La Storia

Randazzo e la sua storia

Salvatore Rizzeri

RANDAZZO E LE SUA STORIA

Secondo lo storico greco Tucidide, la prima colonia greca in Sicilia venne fondata intorno al 750 a.C. da calcidesi guidati da Teocle, i quali – spinti dalla povertà della loro terra – si avventurarono per le acque del Mediterraneo alla ricerca di terre più ricche da coltivare. Sbarcati sulla costa Jonica, nei pressi di Taormina, fondarono la loro prima colonia ( Naxos ), a cui altre ne seguirono da lì a poco in quasi tutta l’isola. La colonizzazione greca della Sicilia non avvenne, però, in modo del tutto pacifico. I Siculi, antichi abitatori dell’isola, reagirono alla sistematica e progressiva occupazione della loro terra.

L’ultimo grande tentativo di riscossa dei Siculi è del quinto secolo, allorchè il Principe Ducezio di Nea sfruttando il vincolo etnico ed il sentimento religioso, caratteristiche queste che univano i Siculi – dopo aver riunito il suo esercito nei pressi dell’antico Santuario dei fratelli “ Palici “ ed aver posto la sua capitale a “ Palike “ ( l’odierna Palagonia ), nel 459 a.C. mosse contro i greci di Siracusa e di Agrigento, cui riuscì a strappare alcuni centri da queste precedentemente sottomessi, come “ Etna-Inessa “, nei pressi di Paternò. Dopo un decennio di successi, però la stella di Ducezio volge al tramonto; battuto sia dagli agrigentini che dai siracusani, dopo aver perso i centri precedentemente conquistati, viene da questi esiliato nel 446 a.C. a Corinto, da dove, però, qualche tempo dopo fugge per ritornare in Sicilia, onde riprendere la lotta contro i colonizzatori greci.

Sbarcato sulla costa tirrenica fonda la colonia di “ Calatte “ presso l’odierna Caronia. Da lì a poco, però, il generoso principe viene a morte; di questo fatto ne approfitta subito Siracusa per sottomettere ed impadronirsi delle città sicule della parte orientale dell’Isola.

Secondo lo storico Diodoro Siculo fu  Trinakria “ “ Trinakia “ l’ultima città Sicula a capitolare dinanzi alle preponderanti forze di Siracusa. Situata in località imprecisata nella zona settentrionale dell’Isola, rappresentò l’ultimo caposaldo di resistenza alla penetrazione e colonizzazione greca. Ecco cosa scrive a questo proposito Luigi Pareti:  Il sopravvento di Siracusa apparve più evidente quando, nel 440 a.C. Ducezio morì di malattia, ed i Siracusani si proposero di rendersi suddite tutte le città sicule, eliminando l’unica di esse che, forte, popolosa e tuttora indipendente, poteva rimettersi a capo di una nuova liberazione: Trinacia. Le forze dei siracusani e dei loro alleati bloccarono quella città, non sorretta da nessun'’ltra, ma gli abitanti si difesero virilmente con la morte di molti. Gli altri, fatti prigionieri, furono venduti come schiavi, mentre Trinacia veniva rasa al suolo e si mandavano a Delfi doni votivi con le spoglie ".

Sarei anch’io del parere già espresso da alcuni storici moderni, che identificarono con la contrada ad est di Randazzo, oggi denominata  Cittavecchia , il luogo ove sorgeva l’antico centro siculo. La città si estendeva probabilmente attraverso le balze del fiume Alcantara e la pianura, fino alle  Cube di Mischi e di Sant’Anastasia , ove – fra l’altro – il secolo scorso è stata rinvenuta una necropoli. L’antica città, fondata dal Re siculo Trinaco, rimase indipendente alla soggezione greca finchè, come abbiamo già accennato, dopo una tenace resistenza, nel 440 a.C. fu distrutta dai siracusani. Le testimonianze degli storici e dei geografi della Sicilia antica, avvalorate dal ritrovamento di numerosi reperti archeologici, appartenenti a diverse epoche storiche, avvenuto a seguito degli scavi archeologici condotti nel sec. XIX su iniziativa del nobile Paolo Vagliasindi, ci portano ad affermare che nel territorio di Randazzo esistessero senza dubbio, e fin dai secoli più remoti, diversi centri abitati. Secondo l’Arciprete Don Giuseppe Plumari ( 1770 – 1851 ), certamente il più insigne storico locale, Randazzo risulterebbe, invece, dalla unificazione di ben cinque centri. Queste città, distrutte nel periodo delle guerre civili di Roma, sarebbero risorte ad opera dell’Imperatore Ottaviano in quella unica città che sarà poi Randazzo, così denominata a seguito della corruzione del nome originario che – secondo il Plumari – sarebbe stato  Triracium , divenuto prima  Rinacium , poi  Ranacium  ed infine  Randacium “. Il Plumari – avvalendosi della tradizione persistente nei secoli e raccolta dagli storici locali – ci dà anche i nomi di questi cinque centri:  Tiracia/Triracia, Triocala, Tissa, Demena, ed Alesa “. Questa teoria è, però, da ritenersi largamente superata dai ritrovamenti archeologici recenti. Se, infatti, grazie ad essi è stato possibile stabilire che diversi centri in epoca remota sorgevano nel territorio di Randazzo, incerti rimangono tuttavia le loro identificazioni e di essi si sono perduti anche i nomi, non essendosi ritrovati documenti epigrafici. Pertanto se nella “ Contrada Santa Anastasia “ ritroviamo reperti archeologici che ci conducono fino all’età Bizantina, è  probabile che sulle rovine di “ Triracia  sia sorta, o si sia sovrapposta, un’altra città che possa essere identificata con  Tissa . Gli storici ed i geografi della Sicilia antica mettono nelle vicinanze di Randazzo la città di Tissa; Tolomeo la pone, appunto, sulle falde dell’Etna, mentre Cicerone – pur senza dare alcuna indicazione sulla sua ubicazione – ce ne parla nelle sue orazioni contro Verre in “ De Re Frumentaria “, dove si legge “ A Tissensibusparva et tenui civitate, et aratoribus laboriosissimis frugalissimisque homnibus, nonne plus lucri nomine eriptur, quam quantum frumentii omnino exaverant ? “. Fra gli storici moderni l’identificazione di Tissa è del Cluverio che, basandosi su altri autori, la colloca nella pianura di Moio o poco sopra, nel “ Feudo di Santa Anastasia  luogo ove, come abbiamo precedentemente detto, il secolo scorso è stato rinvenuto interessantissimo materiale archeologico dal nobile Paolo Vagliasindi su un fondo di una sua proprietà; prima fortuitamente e poi in due regolari campagne di scavi condotte dal Prof. Antonino Salinas, Direttore del Museo Nazionale di Palermo, negli anni 1889 – 1890. Si tratta di circa duemila oggetti. Appartenenti ad una necropoli che risale al VI secolo a.C. e vanno fino al VII sec. d.C., cioè al tardo periodo Bizantino in Sicilia. Comprendono vasi attici a figure in nero ed in rosso, oggetti in oro, argento e bronzo; monete di varie epoche, vasetti di origine Fenicia, terracotte Siceliote, grandi anfore e sarcofagi in terracotta. Le indiscusse testimonianze che abbiamo sopra esaminato, riguardanti le origini della cittadina, sono pertanto confermate dal fatto sintomatico che essa giace in un territorio zeppo di reperti archeologici che ci fanno risalire addirittura fino al neolitico. I ritrovamenti frequentissimi negli scavi fortuiti delle varie località del suo territorio, come a  Santa Caterina , luogo ove il Plumari ritiene dovesse sorgere l’antico centro di  Triocala , a “ Donna Bianca , a “ Mischi ""all’Acqua Fredda , a “ Cittavecchia , in cui – negli anni passati – sono venuti fuori un enorme ammasso di cocci di ogni genere, indubbiamente greci, i ruderi di vecchie Chiese Bizantine e medievali, testimoniano che in questa plaga vi fù nei secoli un centro e centri abitati, in cui le popolazioni lasciarono tracce vistosissime di monumenti di alto valore artistico e documentario.

Delle vicende storiche di Tissa poco o nulla ci riferiscono gli storici; si può tuttavia presupporre che, come tutti i centri Siculi delle pendici dell’Etna, rimasta a lungo non soggiogata dalla conquista greca abbia anch’essa, in seguito, subito l’influsso della politica di espansione iniziata da Gelone. Sorgeva, con molta probabilità, a sei chilometri circa da Randazzo, verso levante, a Nord dell’attuale strada provinciale n. 89 e precisamente tra quest’ultima ed il fiume Alcantara. Qui si estende una bella e fertile pianura, posta tra gli ultimi contrafforti dei Nebrodi e le estreme articolazioni della struttura architettonica dell’Etna, ad un’altezza di 650 metri sul livello del mare, luogo quindi ideale per l’insediamento.

Il paesaggio è simile, per certi versi, a quello dove sorge l’attuale Randazzo: un lastrone di basalto a strapiombo sul fiume Alcantara ai piedi dell’Etna, un’aperta e larga pianura in una vasta area ricca e verdeggiante, montagne gialle ed argillose davanti agli occhi ed il nero della massa vulcanica alle spalle. Esplorando il terreno sono ancora evidenti le tracce di detrito archeologico formatosi, come abbiamo precedentemente detto, a seguito delle due regolari campagne di scavi condotte tra il 1889 ed il 1890; minuzzaglia formatasi dalla rottura di grandi urne funerarie di terracotta che componevano i sarcofagi. I greci, infatti, utilizzavano questo tipo di sepoltura dove mancava la pietra calcarea tenera.

