macchinari non esistevano ancora, il trasporto dei materiali si faceva con i carretti e con l’aiuto dei cavalli e degli asini. In periodi e in circostanze così tristi e drammatici non dobbiamo dimenticare il grande lavoro svolto dai medici locali e dal personale sanitario presente nell’Ospedale di Randazzo: il Dott. Giambattista Panissidi, il Dott. Filippo Finocchiaro, il Chirurgo Dott. Giuseppe Petrina, il Dott. Gaetano Mannino, suo padre il farmacista Dott. Vincenzo, eminente chimico e uomo di grande umanità, il Dott. Sebastiano Germanà. Disponevano di pochissimi farmaci e di scarse attrezzature chirurgiche e malgrado le enormi difficoltà hanno potuto curare e salvare da morte sicura, centinaia di vite umane. Per non parlare delle cure e dell’assistenza prodigate ai feriti, agli infermi, e ai mutilati dalle Autorità Religiose: il Canonico Don Giuseppe Finocchiaro, Cappellano militare e combattente della guerra del 1915 – 1918; assistiva i feriti e benediceva i morti sul fronte della battaglia di Caporetto, il Canonico Don Eduardo Lo Giudice, l’Arciprete Mons. Giovanni Birelli, i Padri Salesiani del Collegio San Basilio, le Suore del Monastero Benedettino di Santa Caterina e soprattutto i Monaci del Convento dei Cappuccini.

Il lavoro delle Suore e dei Religiosi in queste tristi circostanze fu di fondamentale importanza. Cosa non dire di Suor Livia che aveva istallata a fianco dei ruderi dell’ antico « Palazzo De Quatris », una cucina da campo fornita dagli americani e tutti i giorni, con l’aiuto di altri benefattori, preparava il cibo che veniva distribuito gratuitamente a tutti i bisognosi, numerosissimi in  quel periodo. Le  Suore del vecchio Ospedale di Randazzo, che oltre ad aiutare i medici nel loro lavoro, accoglievano ed assistevano nelle corsie feriti ed ammalati. In questa « Apocalisse » si distinsero particolarmente i Frati Cappuccini, numerosi allora a Randazzo, e specialmente il Priore Padre Luigi Magro da Randazzo, che conoscevo fin da bambino. Oltre che all’interno della città tra la povera gente, visitava anche gli ammalati ed i feriti ricoverati nell’altro Ospedale, quello militare, sistemato e gestito dagli Alleati nei locali del grande «Palazzo Vagliasindi», in Contrada « Feudo »,  sul rettilineo della Strada Provinciale che porta al Bivio per Moio Alcantara dove anch’io venni ricoverato. [4]

  

Randazzo - Contrada « Feudo » - L’Ospedale Militare Americano 

Abitavamo in contrada  « Bocca d’Orzo », in una modesta casa di campagna di proprietà del sig. Angelo Palermo. A seguito dell’incendio e dello scoppio provocato da un sacchetto di polvere destinata alla carica dei bossoli per i cannoni, rimasi ferito: il mio viso era irriconoscibile, una parte del mio corpo ustionato. Devo la mia salvezza e la guarigione alla bravura, alla professionalità e all’esperienza di un giovane Ufficiale Medico americano il quale, con i metodi impiegati per i loro militari, ha saputo dopo molti interventi guarirmi senza lasciare alcuna traccia sul mio corpo.  Avevo  un po’ piu’ di nove anni e ricordo il buon Padre Luigi, Priore dei Cappuccini, sempre presente in questo luogo di sofferenze; era un Fraticello buono, umile e Pio, si avvicinava spesso al mio lettino prodigandomi molte carezze; incoraggiava i feriti, gli ammalati, le Suore, in particolare Suor Caterina e tutti i medici. Celebrava la Messa nella grande sala e subito dopo ripartiva per raggiungere il suo Convento di Randazzo, il più delle volte a piedi mancando i mezzi di trasporto, (sono oltre sei chilometri). Portava ai suoi piedi un paio di vecchi sandali senza calze, sia in estate come in inverno.

Nella nostra dimora provvisoria in campagna, i giorni trascorrevano lenti monotoni; la nostra casa, anch’essa distrutta, venne ricostruita  con tanti sacrifici e lavoro dai miei genitori. Poi finalmente il ritorno alle nostre scuole, il contatto con i nostri maestri: Gangemi, Sangrigoli, Lo Giudice, Don Trecariche al Collegio San Basilio, ed altri ancora. Si sperava in un avvenire migliore, fatto di pace, di lavoro, di serenità dopo tale enorme e disastrosa tempesta. I primi anni del dopo guerra sono stati invece molto duri e dolorosi. Alle  nostre mamme mancava di tutto, anche l’indispensabile. Noi giovani ci accontentavamo del poco di cui si disponeva e tante famiglie patirono anche la fame. 

   

Randazzo 17 Agosto 1943 – Colle dei Cappuccini

Un’altra Epoca giungeva, quella che io chiamo  «EXODE »,  L’EMIGRAZIONE. 

Sono nato a Randazzo, nel quartiere di San Nicolò 76 anni fa. A l’età di  21 anni dovetti emigrare all’estero così come altre migliaia di randazzesi. La vita non è stata facile, specie nei primi anni. Molte cose però del nostro carattere e della nostra cultura ci hanno aiutato: la volontà, l’onestà, le nostre competenze professionali e la qualita’ del nostro lavoro. Grazie a tutto questo abbiamo dato lustro e  onore alla nostra  terra  natia. 

Desidero ricordare a tutti i giovani randazzesi che la nostra Città era ricchissima in agricoltura e artigianato: muratori, fabbri, calzolai, falegnami, maestri sarti, erano tra i migliori della Sicilia. Per non parlare degli artisti: pittori, scultori, musicisti e degli intellettuali; moltissimi dovettero emigrare e disperdersi per il mondo intero. E’ stata una grande perdita per la nostra Città, non bisogna dimenticare infatti che prima di questa catastrofe Randazzo contava diciottomila abitanti, scesi a tredicimila nel giro di un solo anno. Randazzo, ha perduto un numero importante per quantità e qualità dei suo figli, continuando di questo passo, un giorno forse perderà anche la sua anima.

Randazzo, Natale 2012

                                                                                                                                                       

[1]  S. Rizzeri: “Randazzo e la sua storia . . . . La Battaglia di Randazzo del 1943. Cap. XVIII, Pag. 269.

[2]  S. Rizzeri: “Randazzo e la sua storia . . . . La Battaglia di Randazzo del 1943. Cap. XVIII, Pag. 272. 

[3]  S. Rizzeri: La Battaglia di Randazzo del 1943. “. . La Chiesa di Santa Maria fu fortunatamente l’unica delle  Tre Cattedrali  che si salvò dalla totale distruzione. Venne però centrata da una bomba d’aereo che colpì l’abside centrale, danneggiando la parte  sommitale,  senza che  però  l’artistico  e monumentale  altare maggiore all’interno  della  Chiesa fosse minimamente scalfito.  Si  incendiò  invece il retrostante grandissimo e meraviglioso  organo di scuola napoletana. Nel dopoguerra l’abside venne ricostruita, così come era, in pietra lavica, da mio padre Vincenzo Rizzeri e dai suoi fratelli, scalpellini, che assieme gestivano la cava di basalto di contrada “Murazzorotto”.

[4]  S. Rizzeri: La Battaglia di Randazzo del 1943. “. . . Passata l’emergenza l’Ospedale militare venne chiuso e le attrezzature utilizzate, (sala operatoria e materiale sanitario), vennero donate dagli americani all’Ospedale Civile della città”.

L'Onor di Cicilia

L’Onor di Cicilia

Federico III d'Aragona

di Salvatore Rizzeri

 

Figlio di Pietro III d'Aragona e di Costanza, figlia di Manfredi, fu proclamato re di Sicilia nel 1296, in seguito ad una insurrezione popolare contro gli Angioini, cui il fratello Giacomo II aveva ceduto il trono. Morì nel 1337.

Nel 1300 il Duca Roberto d’Angiò, giunto in Sicilia con una potente flotta, passa al contrattacco con decisione e violenza, cingendo d’assedio Messina. Resiste ad oltranza la città dello Stretto, fiera dei suoi privilegi e della sua lealtà. Ma l’assedio si protrae per mesi e Federico qui scrive la pagina più gloriosa della sua vita. Fa di Randazzo, dove da tempo si trovava, il suo quartier generale; qui raccoglie vettovaglie inviandole alla stremata città assediata per mare e per terra e, perché potessero giungere più copiosi, il Re si reca personalmente a Catania per richiedere ed ottenere maggior quantità di grano e così, per la stessa via delle montagne, farlo giungere ai messinesi afflitti per la carestia.