Altro elemento probante dell’insediamento umano ci viene dato dai rilevanti avanzi di costruzioni in muratura chiamate  Cube ; con tale nome si indicano le antiche Chiese Bizantine a cupola depressa. Nella zona da noi presa in considerazione troviamo ancora i resti di tre di esse, che prendono rispettivamente i nomi di “ Mischi – Jannazzo e Santa Anastasia ; quest’ultimo nome è anzi proprio di origine Bizantina. A contatto con le mura della città, inoltre, fuori dallo spazio riservato all’abitato, nelle colonie greche e nei luoghi ellenizzati, venivano impiantate le necropoli, città dei morti. Tutti questi elementi ci indicano, con certezza, che in quei luoghi ebbe sede una città; si tratta di poterne stabilire il nome, la data di fondazione e di distruzione, la struttura sociale; quesiti a cui cercheremo di dare una risposta la più esauriente possibile, alla luce anche dei sopralluoghi che in questi anni abbiamo effettuato. La mancanza però di un diario degli scavi della necropoli di Santa Anastasia ci impedisce, purtroppo, di poter fare uno studio comparato con altre necropoli della Sicilia.

La descrizione documentata delle due campagne di scavi  di cui si è detto, alla luce delle nuove prospettive storiche e di ricerca, avrebbe avuto un’importanza fondamentale, consentendoci di poter dare delle risposte ai tanti quesiti rimasti insoluti. Parte di quei reperti archeologici venuti alla luce ( il numero maggiore degli oggetti rinvenuti fu portato al Museo Nazionale di Palermo ed alcuni di pregio si trovano in quello di Siracusa ), costituiscono oggi il patrimonio del Museo Vagliasindi, di cui fa parte la pregevole Oinochoe. A questo proposito sarebbero auspicabili due iniziative che ritengo di fondamentale importanza:

1)     La richiesta, da parte dell’Amministrazione Comunale al Museo Nazionale di Palermo, della restituzione dei reperti archeologici provenienti dagli scavi di “ Contrada S. Anastasia “, che ci risultano essere ammassati ed inutilizzati negli scantinati del Museo di Palermo. Essi troverebbero certamente una collocazione più consona nel Museo Archeologico di Randazzo che, ricordiamo, ha sede in alcune stanze del Castello Svevo.

2)     Una ripresa degli scavi, perché eventuali nuovi rinvenimenti possano colmare le lacune che attualmente si hanno sulle origini della città e prima che i soliti tombaroli completino l’opera distruttiva che va avanti ormai da decenni.

Poiché gli oggetti rinvenuti vanno cronologicamente dal periodo Siculo al dominio Bizantino, si deduce che, senza ombra di dubbio, l’insediamento umano in quei luoghi ebbe carattere di continuità dai tempi preistorici fino al periodo precedente alla dominazione Araba in Sicilia.

Con la dominazione bizantina finì la vita di questa città sicula, colonizzata dai Greci, conquistata dai Romani e distrutta sicuramente dagli Arabi. Ci viene in aiuto, a tal proposito, Michele Amari nella sua “ Storia dei Musulmani di Sicilia “.

L’Amari scrive:  . . . .  Khafagia, Emiro di Sicilia dall’anno 862 all’871 d.c., dopo l’ennesimo tentativo di espugnare Taormina, di Rebì primo dell’anno 255 dell’Egira ( dal 17 Febbraio al 18 Marzo ), movea sopra - Tiracia -, com’io leggerei in Ibn Al-Athir, e risponderebbe a quella che poco appresso fu chiamata Randazzo. Non si sa s’ei la espugnasse “.

Senza dubbio, dal momento che gli oggetti rinvenuti nelle tombe di Santa Anastasia vanno inquadrati fino alla dominazione del Romano Impero d’Oriente, i Musulmani dovettero distruggere la città limitrofa alla necropoli, perché i periodi di vita di una città coincidono sempre con quelli della relativa necropoli.

I recenti e ripetuti sopralluoghi da me effettuati, mi inducono a pensare non doversi trattare di un piccolo insediamento, come è stato fin qui descritto; ritengo anzi che ci troviamo di fronte ad una città dalle dimensioni consistenti, che si estendeva per tre o quattro chilometri quadrati, situata in posizione strategica di vitale importanza; nodo stradale obbligatorio per chi – da Messina, Taormina e dai centri della costa Jonica – intendesse raggiungere il centro della Sicilia e quindi Palermo.

L’Emiro Khafagia nell’anno 869 d.C. non avrebbe avuto motivo alcuno per radere al suolo un piccolo ed inerme villaggio, mentre ne aveva molti per distruggere una città libera, forte ed in posizione strategica, che avrebbe potuto procurargli seri guai da un punto di vista militare. Circa il nome dall’antica città, posta tra l’Etna e l’Alcantara, esiste una lunga e fitta serie di ipotesi, qualcuna delle quali è già stata da noi citata nelle precedenti pagine; riferirle sarebbe lungo e tedioso, portandoci solo a costruire un palazzo senza fondamenta, in quanto manca alle argomentazioni dei vari studiosi municipali una pur minima documentazione.

Tuttavia, alla luce dei recenti sopralluoghi e di quanto risulta dagli scritti di quasi tutti gli storici più accreditati, emerge una visione comune a tutte, circa l’ubicazione di Tissa tra l’Alcantara ed i piedi dell’Etna. Di conseguenza, volendo dare una parvenza di realtà alle origini di Randazzo, veramente merita di essere accolta l’ipotesi che la città progenitrice dell’attuale possa essere stata quella distrutta dai Musulmani nell’anno 869 d.C., coincidente con la piccola e frumentaria città di Cicerone. [1]

 

[1]  S. Rizzeri – Le origini di Randazzo – Randazzo Notizie n. 44 – 45, pagg. 7 – 11, anno 1993.

Randazzo 1943 - Diario di un Sopravvissuto

Randazzo – Estate 1943

Diario di un sopravvissuto

La Vigilia di Natale 2012 dalla Francia, (Lione), ho ricevuto la telefonata di mio cugino Carmelo Venezia per gli auguri di fine anno, (ha l’identico nome e cognome della mia defunta madre, cui era affezzionatissimo e alla quale telefonava settimanalmente). Si è intrattenuto per un bel po’ di tempo chiacchierando del più e del meno, chiedendomi in particolare di Randazzo, sua città natale, a cui è attaccatissimo e dove risiedono le sue sorelle ed il fratello. (Entrambi siamo nati nella stessa casa, quella di Via Orioles, nel quartiere di San Nicola, di proprietà di nonno Carmine). Ha anche voluto conoscere il mio indirizzo mail anticipandomi che di li a poco mi avrebbe fatto avere il racconto relativo ad un particolare periodo della sua gioventù. 

Trattandosi di persona dalla grande puntualità e precisione, dotata di un’animo sensibile e nobile come pochi, già il giorno dopo ricevevo la sua mail con allegata quella che subito mi è apparsa come una interessante pagina inedita della storia recente di Randazzo. Si tratta del racconto relativo al periodo bellico vissuto personalmente dall’autore, allora ragazzo, che riportandoci indietro di 70 anni ci fa rivivere avvenimenti tragici, luoghi e personaggi sconosciuti ai più, ma meravigliosamente ricchi di umanità: “gente d’altri tempi” si direbbe oggi. 

E’ uno spaccato di vita e di eventi vissuti in prima persona, che ci danno l’idea di quelli che furono i giorni drammatici, le sofferenze, i lutti e le distruzioni apportate alla nostra città dalla “pazzia” degli uomini.

Non ho apportato alcuna modifica sostanziale a questa meravigliosa pagina della nostra storia, ho solamente aggiunto le rare ma importanti immagini fotografiche che ho avuto modo di reperire, qualche lieve precisazione e qualche nota a quello che ho voluto intitolare: “Diario di un sopravvissuto                                                                                                                                                                

 

Randazzo 15 Agosto 1943 - Largo Ain-Zara

13 Luglio 1943           

Era una giornata particolarmente luminosa, con il sole splendente e un caldo quasi torrido, il cielo era azzurro e trasparente. In quel periodo, con le scuole chiuse e gli insegnanti in vacanza, mia madre mi affidava alle cure di una maestra d’asilo, anche perchè lei in quegli  anni lavorava  alle dipendenze della Manifattura dei Tabacchi. Lo stabilimento, a causa della guerra, era stato trasferito da Catania a Randazzo ed installato al piano terra del Convento Benedettino di Santa Caterina, nell’ala che si affaccia sul Corso Umberto I°. Il personale era costituito prevalentemente da donne, molte delle quali catanesi e randazzesi. Erano queste che si dedicavano al confezionamento delle sigarette.

La manifattura di Randazzo alimentava l’intera Regione, ma anche la truppa tedesca, molto numerosa nella nostra città in quel mese di Luglio del 1943. La mia  maestra abitava di fronte casa mia, esattamente all’angolo della Via Duca degli Abruzzi e la Via Cellini. Si chiamava Santina Lo Giudice; ho saputo che è deceduta qualche  tempo fa nella Regione di Milano. Era stata educata nel Convento delle Suore di Santa Caterina, ed era una grande esperta nell’arte del ricamo, sapeva  inoltre inculcare nei bambini cui badava, l’educazione, il rispetto e le buone maniere. La nostra classe era sistemata in una grande stanza dove si apriva un’antica finestra in pietra lavica ad arco semicircolare, con una chiave di volta scolpita con grande maestria da un artigiano scalpellino randazzese verso la meta’ del XVIII secolo. Questa finestra non esiste ora più, demolita da mani inesperte, è stata trasformata in un’anonimo moderno balconcino.

Quel giorno l’orologio della Chiesa di Santa Maria segnava le ore 11 e 15 minuti; sentivamo in lontananza il rombo dei motori degli aerei in avvicinamento e ci siamo subito alzati dalle nostre sedie per ammirarli. Se ben ricordo erano un gruppo di 12, perfettamente allineati, ed avevano una doppia coda; si trattava forse di aerei tipo Noratlas di fabbricazione francese. (In realtà si trattava dalla 9^ AF - Air Force americana -, con gli aerei B-25 e P-40, e dalla NATAF - North West Tactic Air Force -, con i bombardieri Wellinghton).[1]   

Bombardieri Italiani Savoia-Marchetti

Venivano da Ovest e si dirigevano verso Est. L’ammirazione era enorme per noi bambini, talmente lo spettacolo era bello. Ma qualche minuto dopo abbiamo sentito uno scoppio seguito da una serie di enormi boati mentre una grande nube di fumo e di polvere si levava in alto. Avevano bombardato la Stazione della Ferrovia Circumetnea. Ci fu un grande panico: bambini e mamme nelle strade che piangevano, gente che correva in tutte le direzioni alla ricerca dei bambini e dei propri famigliari. Molti abitanti intuendo che non si sarebbe trattato di un’azione isolata, subito prepararono qualche sacco rienpiendolo di indumenti di coperte e dell’indispensabile per poi allontanarsi dal centro della Citta’ e trovare rifugio nelle campagne, nelle grotte e nei vecchi casolari dei Nebrodi e delle pendici dell’Etna. Per quanto riguarda la mia famiglia, verso le ore 13 i miei nonni, Carmelo Venezia e il nonno materno Gaetano Sangrigoli, combattente della Guerra del 1915-18, aveva anche partecipato alla battaglia di Caporetto, decisero di trasferirci tutti al  Mulino di « Citta’ Vecchia ».

Uscendo dalla « Porta Pugliese » raggiungemmo la riva sinistra del fiume Alcantara e ci recammo  a piedi al Vecchio Mulino. La paura era enorme, mia zia Maria, all’epoca giovane donna, rimase paralizzata dalla paura ed incapace di camminare, il nonno Gaetano infatti dovette trasportarla sulle sue spalle fino alla meta. Strada facendo lungo le rive del fiume il terreno era disseminato da migliaia di volantini lanciati dagli aerei alleati, che ordinavano alla popolazione civile lo sgombero  della Città. 

Gli Americani alla periferia di Randazzo 

La sistemazione nei locali del vecchio mulino non fù cosa semplice; la nostra piccola comunita’ era composta dai nonni materni, Gaetano e Antonina, dalla zia Maria, dallo zio Giuseppe, all‘ epoca tredicenne, da mia madre Alfia, mio padre Giuseppe, mia sorella Anna e dalla mia sorellina Antonina nata quattro mesi prima, che ogni qualvolta sentiva il rumore degli aerei si metteva a piangere, ed infine da mio nonno paterno Carmelo di professione Mugnaio, da parecchie generazioni. Si viveva assieme ad altre famiglie catanesi all’interno di una grotta che si apriva di fronte al mulino e nelle poche stanze al piano superiore dello stesso, all’epoca in perfetta efficienza e gestito da mio padre e dal suo socio il Signor Antonino Caggegi, nonno del nostro attuale medico, assieme ai suoi due figli Nino e Orlando. 

Si dormiva per terra sopra un po’ di paglia con qualche coperta a ripararci dal freddo della notte,  l’alimentazione era piu’ che razionata ed era anche difficile e pericoloso muoversi dai rifugi alla ricerca di cibo, perchè ogni due ore gli aerei venivano a bombardare la nostra citta’ e man mano che passavano i giorni le incursioni si facevano sempre più intense e frequenti. La notte, prima di sganggiare le bombe, gli aerei illuminavano Randazzo con i loro razzi per individuare gli obiettivi da colpire. Sembravano tanti fuochi d’artificio, erano invece fuochi portatori di morte e distruzione. Rimane ancora inspigabile come mai gli alleati, di solito ben informati, si accanirono in un modo così massiccio e devastante contro la Città, al cui interno non vi erano ne postazioni antiaeree ne comandi militari Italo-tedeschi, che si trovavano invece ben acquartierati tutt’intorno alle colline che sovrastano la Città e alla periferia di Randazzo. Vennero indiscriminatamente distrutte ed incendiate: case, palazzi, Chiese, nonchè i più bei monumenti architettonici di epoca normanna, sveva, aragonese e dei secoli successivi. Opere pittoriche di grande pregio, sculture e affreschi di incommensurabile valore, mobili d’epoca, statue, oggetti sacri e quant’altro. Per non parlare degli archivi storici della Città, tutti completamente distrutti e con essi i libri, i documenti, le pergamene greche, latine, bizantine e i codici arabi. Interi quartieri demoliti, non si risparmiarono nemmeno i defunti: venne centrato più volte anche il Cimitero. Tanti i morti, tantissimi i feriti.

 

L’artiglieria Alleata bombarda la città 

Una notte della prima settimana del mese di Agosto, anche la zona dove si trovavano i nostri rifugi, venne bombardata; fortunatamente il mulino non subì danni. Una aereo inglese venne però centrato dalle batterie antiaeree e cadde nelle vicinanze. In quei giorni le squadriglie dei bombardieri inglesi e americani avevano l’ordine di distruggere a tutti i costi il Ponte sul Fiume Alcantara; la manovra di discesa in picchiata degli aerei che dovevano centrarlo con le loro bombe, in quella stretta valle, era però molto difficile e pericolosa per la posizione dello stesso; molti infatti furono gli aerei alleati che si schiantarono contro la collina o che caddero con il loro carico micidiale di bombe all’interno della città che dista dal ponte solo poche decine di metri. In vista della imminente ritirata, il ponte  era però gia’ stato minato dalle truppe Italo-tedesche e predisposto per la distruzione dopo il loro passaggio, cosa che regolarmente avvenne il 13 di Agosto del 1943.[2] 

Intensificandosi i bombardamenti rimanendo in quei nascondigli era divenuto molto rischioso. I nostri genitori e gli anziani decisero allora un’altro spostamento. Di notte venne caricato con le nostre masserie l’asino, un docile animale che chiamavamo Ciccio e che normalmente veniva utilizzato per il trasporto dei sacchi di grano e di farina destinata ai clienti. Questa volta però il carico era ben diverso: coperte, il poco cibo rimasto  e sopratutto molta acqua. Tutta la nostra communità si spostò così sulle falde dell’Etna in una zona chiamata « Mandrazzi ». Avevamo trovato rifugio in una vecchia casetta costruita in pietra lavica a secco, era nascosta tra i cespugli e circondata da ginestre in fiore; la zona era ricca di erbe aromatiche, l’aria era  fine e  molta profumata; da questo posto però non vedevamo piu’ Randazzo. 

Faceva parte del nostro gruppo di sfollati anche un cugino del nonno Gaetano; ci aveva raggiunti al rifugio assieme ad una famiglia catanese composta dal papà, mamma e due figli della mia età. Il cugino del nonno era nato a Catania e si chiamava Nino Spitaleri; amava moltissimo la nostra Vecchia Randazzo ed era rispettosissimo dei suoi amici randazzesi. In passato aveva comprato un piccolo vigneto in Contrada «Pirao», che coltivava con tanto amore e tanta passione. Produceva una modesta quantita’ di vino rosso genuino, pieno di aromi e di sapori. Amava particolarmente gli animali e qualche tempo prima aveva comprato una capretta; noi bambini erevamo molto affezionati a questo animale, anche perchè amava essere accarezzata e per noi era come un compagno di giuoco. Era il nonno Carmelo, (nella corporazione dei vecchi mugnai era chiamato Carmine), quello che aveva il compito giornaliero di andare a raccogliere le buone erbe per nutrirla. Mia madre, a causa della paura e dei grossissimi problemi di ogni giorno, non poteva piu’ allattare la mia sorellina Antonina, ed è grazie al poco latte che questo generoso animale poteva dare, che mia mamma ha potuto nutrire per qualche tempo la sua neonata. 

      

                                                                  Si soccorre un ferito                                                                   

In questo periodo si era anche diffusa una epidemia di malaria, ed anch’io ne rimasi contagiato, la febbre era altissima e avevo tremendi mal di testa. Mia nonna Antonina, infaticabile lavoratrice e donna affettuosa con tutti, era riuscita a procurare del chinino con il quale mi curava. Di un gusto più che amaro, era il solo farmaco allora conosciuto per curare questa malattia. La vita giornaliera era organizzata dagli anziani; ogn’uno aveva il suo compito. Bisognava soprattutto procure il cibo, andare a raccogliere le erbe selvatiche per le minestre, trovare un po’ di frutta, raccogliere tutto quello che la natura e la stagione poteva offrirci. Mio padre aiutava la nonna a preparare le lasagne con quel poco di farina che rimaneva; il nonno Gaetano ed il nonno Carmelo andavano in cerca della legna per accendere il fuoco, stando bene attenti a non fare fumo  ed evitare  qualsiasi riferimento che potesse segnalare la nostra presenza alle truppe tedesche.  Le donne si occupavano anche della pulizia del luogo; lo zio Nino fungeva da barbiere; teneva molto alla pulizia e tutti i giorni la barba era di rigore. Durante questo periodo mio zio Giuseppe mi conduceva  in un luogo non molto distante dal casolare dove alloggiavamo, in cima ad una piccola antica colata lavica aveva costruito con i rami delle ginestre una piccola capanna  ben nascosta; da questo punto di osservazione potevamo ammirare il panorama. 