                             

Continuando però l’assedio della città, il Re pensò bene di andarvi personalmente. Da Randazzo per foreste e per balzi, a cavallo e a piedi, precedendo le sue truppe, riesce ad entrare in città, solleva le sorti della battaglia e poi accompagna gli infermi, i feriti, i vecchi, tutti gli invalidi che pesano, come corpi inerti, sui ridottissimi rifornimenti, per la stessa via, a trovare rifugio e ristoro nella Fedelissima Randazzo.

Pagina bella ed intrepida della vita di Federico che ebbe ripercussione per tutta l’Italia e in Europa, che strappò a Dante nella “Divina Commedia” quell’”Onor di Cicilia” che è il più bel riconoscimento delle virtù del Re.

 Io mi volsi ver lui e guardail fiso:

biondo era e bello e di gentile aspetto,

ma l'un de' cigli un colpo avea diviso.

Quand'io mi fui umilmente disdetto

d'averlo visto mai, el disse: «Or vedi»;

e mostrommi una piaga a sommo 'l petto.

Poi sorridendo disse: « ...Io son Manfredi,
nepote di Costanza imperadrice;
ond'io ti priego che, quando tu riedi,
vadi a mia bella figlia, genitrice
de l'Onor di Cicilia e d'Aragona,
e dichi ‘l vero a lei, s'altro si dice.... »
[1]

 

Quando racconto la storia di Randazzo a studenti, amici e visitatori,  dico sempre che per questo straordinario avvenimento, che ebbe per protagonisti Randazzo, Messina e il buon re Federico, anche se non citata, la mia città indirettamente trova posto nella grandiosa opera del sommo poeta. Si tenga altresì presente che Manfredi nel 1258, si fa incoronare per la prima Volta Re di Sicilia proprio a Randazzo, e solo successivamente nella Cattedrale di Palermo.

 “Naturalmente essendo stata Randazzo scelta come luogo capace di dare asilo e conforto a parte della popolazione di Messina, si mostra evidente, senza dubbio, non solo la ricchezza e sicurezza del territorio indicato come rifugio a quei sofferenti, ma si mostra da questo fatto in tutta la sua pienezza, affettuoso l’animo dei cittadini, pronto ad accogliere ed onorare chi, per effetto dello stesso sentimento e per lo stesso animo invitto, si trovava miseramente caduto nelle più dure e crudeli strettezze “.[2] 

Mons. Testa decanta la magnanimità e la grande carità umana del Re usata ai profughi che volle accompagnare lui stesso. Michele Amari di questo viaggio del Re da Messina a Randazzo alla testa dei profughi scrive:

Perché Messina consumava il soccorso di Ruggiero de Flor, tornava alle stretture di prima e peggio; manicandosi, come delicato cibo, nonché dei giumenti, ma cani, gatti, topi; e queste stomachevoli carni, pur si aveano a sminuzzo; e comperare un po’ di pane non bastavano ric­che suppellettili, arredi, gioielli. Narro non parti d’immaginativa, ma orribilità certe, che i nostri antichi durarono a salvamento della Siciliana libertà, per lasciarne retaggio, mal guardato di poi.

Allo scurar della notte crescea l’orrore in Messina, cresceano i lamenti; usciano a gridar pane, non i mendici, ma gli agiati, pelle ed ossa, scrive lo Speciale, vergognanti a mostrare il dì quelle spunte sembianze; e molti la dimane si trovavano nelle vie e piazze morti, qual di fame, qual dalla malignità degli scarsi e schifi alimenti.

Talché uno strazio, un compianto era per tutto il Paese; caduta ogni baldanza agli uomini più valenti; le leggiadre donne, non atten­dendo ad ornamento e cura della persona, squallide mostravansi; e pargoletti si videro morire in braccio alle madri, poppando senza trarre una goccia dal seno inaridito.  .  .  .  .  .  .  .  .

Da pochi all’infuori, ugual virtù ebbe il popol tutto di Messina, due volte salvator della Sicilia nella guerra del Vespro; il prim’anno, con quel memorabil valore contro la forza viva di Carlo; e l’ultimo con questa più meravigliosa perseveranza contro lo strazio della fame, lento, ineso­rato, inglorioso, fiaccante corpi ed animi insieme.