Un giorno di Agosto, erano le 15, quando un gruppo di una ventina di soldati armati con fucili e mitragliatrici bussarono alla porta della vecchia casa. Mio zio credeva che fossero soldati tedeschi; in quel periodo cercavano i muli ed i cavalli che da li a poco sarebbero serviti per la ritirata. Molte donne in questo periodo erano state violentate da soldati tedeschi e la paura era tanta, fortunatamente si trattava invece di soldati italiani che cercavano i paracadutisti e i piloti alleati precipitati con i loro aerei e dispersi nelle campagne circostanti la città, soprattutto verso Monte Colla e sulle pendici dell’Etna. Rivolsero ai nostri nonni molte domande e alla fine chiesero solamente un po’ d’acqua per dissetarsi, che venne offerta con molta generosità a quei bravi,coraggiosi e onesti soldati. 

Dalla località dell’Etna dove eravamo rifugiati, come ho già detto, non si riusciva a intravedere la martoriata città, ma udivamo sempre il rumore degli aerei e lo scoppio dei micidiali ordigni che venivano lanciati sulle abitazioni e sugli obiettivi strategici. Il poco cibo portato da Randazzo in tutta fretta durante la fuga, dopo tanti giorni trascorsi in quelle condizioni, cominciava a scarseggiare; ma ciò che ci preoccupava di più era la mancanza di acqua e dove poterla reperire. (Ricordiamoci che i tragici avvenimenti che raccontiamo avvennero dalla metà di Luglio alla metà di Agosto del 1943, quindi in piena estate).

A qualche chilometro più a monte rispetto al luogo ove ci trovavamo, c’e la Contrada «Cisternazza». Questa località, era abitata dalle famiglie Spartà, che per l’occasione ospitavano nei vecchi caseggiati della masseria anche qualche altra famiglia randazzese. Era il solo luogo dove si poteva trovare l’acqua che veniva distribuita dal Signor Salvatore Spartà, (pace alla sua anima), gratuitamente a tutte le persone sfollate in quella zona che ne facevano richiesta. 

Quasi giornalmente il nonno Gaetano si recava con il suo asino non solo in questa contrada ma anche alla lontana « Grotta del Gelo », riscendendone poi con grossi pezzi di ghiaccio che sciogliendosi ci fornivano la preziosissima acqua. Il nonno Carmelo raccontava che le famiglie Spartà erano i più grossi ed importanti allevatori di ovini della nostra zona; producevano un formaggio pepato piu’ che squisito, forse il migliore della Sicilia, che esportavano in grandi quantità anche all’estero, soprattutto negli Stati Uniti.

 

13 Agosto 1943 – Gli alleati occupano Randazzo - Chiesa di S. Martino e Corso Umberto I

L’11 di Agosto fu l’ultimo giorno di bombardamenti aerei subiti da Randazzo, le truppe alleate avevano già superato le prime linee di difesa della Città ed erano ormai vicinissime a Randazzo; con i cannoni di grosso calibro iniziarono allora i tiri per centrare le postazioni dell’ultima resistenza tedesca. Ma i calcoli e la direzione del tiro risultarono ancora una volta errati e l’errore fu tristemente fatale per la popolazione civile. I notri genitori e gli anziani decisero pertanto di allontanarci da quel luogo divenuto ormai pericolosissimo e trovare un’altro nascondiglio. Gli ordigni passavano al disopra delle nostre teste, provocando un rumore ed un sibilo indescrivibili; pensavamo infatti che da un momento all’altro per noi tutto sarebbe finito.

Avevo ancora la febbre e mia mamma mi trasportò sulle sue spalle in una piccola grotta al riparo dai proiettili di artiglieria. I tiri  erano destinati alla resistenza tedesca, ma colpivano la popolazione civile. Le vittime sono state numerose, poi essendosi accorti dello sbaglio, gli alleati corressero il tiro, ma  il danno era ormai compiuto e specialmente nella Contrada « Nave » vi fù una vera e propria strage di civili. 

Finalmente il 13 Agosto 1943 le truppe alleate occupavano ciò che rimaneva della nostra bella e gloriosa Città, mettendo fine a 31 lunghissimi giorni di combattimenti. Qualche ora prima le truppe tedesche avevano abbandonato Randazzo non prima che i loro guastatori avessero fatto saltare per aria il deposito munizioni di contrada « Allegracore » e il « Ponte Nuovo » sul Fiume Alcantara. 

  

Randazzo - Il Ponte sull’Alcantara distrutto 

Lo spettacolo che si presentava era allucinante: le strade ingombrate da montagne di macerie, moltissimi i cadaveri di civili e militari semicoperti di polvere, ovunue bombe inesplose, moltissime le case sventrate e senza tetto, vecchi palazzi incendiati, le cupole delle Chiese di San Nicolo’ e San Martino demolite, gli interni completamente devastati così come tutte le innumerevoli opere d’arte e gli archivi li presenti. La Basilica di Santa Maria, anche se la meno danneggiata, era ridotta in uno stato pietoso: il suo grandioso organo dall’elegante mobile intarsiato e indorato, era stato completamente distrutto,[3] così come quelli di San Nicola e di San Martino. Copolavori antichi realizzati con tanta passione e maestria dai nostri antenati. Bombardato anche il Vecchio Convento di San Domenico adibito ad oratorio dai Padri Salesiani; tutte le domeniche li venivano radunati i ragazzi dei vari quartieri della città e dopo la Santa Messa ci veniva data sempre una dolce ricompensa. Completamente distrutti i Monasteri Benedettini di clausura di Santa Caterina, di San Giorgio e di San Bartolomeo, il Convento del SS. Salvatore dei Padri Cappuccini, quello di S. Michele Arcangelo dei Carmelitani e sul colle di San Pietro anche la meravigliosa Chiesa ed il Monastero di Santa Maria di Gesù. Distrutto, come tanti altri, il palazzo del Barone Paolo Vagliasindi, allora sede del « Museo Archeologico », che si impoverì notevolmente per la perdita di una enorme quantità di reperti. La piccola Chiesa di San Giuseppe, compatrono della città, si presentava semidiroccata; ricordo ancora che la Statua del Santo, privata del suo braccio destro, rimase fuori all’aperto per molto tempo.

La citta’ era disseminata da montagne di bossoli, di armi da fuoco di ogni genere, di bombe a mano e grosse bombe d’aereo inesplose, da cartucce per le mitragliatrici e da veicoli militari tedeschi semidistrutti. Andando poi verso Contrada « Bocca d’Orzo », nei pressi della proprieta’ della nobile famiglia Ribizzi, c’erano ancora molti cannoni di grosso calibro e mitragliatrici tedesche anch’essi distrutti dagli aerei americani. Lo scenario era da Inferno Dantesco. Tantissimo si sarebbe potuto salvare o recuperare ma la gente aveva ben altro a cui pensare: non c’era dove dormire e mancavano del tutto i generi di prima necessità. Basti ricordare che i volumi e gli importantissimi documenti d’archivio disseminati nelle Chiese e nei Palazzi Nobiliari, vennero utilizzati al posto della legna per fare il pane da distribuire alla gente. Si doveva ricostruire in fretta per poter dare una casa alle migliaia di cittadini obbligati a vivere nelle campagne. La ricostruzione di Randazzo fu lunga e difficile anche perché le Autorita’ dell’epoca non seppero o non vollero utilizare i finanziamenti e le agevolazioni di Legge di cui nel dopoguerra usufruirono altre città con danni di gran lunga minori rispetto a quelli subiti da Randazzo. Si ricostruì senza un preciso Piano Regolatore, fu questo il piu’ grande errore che comportò più danni dal punto di vista artistico e architettonico di quelli provocati dalle bombe.  

 

Randazzo Agosto 1943 – Corso Umberto I

Ricordo che per lo sgombero delle strade e per i lavori urgenti, era la Ditta Palermo che aveva  questo incarico. Il lavoro era molto duro e faticoso per i poveri operai che dovevano faticare semplicemente con la forza delle loro braccia. I moderni macchinari non esistevano ancora, il trasporto dei materiali si faceva con i carretti e con l’aiuto dei cavalli e degli asini. In periodi e in circostanze così tristi e drammatici non dobbiamo dimenticare il grande lavoro svolto dai medici locali e dal personale sanitario presente nell’Ospedale di Randazzo: il Dott. Giambattista Panissidi, il Dott. Filippo Finocchiaro, il Chirurgo Dott. Giuseppe Petrina, il Dott. Gaetano Mannino, suo padre il farmacista Dott. Vincenzo, eminente chimico e uomo di grande umanità, il Dott. Sebastiano Germanà. Disponevano di pochissimi farmaci e di scarse attrezzature chirurgiche e malgrado le enormi difficoltà hanno potuto curare e salvare da morte sicura, centinaia di vite umane. Per non parlare delle cure e dell’assistenza prodigate ai feriti, agli infermi, e ai mutilati dalle Autorità Religiose: il Canonico Don Giuseppe Finocchiaro, Cappellano militare e combattente della guerra del 1915 – 1918; assistiva i feriti e benediceva i morti sul fronte della battaglia di Caporetto, il Canonico Don Eduardo Lo Giudice, l’Arciprete Mons. Giovanni Birelli, i Padri Salesiani del Collegio San Basilio, le Suore del Monastero Benedettino di Santa Caterina e soprattutto i Monaci del Convento dei Cappuccini.

Il lavoro delle Suore e dei Religiosi in queste tristi circostanze fu di fondamentale importanza. Cosa non dire di Suor Livia che aveva istallata a fianco dei ruderi dell’ antico « Palazzo De Quatris », una cucina da campo fornita dagli americani e tutti i giorni, con l’aiuto di altri benefattori, preparava il cibo che veniva distribuito gratuitamente a tutti i bisognosi, numerosissimi in  quel periodo. Le  Suore del vecchio Ospedale di Randazzo, che oltre ad aiutare i medici nel loro lavoro, accoglievano ed assistevano nelle corsie feriti ed ammalati. In questa « Apocalisse » si distinsero particolarmente i Frati Cappuccini, numerosi allora a Randazzo, e specialmente il Priore Padre Luigi Magro da Randazzo, che conoscevo fin da bambino. Oltre che all’interno della città tra la povera gente, visitava anche gli ammalati ed i feriti ricoverati nell’altro Ospedale, quello militare, sistemato e gestito dagli Alleati nei locali del grande «Palazzo Vagliasindi», in Contrada « Feudo »,  sul rettilineo della Strada Provinciale che porta al Bivio per Moio Alcantara dove anch’io venni ricoverato. [4]

  

Randazzo - Contrada « Feudo » - L’Ospedale Militare Americano 

Abitavamo in contrada  « Bocca d’Orzo », in una modesta casa di campagna di proprietà del sig. Angelo Palermo. A seguito dell’incendio e dello scoppio provocato da un sacchetto di polvere destinata alla carica dei bossoli per i cannoni, rimasi ferito: il mio viso era irriconoscibile, una parte del mio corpo ustionato. Devo la mia salvezza e la guarigione alla bravura, alla professionalità e all’esperienza di un giovane Ufficiale Medico americano il quale, con i metodi impiegati per i loro militari, ha saputo dopo molti interventi guarirmi senza lasciare alcuna traccia sul mio corpo.  Avevo  un po’ piu’ di nove anni e ricordo il buon Padre Luigi, Priore dei Cappuccini, sempre presente in questo luogo di sofferenze; era un Fraticello buono, umile e Pio, si avvicinava spesso al mio lettino prodigandomi molte carezze; incoraggiava i feriti, gli ammalati, le Suore, in particolare Suor Caterina e tutti i medici. Celebrava la Messa nella grande sala e subito dopo ripartiva per raggiungere il suo Convento di Randazzo, il più delle volte a piedi mancando i mezzi di trasporto, (sono oltre sei chilometri). Portava ai suoi piedi un paio di vecchi sandali senza calze, sia in estate come in inverno.

Nella nostra dimora provvisoria in campagna, i giorni trascorrevano lenti monotoni; la nostra casa, anch’essa distrutta, venne ricostruita  con tanti sacrifici e lavoro dai miei genitori. Poi finalmente il ritorno alle nostre scuole, il contatto con i nostri maestri: Gangemi, Sangrigoli, Lo Giudice, Don Trecariche al Collegio San Basilio, ed altri ancora. Si sperava in un avvenire migliore, fatto di pace, di lavoro, di serenità dopo tale enorme e disastrosa tempesta. I primi anni del dopo guerra sono stati invece molto duri e dolorosi. Alle  nostre mamme mancava di tutto, anche l’indispensabile. Noi giovani ci accontentavamo del poco di cui si disponeva e tante famiglie patirono anche la fame. 

   

Randazzo 17 Agosto 1943 – Colle dei Cappuccini

Un’altra Epoca giungeva, quella che io chiamo  «EXODE »,  L’EMIGRAZIONE. 

Sono nato a Randazzo, nel quartiere di San Nicolò 76 anni fa. A l’età di  21 anni dovetti emigrare all’estero così come altre migliaia di randazzesi. La vita non è stata facile, specie nei primi anni. Molte cose però del nostro carattere e della nostra cultura ci hanno aiutato: la volontà, l’onestà, le nostre competenze professionali e la qualita’ del nostro lavoro. Grazie a tutto questo abbiamo dato lustro e  onore alla nostra  terra  natia. 

Desidero ricordare a tutti i giovani randazzesi che la nostra Città era ricchissima in agricoltura e artigianato: muratori, fabbri, calzolai, falegnami, maestri sarti, erano tra i migliori della Sicilia. Per non parlare degli artisti: pittori, scultori, musicisti e degli intellettuali; moltissimi dovettero emigrare e disperdersi per il mondo intero. E’ stata una grande perdita per la nostra Città, non bisogna dimenticare infatti che prima di questa catastrofe Randazzo contava diciottomila abitanti, scesi a tredicimila nel giro di un solo anno. Randazzo, ha perduto un numero importante per quantità e qualità dei suo figli, continuando di questo passo, un giorno forse perderà anche la sua anima.

Randazzo, Natale 2012

                                                                                                                                                       

[1]  S. Rizzeri: “Randazzo e la sua storia . . . . La Battaglia di Randazzo del 1943. Cap. XVIII, Pag. 269.

[2]  S. Rizzeri: “Randazzo e la sua storia . . . . La Battaglia di Randazzo del 1943. Cap. XVIII, Pag. 272. 

[3]  S. Rizzeri: La Battaglia di Randazzo del 1943. “. . La Chiesa di Santa Maria fu fortunatamente l’unica delle  Tre Cattedrali  che si salvò dalla totale distruzione. Venne però centrata da una bomba d’aereo che colpì l’abside centrale, danneggiando la parte  sommitale, senza che  però  l’artistico  e monumentale  altare maggiore all’interno della Chiesa fosse minimamente scalfito.  Si  incendiò  invece il retrostante grandissimo e meraviglioso  organo di scuola napoletana. Nel dopoguerra l’abside venne ricostruita, così come era, in pietra lavica, da mio padre Vincenzo Rizzeri e dai suoi fratelli, scalpellini, che assieme gestivano la cava di basalto di contrada “Murazzorotto”.

[4]  S. Rizzeri: La Battaglia di Randazzo del 1943. “. . . Passata l’emergenza l’Ospedale militare venne chiuso e le attrezzature utilizzate, (sala operatoria e materiale sanitario), vennero donate dagli americani all’Ospedale Civile della città”.

 
 

 

Randazzo dal Sec. XV al Sec. XX

Randazzo dal sec. XV al sec. XX

Il lento declino economico e politico della città ha inizio nei secoli grigi della dominazione Spagnola. Questi gli avvenimenti più importanti che caratterizzarono la storia di Randazzo negli ultimi cinquecento anni: 

a) 1492 – Decreto di Re Ferdinando relativo alla espulsione degli Ebrei dalla Sicilia. Fu questo un provvedimento che penalizzò in modo grave ed irreparabile l’economia della città, ove esisteva da secoli una tra le più fiorenti e ricche comunità ebraiche della Sicilia. Il Colle di San Giorgio fu per secoli il loro quartiere. Nell’anno 1492 tale comunità si componeva di ben 170 famiglie che rappresentavano l’11,3% della popolazione di Randazzo, circa 1.000 – 1.200 persone, la più numerosa di Catania e Provincia e la quinta di tutta l’Isola. Fra i tanti componenti vi erano due Rabbini, due Medici e un Banchiere.

b) Il potente Imperatore CARLO V, l’uomo sul cui regno non tramontava mai il sole, il 18 Ottobre 1535 fa il suo trionfale ingresso in città, proveniente da Palermo, attraverso la “Porta di San Martino. Rimane a Randazzo forse tre giorni e, felicissimo per la grande accoglienza ricevuta, fu lui ad elargirle il titolo di “Città“ conferendole il relativo diploma. “CIVITAS RANDATII “.

 

E Carlu V t’incurunau riggina

Quannu passau ‘ntra lu to Rannazzu.

Ti vossi ‘ntra lu sonnu pi vicina

Ccu illu ti purtau ‘ntra lu palazzu.

 

  1. 1536 – Una imponente colata lavica distrugge completamente il ricco Feudo “Annunziata“, deviando perfino il corso del Fiume Piccolo, che circondava la città dal lato di mezzogiorno, e stravolgendo completamente la morfologia di quel vasto e fertile territorio. 
  2. 1539 – La città per quattro mesi è in preda alle truppe ribelli a Carlo V, che la saccheggiano distruggendo ed incendiando, fra l’altro, il “ Grande Archivio Storico “ allora custodito nella chiesa di San Nicola, la più grande della Diocesi.. Perdita gravissima questa, per il gran numero di manoscritti e papiri, specie del periodo greco e dell’alto medioevo, dati alle fiamme dalla ignorante soldataglia. Documenti questi che tanti dubbi e tanti vuoti della storia della città avrebbero certamente colmato.
  3. 1575 – 1580 La peste, portata da un venditore di stoffa, (Messenzio di Demetrio) imperversa per ben cinque anni, uccidendo la maggior parte della popolazione. Il quartiere più colpito fu quello Latino di Santa Maria che infine venne isolato e dato alle fiamme per domare l’epidemia.
  4. 30 Giugno 1672 – E’ ancora vivo nel popolo il ricordo del miracolo della statua di San Nicola, opera di Antonello Gagini ( 1523 ), registrato nel “ Libro Rosso “ della chiesa a pag. 204. Il Santo fece cessare la fame e la mortalità avvenuta in quell’anno a causa della peste, con un miracolo. Dal fianco sinistro della statua marmorea sgorgò tanto sangue che, fluendo lungo il ginocchio, arrivò fino alla mensa dell’altare.     
  5. 1682 – Una terribile alluvione trascinò via il quartiere industriale e commerciale della città, quello di “Santa Maria dell’Itria “, e due  ponti sul Fiume Alcantara, i resti dei quali sono ancora visibili presso “ Porta Pugliese “.
  6. 1719 – Randazzo fu il quartier generale dell’Esercito Spagnolo contro l’Esercito Tedesco. La battaglia si svolse nei pressi di Francavilla di    Sicilia, ma tutti i feriti furono portati a Randazzo e ben 800 vi morirono. Una vecchia Croce in Contrada S. Lorenzo, alla periferia Est della città,    detta “ Croce degli Spagnoli “, ne ricorda la tomba comune.
  7. 6 Agosto 1860 – Garibaldi invia a Randazzo il suo luogotenente, Gen. NINO BIXIO, che prese alloggio nel palazzo del Barone Don Giuseppe Fisauli per reprimere i disordino scoppiati a Randazzo e nei paesi vicini.
  8. Ultimo immane disastro, i bombardamenti Anglo-Americani del Luglio-Agosto 1943 ( ben 84 incursioni aeree …! ! ) che distrussero    il 75% delle abitazioni. Scomparve così gran parte del patrimonio artistico e monumentale della città, testimonianza ultima della sua gloriosa storia.