Federico dunque, dolente com’egli era della perdita di Blasco, fa spigolar quanta vittuaglia poteasi in Val di Demena, (Randazzo) e, montando a cavallo, vien ei medesimo alla scorta, senza pensare a sé, ma solo al popolo; talché sostando alquanto a Tripi, dopo lungo cam­mino, due pan d’orzo e un fiasco di vino, che a caso si trovò un dei famigliari, furono la sola imbandigione del re; e sfamatosi, gittossi a terra, facendo guancial dello scudo; e riposato qualche ora, rimontò per fornire la via.

Giunto presso la Città, manda i viveri e torna indietro a raccorre nuovo sussidio, perché ba­sta­vano appena a tirar innanzi pochi dì. Tosto rinvenne dunque con altri grani, altri armenti; e allora entrò in Città, allora gli occhi asciutti tra lo scempio del Capo d’Orlando, sgorgarono lagrime al veder il popolo macerato, che sforzavasi a gridargli evviva.

Donde, consultando con Palizzi, deliberossi a rimedio, crudo, ma men del male. Perché i soc­corsi di vittuaglie non si dileguino in un baleno, bandisce che la gente più mendica e invalida alla difesa, esca di Messina con lui e sarà condotta in luogo ov’è cibo.( La Città di Randazzo ).

Allora l’irresistibil talento della conservazione di sé stesso, portò casi che da lungi s’estimano spietati: abbandonar Patria parenti, quanto v’ha di più caro; e lagrimando, scrive Speciale, ma non aspettando i figli il padre, le spose il marito, una squallida moltitudine incominciò a poggiare per la via dei colli; e Federico, raccomandata la Città al forte Palizzi, spogliatosi nel duro incontro ogni fasto di Re, ai miseri spatriati si fe’ compagno.

Questo periodo fu il più glorioso della vita di Federico; perché le due virtù ch’egli ebbe sopra ogni altra, umanità e coraggio, bastavano allora a far l’eroe”.[3] 

A seguito di questo avvenimento molte illustri famiglie messinesi si stabilirono definitivamente nella nostra città, per cui essa aumentò non solo di popolazione ma anche di ricchezza. Si spiega così come in Randazzo ancora si notano i nomi di alcuni casati messinesi, come i Romeo da cui ebbero origine, in seguito; i Bartolomeo, Visconti di Francavilla; i Consalvo Duchi di Carcaci; i Ruggero dai quali discesero i Baroni di Melilli; la romana famiglia Colonna dalla quale discendono i Duchi di Cesarò e i Marchesi di Fiumedinisi. Fino ad un secolo e mezzo fa esisteva ancora il palazzo di questo nobile casato, con lo stemma gentilizio sovrapposto al portone che rilevava una colonna coronata, palazzo che poi ebbe la famiglia La Piana; la famiglia Lanza discendente da Corrado Lanza Seniore, Barone di Sinagra, le cui ceneri ebbero sepoltura nella Chiesa del Monastero di S. Maria di Gesù; la famiglia Russo, detta pure Rosso o Rossi, che da Federico III ebbe affidato il governo della città di Messina, per poi passare a Randazzo ed il cui palazzo, a forma di torre quadrata, fu successivamente convertito in cappellone della Chiesa di San Domenico: la famiglia Balsamo dalla quale discesero i Marchesi di Castellaci, poi Principi, il loro palazzo era allocato nel quartiere di S. Maria; la famiglia Sollima della quale esisteva un sarcofago sempre nella Chiesa di S. Maria di Gesù; la famiglia Basicò dalla quale discese il famoso Dottore in Legge Jacopo che, non avendo eredi, edificò a proprie spese la Chiesa del Monastero Benedettino di S. Giorgio, sulla cui porta  fu apposto lo stemma gentilizio consistente in un vaso di basilico; ed ancora i Peralta, gli Orioles, la famiglia Scala, i Di Paola ed altri ancora che per lungo tratto di storia appaiono in tanti avvenimenti della città che fu da allora la loro patria.[4] 

Finalmente dopo tante lotte e sofferenze, il 19 Agosto 1302, con gli auspici di Donna Violante, sorella germana di Federico III e moglie del Duca Roberto di Calabria, iniziarono le trattative di pace tra il Re di Napoli Carlo II d’Angiò e il Re di Sicilia Federico III. 