Generali Parlamenti di Sicilia tenutesi a Randazzo

  • Il primo sarebbe stato convocato nel Monastero di San Domenico da FEDERICO III Il Semplice, per sancire la definitiva sottomissione del partito Chiaramontano.
  • Un altro nel 1366 venne indetto da ARTALE ALAGONA, tutore della REGINA MARIA, per proclamare questa erede al trono di Sicilia. ( Chiesa di San Nicola ).
  • Un terzo venne convocato dalla REGINA BIANCA DI NAVARRA il 3 Luglio 1411.
  • Altri due parlamenti si tennero, sempre nella Chiesa di San Nicola, nel 1411 e nel 1414 sotto FERDINANDO DI CASTIGLIA.

 

Randazzo, 27 Giugno 2019

                                                                                                                                                            

 

 

 

 

L'Onor di Cicilia

L’Onor di Cicilia

Federico III d'Aragona

di Salvatore Rizzeri

 

Figlio di Pietro III d'Aragona e di Costanza, figlia di Manfredi, fu proclamato re di Sicilia nel 1296, in seguito ad una insurrezione popolare contro gli Angioini, cui il fratello Giacomo II aveva ceduto il trono. Morì nel 1337.

Nel 1300 il Duca Roberto d’Angiò, giunto in Sicilia con una potente flotta, passa al contrattacco con decisione e violenza, cingendo d’assedio Messina. Resiste ad oltranza la città dello Stretto, fiera dei suoi privilegi e della sua lealtà. Ma l’assedio si protrae per mesi e Federico qui scrive la pagina più gloriosa della sua vita. Fa di Randazzo, dove da tempo si trovava, il suo quartier generale; qui raccoglie vettovaglie inviandole alla stremata città assediata per mare e per terra e, perché potessero giungere più copiosi, il Re si reca personalmente a Catania per richiedere ed ottenere maggior quantità di grano e così, per la stessa via delle montagne, farlo giungere ai messinesi afflitti per la carestia.

                             

Continuando però l’assedio della città, il Re pensò bene di andarvi personalmente. Da Randazzo per foreste e per balzi, a cavallo e a piedi, precedendo le sue truppe, riesce ad entrare in città, solleva le sorti della battaglia e poi accompagna gli infermi, i feriti, i vecchi, tutti gli invalidi che pesano, come corpi inerti, sui ridottissimi rifornimenti, per la stessa via, a trovare rifugio e ristoro nella Fedelissima Randazzo.

Pagina bella ed intrepida della vita di Federico che ebbe ripercussione per tutta l’Italia e in Europa, che strappò a Dante nella “Divina Commedia” quell’”Onor di Cicilia” che è il più bel riconoscimento delle virtù del Re.

 Io mi volsi ver lui e guardail fiso:

biondo era e bello e di gentile aspetto,

ma l'un de' cigli un colpo avea diviso.

Quand'io mi fui umilmente disdetto

d'averlo visto mai, el disse: «Or vedi»;

e mostrommi una piaga a sommo 'l petto.

Poi sorridendo disse: « ...Io son Manfredi,
nepote di Costanza imperadrice;
ond'io ti priego che, quando tu riedi,
vadi a mia bella figlia, genitrice
de l'Onor di Cicilia e d'Aragona,
e dichi ‘l vero a lei, s'altro si dice.... »
[1]

Quando racconto la storia di Randazzo a studenti, amici e visitatori,  dico sempre che per questo straordinario avvenimento, che ebbe per protagonisti Randazzo, Messina e il buon re Federico, anche se non citata, la mia città indirettamente trova posto nella grandiosa opera del sommo poeta. Si tenga altresì presente che Manfredi nel 1258, si fa incoronare per la prima Volta Re di Sicilia proprio a Randazzo, e solo successivamente nella Cattedrale di Palermo.

 “Naturalmente essendo stata Randazzo scelta come luogo capace di dare asilo e conforto a parte della popolazione di Messina, si mostra evidente, senza dubbio, non solo la ricchezza e sicurezza del territorio indicato come rifugio a quei sofferenti, ma si mostra da questo fatto in tutta la sua pienezza, affettuoso l’animo dei cittadini, pronto ad accogliere ed onorare chi, per effetto dello stesso sentimento e per lo stesso animo invitto, si trovava miseramente caduto nelle più dure e crudeli strettezze “.[2] 

Mons. Testa decanta la magnanimità e la grande carità umana del Re usata ai profughi che volle accompagnare lui stesso. Michele Amari di questo viaggio del Re da Messina a Randazzo alla testa dei profughi scrive:

Perché Messina consumava il soccorso di Ruggiero de Flor, tornava alle stretture di prima e peggio; manicandosi, come delicato cibo, nonché dei giumenti, ma cani, gatti, topi; e queste stomachevoli carni, pur si aveano a sminuzzo; e comperare un po’ di pane non bastavano ric­che suppellettili, arredi, gioielli. Narro non parti d’immaginativa, ma orribilità certe, che i nostri antichi durarono a salvamento della Siciliana libertà, per lasciarne retaggio, mal guardato di poi.

Allo scurar della notte crescea l’orrore in Messina, cresceano i lamenti; usciano a gridar pane, non i mendici, ma gli agiati, pelle ed ossa, scrive lo Speciale, vergognanti a mostrare il dì quelle spunte sembianze; e molti la dimane si trovavano nelle vie e piazze morti, qual di fame, qual dalla malignità degli scarsi e schifi alimenti.

Talché uno strazio, un compianto era per tutto il Paese; caduta ogni baldanza agli uomini più valenti; le leggiadre donne, non atten­dendo ad ornamento e cura della persona, squallide mostravansi; e pargoletti si videro morire in braccio alle madri, poppando senza trarre una goccia dal seno inaridito.  .  .  .  .  .  .  .  .

Da pochi all’infuori, ugual virtù ebbe il popol tutto di Messina, due volte salvator della Sicilia nella guerra del Vespro; il prim’anno, con quel memorabil valore contro la forza viva di Carlo; e l’ultimo con questa più meravigliosa perseveranza contro lo strazio della fame, lento, ineso­rato, inglorioso, fiaccante corpi ed animi insieme.

Federico dunque, dolente com’egli era della perdita di Blasco, fa spigolar quanta vittuaglia poteasi in Val di Demena, (Randazzo) e, montando a cavallo, vien ei medesimo alla scorta, senza pensare a sé, ma solo al popolo; talché sostando alquanto a Tripi, dopo lungo cam­mino, due pan d’orzo e un fiasco di vino, che a caso si trovò un dei famigliari, furono la sola imbandigione del re; e sfamatosi, gittossi a terra, facendo guancial dello scudo; e riposato qualche ora, rimontò per fornire la via.

Giunto presso la Città, manda i viveri e torna indietro a raccorre nuovo sussidio, perché ba­sta­vano appena a tirar innanzi pochi dì. Tosto rinvenne dunque con altri grani, altri armenti; e allora entrò in Città, allora gli occhi asciutti tra lo scempio del Capo d’Orlando, sgorgarono lagrime al veder il popolo macerato, che sforzavasi a gridargli evviva.

Donde, consultando con Palizzi, deliberossi a rimedio, crudo, ma men del male. Perché i soc­corsi di vittuaglie non si dileguino in un baleno, bandisce che la gente più mendica e invalida alla difesa, esca di Messina con lui e sarà condotta in luogo ov’è cibo.( La Città di Randazzo ).

Allora l’irresistibil talento della conservazione di sé stesso, portò casi che da lungi s’estimano spietati: abbandonar Patria parenti, quanto v’ha di più caro; e lagrimando, scrive Speciale, ma non aspettando i figli il padre, le spose il marito, una squallida moltitudine incominciò a poggiare per la via dei colli; e Federico, raccomandata la Città al forte Palizzi, spogliatosi nel duro incontro ogni fasto di Re, ai miseri spatriati si fe’ compagno.

Questo periodo fu il più glorioso della vita di Federico; perché le due virtù ch’egli ebbe sopra ogni altra, umanità e coraggio, bastavano allora a far l’eroe”.[3] 

A seguito di questo avvenimento molte illustri famiglie messinesi si stabilirono definitivamente nella nostra città, per cui essa aumentò non solo di popolazione ma anche di ricchezza. Si spiega così come in Randazzo ancora si notano i nomi di alcuni casati messinesi, come i Romeo da cui ebbero origine, in seguito; i Bartolomeo, Visconti di Francavilla; i Consalvo Duchi di Carcaci; i Ruggero dai quali discesero i Baroni di Melilli; la romana famiglia Colonna dalla quale discendono i Duchi di Cesarò e i Marchesi di Fiumedinisi. Fino ad un secolo e mezzo fa esisteva ancora il palazzo di questo nobile casato, con lo stemma gentilizio sovrapposto al portone che rilevava una colonna coronata, palazzo che poi ebbe la famiglia La Piana; la famiglia Lanza discendente da Corrado Lanza Seniore, Barone di Sinagra, le cui ceneri ebbero sepoltura nella Chiesa del Monastero di S. Maria di Gesù; la famiglia Russo, detta pure Rosso o Rossi, che da Federico III ebbe affidato il governo della città di Messina, per poi passare a Randazzo ed il cui palazzo, a forma di torre quadrata, fu successivamente convertito in cappellone della Chiesa di San Domenico: la famiglia Balsamo dalla quale discesero i Marchesi di Castellaci, poi Principi, il loro palazzo era allocato nel quartiere di S. Maria; la famiglia Sollima della quale esisteva un sarcofago sempre nella Chiesa di S. Maria di Gesù; la famiglia Basicò dalla quale discese il famoso Dottore in Legge Jacopo che, non avendo eredi, edificò a proprie spese la Chiesa del Monastero Benedettino di S. Giorgio, sulla cui porta  fu apposto lo stemma gentilizio consistente in un vaso di basilico; ed ancora i Peralta, gli Orioles, la famiglia Scala, i Di Paola ed altri ancora che per lungo tratto di storia appaiono in tanti avvenimenti della città che fu da allora la loro patria.[4] 

Finalmente dopo tante lotte e sofferenze, il 19 Agosto 1302, con gli auspici di Donna Violante, sorella germana di Federico III e moglie del Duca Roberto di Calabria, iniziarono le trattative di pace tra il Re di Napoli Carlo II d’Angiò e il Re di Sicilia Federico III. 

La pace di Caltabellotta portò un po di respiro alla martoriata Isola. Randazzo si ebbe il meritato favore da parte del Re Federico che la dichiarò “Città Demaniale ”, alla stregua delle grandi città della Sicilia, ebbe i suoi Capitoli Civici e per quattro mesi all’anno, nella calda stagione, per Decreto del Re (10 Febbraio 1305) tutti i Baroni del Regno furono invitati a corteggiare insieme alla famiglia reale sulle amene alture del fedelissimo paese. Così Randazzo acquista la prerogativa di Città Regale: il grandioso palazzo reale, l’attuale Casa Scala, fu restaurato e sontuosamente attrezzato; intorno ad esso sorsero ancora più numerose le torri baronali e la città fu animata di splendide cavalcate e feste, mentre il benessere materiale confortò ogni ceto di persone.[5]

In questa Città nel 1312 la Regina Eleonora dà alla luce il reale infante cui, nel Sacro Fonte della Chiesa Parrocchiale di San Nicolò, fu imposto il nome di Guglielmo e, come riferisce l’Abate Amico, gli fu conferito dal padre il titolo di Duca di Randazzo.[6] Da allora in poi tutti i Re di Sicilia mantennero tale titolo.

 

 

[1]  Dante Alighieri: Divina Commedia. Riferimento a Federico come "Onor di Cicilia", Purgatorio III, 106 -117.

[2]  Mario Mandalari:  Ricordi di Sicilia – Randazzo. 1907, op. cit.

[3]  Michele Amari:  Vespro Siciliano. Op. cit. Vol. II, Cap. XVIII, pagg. 286 – 288.

[4]  P. Luigi da Randazzo:  Cenni Storici della Città di Randazzo. 1946. D. O. Inedito, pag. 91.

[5]   S.C. Virzì:  Storia – Arte – Folklore in Randazzo. 21° Distr. Scolastico Randazzo. 1985, op. cit. pag. 22.

[6]   V. Amico: Lessico topografico sicolo. Voce: Randatium.

 
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La Peste di Randazzo del 1575 - 1580

LA  PESTE  DI RANDAZZO  1575 – 1580

di

Salvatore Rizzeri

Di questa terribile epidemia ne fa una minuta e precisa descrizione il Cappuccino Padre Luigi Magro da Randazzo, al cui racconto aggiungiamo qualche precisazione e i brevissimi cenni di quanto accaduto nello stesso periodo alle città di Palermo e Messina, luoghi da cui il morbo si diffuse in tutta l’Isola e riferitici da altri autori.

É necessario ritornare circa un ventennio indietro per non omettere una ben luttuosa disgrazia abbattutasi sulla nostra Città, sotto il Governo dello stesso Re Filippo II di Spagna.

La nostra Città è stata attaccata dalla peste due volte: la prima nel 1347 e la se­conda nell’anno 1575.

La prima volta fu liberata fin dal suo principio, mercè un voto fatto a S. Sebastiano e a S. Rocco. Al primo fu dedicata una Chiesa fuori la Porta di S. Martino, Chiesa che oggi è ridotta a semplice terreno, rimanendo solamente parte del campanile e qualche affresco nella pa­rete di essa che un ciuffo di edera, meglio che non gli uomini, ha difeso dalle intemperie. Al secondo fu offerto un quadro. Parleremo della seconda peste, secondo le notizie che ci sono pervenute e che si sono potute racimolare dai vari storici di Sicilia e concittadini.

Il famoso ed illustre medico Giovanni Filippo Ingrassia (1510 - 1580), riportato dal Mongitore nella Biblioteca Sicula, in una re­lazione stampata nel 1576 a Palermo presso Giovanni Antonio Maida, parla del “ Pestifero e contagioso morbo “ che afflisse la Città di Palermo e molte altre città e terre del Regno di Sicilia nel 1575-1576 ”.[1] 

Ma cosa accadde alla fine della primavere e all’inizio dell’estate del 1575 a Palermo, Messina e alle città di mare, in quanto più facilmente raggiungibili dalle navi provenienti da località ove già imperversava il terribile morbo, che immediatamente si diffuse ai centri dell’interno dell’Isola?

A Palermo era precisamente la mattina del 9 Giugno, giorno in cui si trovò, nel quartiere di San Domenico una donna morta e dopo di lei anche un uomo, un mercante di tappeti, un certo capitano di un brigantino proveniente dalla Barbaria, (Nordafrica) che aveva avuto con lei rapporti sessuali. Non si trattava di delitti passionali, ma dei primi casi di peste a Palermo. Riferiscono i diari di due storici palermitani, Palmerino e Paruta:

“l’innamorato di detta donna e
tutti di casa di una febbre con certi vozzi all’ancinagli,
l’uno imbiscandola all’altro”

La peste dilagava a Palermo e ben presto infestò tutta la Sicilia. Furono chiuse le porte della città e i varchi delle due sole porte aperte, erano altamente controllate per evitare che i contagi aumentassero. In tutte le case c’era gente che moriva. il Senato palermitano decise allora di chiamare a consulto un gran medico di quei tempi, il Dott. Gian Filippo Ingrassia che insieme ad una equipe di colleghi studiarono il rimedio per bloccare la terribile virulenza. E’ a questo luminare che Palermo deve la sua riconoscenza per la salvezza, al suo ammirabile intelletto e al suo prodigarsi per abbattere questo mostro che era la peste. Passarono ben 11 mesi di lotta prima che la peste si debellasse del tutto. Palermo perse circa 3100 persone. I malati infetti vennero barricati dentro casa, vennero chiusi il convento di San Francesco e quello di San Domenico, in quanto i frati si infettarono l’uno con l’altro. La città era un inferno, roghi dappertutto, per ordine dei medici, roba, letti, materassi della gente appestata dovevano essere bruciati. Dolore e disperazione nelle famiglie che si vedevano morire da un giorno all’altro. Delinquenza e teppismo non mancarono, vennero sorpresi ladri che rubavano cose infette e gravissime pene vennero loro date, qualcuno venne bruciato, altri impiccati, altri ancora mandati a sfracellarsi precipitandoli dall’alto dello Steri. Gli ammalati venivano barricati in casa per fermare il contagio e poi trasportati nei due grossi presidi che si trovavano alla Cuba e nel Borgo di Santa Lucia. Successe di tutto; i malati non si dichiaravano per non lasciar bruciare il loro arredamento, si disse pure che i medici non volevano trovare la medicina per questa epidemia perché altrimenti sarebbe venuto meno la loro parcella. Fu per questo motivo che il Dott. Ingrassia sdegnato, rinunciò del tutto al proprio stipendio. Egli fu molto generoso nel dare cura e soccorso agli ammalati. Scrisse un libro che intitolò “Informatione del Pestifero et Contagioso Morbo” che conteneva le sue riflessioni su questa esperienza. La peste durò fino alla primavera del 1576 e solo in estate si dichiarò completamente.[2]  

A Messina L' epidemia arriva a bordo di un mercantile genovese proveniente da Patrasso, dove la peste infuriava. La nave era stata contagiata, alcuni uomini dell'equipaggio erano morti. Ma il comandante aveva falsificato i documenti; il mercantile era stato ammesso nel lazzaretto e anche se proveniente da un porto sospetto, la quarantena non aveva fermato l'abituale contrabbando. I risultati furono disastrosi, morì il 71,5 per cento della popolazione, circa quarantamila persone. Il contagio riesce a passare lo Stretto, a Reggio Calabria i morti furono più del 50 per cento e non mancano le esecuzioni sommarie per chi è sospettato di mettere a rischio la salute pubblica.