La pace di Caltabellotta portò un po di respiro alla martoriata Isola. Randazzo si ebbe il meritato favore da parte del Re Federico che la dichiarò “Città Demaniale ”, alla stregua delle grandi città della Sicilia, ebbe i suoi Capitoli Civici e per quattro mesi all’anno, nella calda stagione, per Decreto del Re (10 Febbraio 1305) tutti i Baroni del Regno furono invitati a corteggiare insieme alla famiglia reale sulle amene alture del fedelissimo paese. Così Randazzo acquista la prerogativa di Città Regale: il grandioso palazzo reale, l’attuale Casa Scala, fu restaurato e sontuosamente attrezzato; intorno ad esso sorsero ancora più numerose le torri baronali e la città fu animata di splendide cavalcate e feste, mentre il benessere materiale confortò ogni ceto di persone.[5]

In questa Città nel 1312 la Regina Eleonora dà alla luce il reale infante cui, nel Sacro Fonte della Chiesa Parrocchiale di San Nicolò, fu imposto il nome di Guglielmo e, come riferisce l’Abate Amico, gli fu conferito dal padre il titolo di Duca di Randazzo.[6] Da allora in poi tutti i Re di Sicilia mantennero tale titolo.

 

 

[1]  Dante Alighieri: Divina Commedia. Riferimento a Federico come "Onor di Cicilia", Purgatorio III, 106 -117.

[2]  Mario Mandalari:  Ricordi di Sicilia – Randazzo. 1907, op. cit.

[3]  Michele Amari:  Vespro Siciliano. Op. cit. Vol. II, Cap. XVIII, pagg. 286 – 288.

[4]  P. Luigi da Randazzo:  Cenni Storici della Città di Randazzo. 1946. D. O. Inedito, pag. 91.

[5]   S.C. Virzì:  Storia – Arte – Folklore in Randazzo. 21° Distr. Scolastico Randazzo. 1985, op. cit. pag. 22.

[6]   V. Amico: Lessico topografico sicolo. Voce: Randatium.

Randazzo dal Sec. XV al Sec. XX

Randazzo dal sec. XV al sec. XX

 

Il lento declino economico e politico della città ha inizio nei secoli grigi della dominazione Spagnola. Questi gli avvenimenti più importanti che caratterizzarono la storia di Randazzo negli ultimi cinquecento anni: 

a) 1492 – Decreto di Re Ferdinando relativo alla espulsione degli Ebrei dalla Sicilia. Fu questo un provvedimento che penalizzò in modo grave ed irreparabile l’economia della città, ove esisteva da secoli una tra le più fiorenti e ricche comunità ebraiche della Sicilia. Il Colle di San Giorgio fu per secoli il loro quartiere. Nell’anno 1492 tale comunità si componeva di ben 170 famiglie che rappresentavano l’11,3% della popolazione di Randazzo, circa 1.000 – 1.200 persone, la più numerosa di Catania e Provincia e la quinta di tutta l’Isola. Fra i tanti componenti vi erano due Rabbini, due Medici e un Banchiere.

b) Il potente Imperatore CARLO V, l’uomo sul cui regno non tramontava mai il sole, il 18 Ottobre 1535 fa il suo trionfale ingresso in città, proveniente da Palermo, attraverso la “Porta di San Martino. Rimane a Randazzo forse tre giorni e, felicissimo per la grande accoglienza ricevuta, fu lui ad elargirle il titolo di “Città“ conferendole il relativo diploma. “CIVITAS RANDATII “.

 

E Carlu V t’incurunau riggina

Quannu passau ‘ntra lu to Rannazzu.

Ti vossi ‘ntra lu sonnu pi vicina

Ccu illu ti purtau ‘ntra lu palazzu.

 

  1. 1536 – Una imponente colata lavica distrugge completamente il ricco Feudo “Annunziata“, deviando perfino il corso del Fiume Piccolo, che circondava la città dal lato di mezzogiorno, e stravolgendo completamente la morfologia di quel vasto e fertile territorio. 
  2. 1539 – La città per quattro mesi è in preda alle truppe ribelli a Carlo V, che la saccheggiano distruggendo ed incendiando, fra l’altro, il “ Grande Archivio Storico “ allora custodito nella chiesa di San Nicola, la più grande della Diocesi.. Perdita gravissima questa, per il gran numero di manoscritti e papiri, specie del periodo greco e dell’alto medioevo, dati alle fiamme dalla ignorante soldataglia. Documenti questi che tanti dubbi e tanti vuoti della storia della città avrebbero certamente colmato.
  3. 1575 – 1580 La peste, portata da un venditore di stoffa, (Messenzio di Demetrio) imperversa per ben cinque anni, uccidendo la maggior parte della popolazione. Il quartiere più colpito fu quello Latino di Santa Maria che infine venne isolato e dato alle fiamme per domare l’epidemia.
  4. 30 Giugno 1672 – E’ ancora vivo nel popolo il ricordo del miracolo della statua di San Nicola, opera di Antonello Gagini ( 1523 ), registrato nel “ Libro Rosso “ della chiesa a pag. 204. Il Santo fece cessare la fame e la mortalità avvenuta in quell’anno a causa della peste, con un miracolo. Dal fianco sinistro della statua marmorea sgorgò tanto sangue che, fluendo lungo il ginocchio, arrivò fino alla mensa dell’altare.     
  5. 1682 – Una terribile alluvione trascinò via il quartiere industriale e commerciale della città, quello di “Santa Maria dell’Itria “, e due  ponti sul Fiume Alcantara, i resti dei quali sono ancora visibili presso “ Porta Pugliese “.
  6. 1719 – Randazzo fu il quartier generale dell’Esercito Spagnolo contro l’Esercito Tedesco. La battaglia si svolse nei pressi di Francavilla di    Sicilia, ma tutti i feriti furono portati a Randazzo e ben 800 vi morirono. Una vecchia Croce in Contrada S. Lorenzo, alla periferia Est della città,    detta “ Croce degli Spagnoli “, ne ricorda la tomba comune.
  7. 6 Agosto 1860 – Garibaldi invia a Randazzo il suo luogotenente, Gen. NINO BIXIO, che prese alloggio nel palazzo del Barone Don Giuseppe Fisauli per reprimere i disordino scoppiati a Randazzo e nei paesi vicini.
  8. Ultimo immane disastro, i bombardamenti Anglo-Americani del Luglio-Agosto 1943 ( ben 84 incursioni aeree …! ! ) che distrussero    il 75% delle abitazioni. Scomparve così gran parte del patrimonio artistico e monumentale della città, testimonianza ultima della sua gloriosa storia.

Generali Parlamenti di Sicilia tenutesi a Randazzo

  • Il primo sarebbe stato convocato nel Monastero di San Domenico da FEDERICO III Il Semplice, per sancire la definitiva sottomissione del partito Chiaramontano.
  • Un altro nel 1366 venne indetto da ARTALE ALAGONA, tutore della REGINA MARIA, per proclamare questa erede al trono di Sicilia. ( Chiesa di San Nicola ).
  • Un terzo venne convocato dalla REGINA BIANCA DI NAVARRA il 3 Luglio 1411.
  • Altri due parlamenti si tennero, sempre nella Chiesa di San Nicola, nel 1411 e nel 1414 sotto FERDINANDO DI CASTIGLIA.

 

Randazzo, 27 Giugno 2019

                                                                                                                                                              Salvatore Rizzeri

 

 

 

 

TISSA - THRSCI

TISSA - THRSCI

 di

Salvatore Rizzeri

 

L'Oinochoe Vagliasindi

Tolomeo la pone, appunto, sulle falde dell’Etna; Silio Italico la chiama piccola, e Stefano Epimatore, dicendola anche piccola città, aggiunge che i cittadini di essa sono i Tessei che Plinio chiama Tissinesi e Cicerone Tissesi. Lo stesso Cicerone denuncia i soprusi di cui furono vittima, perché costretti a dare all’erario più frumento di quanto ne avevano raccolto, oltre a dover dare al Decumano Diognoto Valerio, mandatovi da Verre, molto denaro da lui estorto con la forza. Cicerone nulla però ci dice circa il sito di questa Città.

Fra gli storici moderni l’identificazione di Tissa è del Cluverio che, basandosi su altri autori, la colloca alle radici del Monte Etna, presso il fiume Akesine ossia Cantara.[1]  Dice egli che è d’accordo con Domenico Mario Negro a porre questa città nei pressi di Randazzo:

“. . . ma i Tiracesi, dopo aver combattuto da eroi; vinti dai Siracusani, ma non disfatti, (440 a.C.) non si allontanarono dalla loro antica città. Coadiuvati da Micyto signore di Reggio e Zancla fabbricarono presso le rovine di Tyracia una nuova cittadina che chiamarono Tissa. “ …… Tissa in cujus nunc loco Randazum civitas in colle quam Micytus Rhegii et Zanclae dominus condidit .[2]

Il Canonico Vincenzo Raciti Romeo, nella sua opera afferma che a rendere certa l’opinione di Domenico Mario Negro, del Cluverio, del Borelli e dell’Holm, concorre il validissimo argomento che deriva dalla esistenza della contrada “ Myschi “, presso la necropoli di Santa Anastasia.

La parola “Myschi”, secondo il prelato, certamente deriva da Micytus Signore di Reggio e Messina e fondatore, come si è detto, della cittadina di Tissa nel sito della Città Vecchia di Randazzo.[3]

Di questa città Thrsci (?), che il dotto orientalista Michele Amari in ‘Ibn ‘al ‘Athir legge Tirasah ,[4]  parla questo scrittore arabo nato in Gazirah di Mesopotamia nel 1160 e morto nel 1233.

Nella carta geografica ristampata da Giovanni Martino nel 1786, viene indicato presso Randazzo un abitato col nome di Tissa. Il La Monaca, alla voce Tissa, la dice fondata all’epoca dei Greci o dei Cartaginesi e distrutta durante l’invasione moresca.[5]

L’Amari nella sua storia dei Musulmani in Sicilia dopo aver detto che Khafaja ibn Sufyan nell’anno 869 dell’era Cristiana mosse contro Tirasah’ che risponderebbe a quella città successivamente chiamata Randazzo, aggiunge: “…. Non si sa che ei la espugnasse”. Il certo è che negli anni posteriori gli scrittori contemporanei non nominano più Trinacia/Tiracia, ne Tissa. Parlano invece di una città esistente, presso a poco, nello stesso sito e chiamata Randacium.

Tra il 1980 e il 1981 bel 539 monete di cui 479 in argento vennero trafugate dalla zona archeologica di Tissa e vendute negli Stati Uniti ove è stato pubblicato uno studio sulle loro caratteristiche e la provenienza ( Randazzo ): Randazzo Hoard 1980 and Sicilian Chronology in the Early Fifth Century B.C.

 

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[1] Francesco Cluverio: Sicilia Antica. Libro II°, Cap. VI, pag. 308.

[2] Niger Dominicus Marius: Siciliae Descriptio. Commentarius VIII. ( Cfr. Siciliane Scriptores. Francofurti. Wechel 1579 pag. 611 lin. 3 )

[3] Vincenzo Raciti Romeo: Randazzo origini e monumenti. Pag. 8.

[4] Michele Amari: Biblioteca Arabo-Sicula, vers. Italiana. Vol. I, pag. 385-386.

[5] Emanuele La Monaca: Città Antiche di Sicilia. n. 134.

(Nella foto:   L’Oinochoe Vagliasindi)

 

 

Le Mura di cinta di Randazzo

LE MURA DI CINTA DI RANDAZZO

di

Salvatore Rizzeri

 
Colle di S. Giorgio – La cinta murario ( 1886 )

La città d Randazzo era l’unica del Valdemone difesa da mura di cinta, simbolo della sua grandezza e potenza. Intorno ad esse si svolsero gran parte degli avvenimenti più importanti della sua storia, in particolar modo nel periodo aragonese. Qui nel 1078 si reca Ruggero il Normanno, prima di affrontare i saraceni e nel Monastero di Santa Maria Maddalena lascia le reliquie di San Giorgio cui era profondamente devoto. Ai margini della Porta Orientale, (Porta Messina o degli Ebrei), l’8 Settembre del 1282, si accampano le schiere di Re Pietro Primo d’Aragona; sotto le balze della Chiesa di S. Maria, presso Porta Pugliese, avvenne lo scontro notturno tra l’esercito randazzese contro le truppe del rinnegato Ammiraglio Ruggero di Lauria; presso la vecchia Porta del Roccaro nel 1299 vennero sconfitti gli Angioini, guidati dal loro stesso Principe Roberto d’Angiò; dalla Torre di San Domenico sventolarono le orifiamme e squillarono le trombe per il Parlamento Generale Siciliano; attraverso Porta Palermo il 28 Ottobre 1535 entrò in città Carlo V, l’Imperatore sui cui domini “non tramontava mai il sole”.

Secondo gli storici municipali, le Mura risalirebbero addirittura ad Augusto che, dopo le guerre servili, raccolte le popolazioni delle tre  città, Triocla, Tiracia ed Alesa Mediterranea, ne formò l’unica che in seguito prese il nome di Randazzo. A convalida di questa asserzione il Plumari porta a testimonianza perfino la perizia dell’Ingegnere militare borbonico Lanzerotti, venuto a Randazzo nel 1836 per studiare il progetto di ricostruzione del campanile di S. Maria. L’Ingegnere, dopo attenta perizia,  asserì infatti che le mura di Randazzo sono, nella loro struttura muraria, simili a quelle di Taormina di cui si sa certamente che vennero costruite dall’Imperatore Augusto quando la città fu dichiarata colonia romana.

Non si posseggono documenti per provare ciò e dunque dobbiamo attenerci a quello che oggi ci è possibile osservare: notiamo infatti che la costruzione delle Mura, nella loro forma, nelle loro parti, è di origine medievale e al più lontano possono risalire al periodo svevo, giacché ne Ibn-al Atir, né il geografo El-Edrisi ci parlano nelle loro opere delle mura di Randazzo, pur parlando e descrivendo la città[1].

La prima testimonianza sull’esistenza delle Mura di Randazzo si ha al principio del periodo aragonese, quando Re Pietro I scelse Randazzo come quartier generale delle operazioni contro gli Angioini che assediavano Messina. Ad un chilometro della città verso oriente esiste una località che porta ancora il nome di “Campo Re” che ricorda il luogo in cui si accampò l’esercito del sovrano aragonese. In tale occasione Pietro I restaurò le Mura, rafforzò le Porte di ingresso e su due di esse, quella orientale e quella occidentale, fece collocare i suoi stemmi a testimonianza di detti restauri. Tali insegne reali sono ancora visibili sulla porta di oriente, detta appunto “Aragonese”.

Anche Re Martino in un Capitolo del 1406 comanda che si riparino, giacchè

. . . certa parti di Mura di la terra sunnu dirupati e parisci di rumpirisinni una grandi quantitati

. . . . et etiam li firmaturi di li porti su’ guasti e li porti di la terra caduti . . . “.

Fino alla metà dell’800 la vecchia cinta muraria era intatta, con le sue sette torri e le dodici porte. Si estendeva intorno alla città come un anello per quasi tre chilometri, con un’altezza di dieci metri e uno spessore di circa tre metri alla base; era rinforzata da una fila di merli guelfi che si inseguivano spessi e fitti alla distanza di 50 centimetri l’uno dall’altro, affiancati da un camminamento di ronda di un metro e mezzo di larghezza.

Di esse rimangono ancora qua e là alcuni tratti, erosi dal tempo, che tuttavia richiamano alla mente i tempi gloriosi della città, quando i suoi baroni la riempivano di splendore e di fasto, quando le sue scolte vigile vegliavano in armi sugli spalti delle mura e i suoi araldi erano pronti a dar fiato alle trombe.

I lavori necessari all’apertura della carrozzabile nazionale, la mania rinnovatrice e progressista di un Sindaco di fine ottocento, hanno inferto i primi colpi a questa imponente opera di difesa; il resto lo fecero i lavori di ampliamento e sventramento della vecchia città e i disastrosi eventi bellici dell’estate del 1943.

Delle dodici porte ne esistono soltanto quattro integre, mentre di una quinta, (quella dell’Erba Spina), è ancora visibile lo stipite di destra con la parte iniziale dell’arco. Delle sette torri che le rinforzavano rimaneva nel dopo guerra qualche traccia solamente di quella di S. Domenico, a suo tempo divenuta il cappellone dell’omonima chiesa. Essendo in condizioni pietose ed urgendosi un restauro accurato per assicurarne la stabilità compromessa dalle incursioni aeree, fu inopinatamente demolita intorno al 1970.

La parte più integra delle mura è quella che sovrasta la collina di San Giuliano che si collega alla Porta Aragonese e che fiancheggia la strada nazionale. Un’altro tratto è quello che si trova ad occidente tra Piazza S. Pietro e Porta Palermo. Completamente distrutto o manomesso invece il tratto settentrionale, quello che un tempo si affacciava sulle balze dell’Alcantara: venne demolito nella gran parte, mentre ciò che rimaneva venne utilizzato quale cortina muraria su cui si aprono balconi e finestre di abitazioni private. Il resto, purtroppo, è scomparso.

 

[1] S.C. Virzì: Randazzo e le sue opere d’arte.  Vol. II, pag. 117.