 Nella “Cronologia Compendiata”  leggiamo:

Accadde in Messina, in Reggio ed in altri paesi della Calabria, una grande mortalità di gente, a cagione di una peste che si sviluppò e che fu portata a Messina, come si credette allora, da una Goletta, che vi approdò da Levante.

Ma negli altri punti di Sicilia, entrato l’anno 1577, cominciò a cessare la peste che vi serpeg­giava, mercé i provvedimenti dati dal Vicerè Marco Antonio Colonna Duca di Tagliacozzo”. 

Troina, attaccata anch’essa dal morbo venne liberata per intercessione di S. Silve­stro Troinese la cui immagine con grande convinzione dei cittadini, venne portata per il paese come ne fanno testimonianza le Lezioni del Breviario per l’Ufficio proprio del Santo.

Randazzo ha sofferto più delle altre città, perché il contagio si protrasse per circa cinque anni, dal 1575 al 1580.  Ecco come ci viene riferita questa grave sciagura capitata alla nostra Città.

“Correva l’anno 1575 quando faceva ritorno in Randazzo sua Patria, proveniente da Tunisi ove era stato detenuto schiavo, un certo Messenzio di Demetrio, bracciante.

Avendo questi portato una tovaglia omerale di lana, tessuta in Sorìa, la quale poteva adattarsi ad uso di Chiesa, la offrì all’Arciprete di quel tempo D. Giovanni Emanuele che, per divina ispirazione, si astenne dal toccarla. Volendo però acquistarla per uso della Parrocchiale Chiesa di S. Maria, fecela os­servare dai Parrocchiani che trovavansi presenti onde sentirne il loro parere.

Ma purtroppo quante persone la maneggiarono, tante ne furono attaccate da subita­neo gravissimo dolor di capo così intenso da produr loro la morte prima delle ore venti­quattro. I più robusti morivano non oltre i dieci giorni. Chiamato a visita subito l’eccellente Dottore Filippo Cipolla, esternò questi la sua diagnosi, manifestando a tutte le Autorità del Comune di esser questa vera peste Asiatica.  Essendo tutte le persone attaccate di tale morbo domiciliate nel quartiere di S. Maria ciò produsse che il primo ad infettarsi è stato il Distretto di questa Parrocchia, motivo per cui restò subitamente incordonato metà del piano di S. Maria, continuando il cordone sanitario per quella strada che arriva sino alla Chiesa dello Spirito Santo, (prima che gli eventi bellici dell’estate 1943 la distruggessero del tutto, sorgeva nell’attuale Via Cairoli). Ed all’opposta parte di tra­montana dal mentovato piano di S. Maria il suddetto cordone andò ad intersecare quel Pa­lazzo che indi fu posseduto, come in oggi lo è ancora, dalla famiglia Germanà.

Consigli Civici, riuniti nella Chiesa di S. Nicolò, elezione di Deputati Sanitari, un se­condo incordonamento che tagliò affatto la comunicazione con il Quartiere infetto, furono gli effetti delle prime sollecitudini dei Cittadini domiciliati nei due Quartieri di S. Martino e S. Ni­colò nei quali sul principio, godevasi perfetta sanità.

In seguito il male andò crescendo, specialmente nella calda stagione a tal segno che ai 24 agosto 1578 si tenne un Civico Consiglio, a cielo aperto, nel mezzo del piano di S. Maria sotto la Presidenza dello Spettabile Don Diego Sedegno Capitano d’Arme “ad pestem, qui destinato dal Governo, e dal Capitano Giustiziere della città il Magnifico Antonino Ca­val­laro, presenti solamente tre dei Magnifici Giurati che erano Pietro Lanza Barone del Moio, Giovanni Calderaro, Giovanni Tommaso Romeo ed uno dei Giudici Ideoti (cioè non Laureati) che era il Nobile Giovanni Maria Messina, essendo mancati i rimanenti ufficiali del Comune per causa della peste.  In questo Civico Consiglio è stato a pieni voti conchiuso dover prendere il Comune Onze cento di moneta di Sicilia a titolo di imprestito, onde impiegarsi questo capitale nella cura dei poveri appestati con provvederli di letto, di vitto e di medicamenti. Nello stesso Civico colloquio furono eletti i novelli Deputati Sanitari il nobile Don Giu­seppe Viader ed il nobile Valore Lanza.

Questo Civico Consiglio fu confermato dall’anzidetto Vicerè Marc’Antonio Colonna Duca di Tagliacozzo per via di Let­tere date in Messina a 16 settembre 1578.

In esecuzione di queste Lettere Vicereali, tre dei novelli Giurati della VIIª Indizione dell’anno 1578 i quali erano Giovanni Francesco Piccarda dei Baroni di Cianciana, Filippo Garagozzo ed Ercole Basilotta, s’imprestarono dall’Ospedale di questa Città Onze dieci an­nue per il capitale di Onze cento, quale somma fu loro consegnata dal Cassiere di esso Stabilimento che per tale funzionava allora il nobile Antonio Basilotta figlio di Giovanni Francesco.

Ciò dimostra l’atto soggiogatorio che fu stipulato in Randazzo per il Notaro Antonino Corrente a 17 ottobre 1578, in cui si legge succinto rapporto di quanto sopra si è detto.

Con queste Onze cento e con altro denaro raccolto da una volontaria contribuzione di tutti i possidenti, non escluso il Reverendissimo Arciprete Emanuele che sborsò denaro più degli altri, i Deputati Sanitari anzidetti Viader e Lanza fecero costruire cinque baracche di legname per servizio di Spedali agli infetti, tre per gli uomini e due per le donne.

Uno di tali Lazzaretti fu eretto nel piano laterale alla Chiesa di S. Maria dalla parte del Meriggio; altro nel piano del Monastero di San Giorgio e tre fuori le mura della Città al servizio degli infermi abitanti nei sobborghi, uno dei quali fu eretto nel Piano nominato di San Giuliano, uno nel Piano del Convento del Carmine e il terzo dietro la Chiesa del SS. Crocifisso della Pietà (Ecce Homo).

In tale Lazzaretto furono, con somma carità, ricevuti tutti gli ammorbati poveri. Le persone infette non povere furono obbligate a trasferirsi nei due Conventi cioè del Carmine (San Michele Arcangelo) e di S. Antonio Abbate, (conventino dei Padri Antoniani Viennesi - III° Ordine -). Era questo un ordine ospedaliero e monastico-militare, chiamati anche cavalieri del “Tau” a motivo della loro divisa formata da una veste e un mantello neri, sul lato sinistro del petto era cucita una Croce azzurra di sole tre braccia. Disconosciamo però il luogo esatto ove sorgeva, anche se di certo sappiamo che si trovava nel rione orientale della città. [3] Questi due monasteri vennero dichiarati Spedali delle persone infette si, ma non povere.

Quindi si costituirono i giornalieri salari ai Medici, ai Chirurgi, ai Barbieri, ai Guardiani ed aiutanti, e nel tempo stesso si diedero le provviste onde non manchino i medicamenti, il vitto, la biancheria dei letti ed assistenza d’ogni sorte in sollievo degli infetti pel servizio dei quali gratuitamente prestato, soprattutto si distinsero i due Cappuccini Padre Alessio Sacer­dote e Fra’ Placido Laico professo, ambedue di Randazzo.

Non è da dubitarsi che siano stati attaccati ed infetti gli altri due Quartieri di S. Nicolò e S. Martino, mentre sappiamo che una certa Agatuzza Imbrusciano, abitante nel quartiere di S. Nicolò non lungi dal Convento di S. Domenico, morì attaccata di peste in detto anno 1578 ed attesocché, prima di morire, affacciata alla finestra aveva detto ai vicini di casa di trovarsi essa attaccata di peste e che non potendo avere il Notaro per ricevere il suo testamento, lasciava la sua eredità allo Ospedale di questo Comune affidandosi alla loro testi­monianza. Fu perciò che il rettore dell’Ospedale, Matteo Basilotta, dietro di aver ciò verificato per via di testimoni ricevuti presso la Corte Civile di Randazzo, accettò l’eredità della defunta Imbrusciano e si pose, a nome di esso Ospedale, in possesso della casa in vigore di atto stipulato per il Notaro Corrente a trenta settembre 1578.

Attaccati dallo stesso contagio i due quartieri di S. Nicolò e S. Martino e divenuta con ciò maggiore la mortalità, entrato che fu l’anno 1579 i miseri Cittadini ridotti a stato così lacrimevole per via dei loro Deputati Sanitari ricorsero al Signor Vicerè residente allora in Messina, perché si fosse degnato di provvedere questa afflitta Città di Medici e medicine venuti già meno a cagione della peste. Accolse tosto le loro suppliche il Supremo Governante e spedì sollecitamente in Randazzo Medici e Chirurgi provveduti di medicamenti, accompagnati da un reggimento di Truppa Militare e da quattroCarnefici .

Tutti questi individui di unita al Capitano d’Arme ad pestem ed ai Deputati locali alla Sanità, senza usare umani riguardi nè possibili eccezioni di sorta, fecero attaccare fuoco a tutti i cadaveri che trovarono insepolti e fecero incendiare le case tutte che erano infette dal pestifero male e particolarmente tutte quelle esistenti nel quartiere di S. Maria dal punto del Cordone Sanitario in poi, e fuori le mura della Città, tutte le case suburbane, senza neppure eccettuarne una sola.

Durò quest’incendio per sei giorni continui con orribile spavento del popolo che, uscito fuori Città, si era rifugiato nelle campagne, per cui il mentovato quartiere restò quasi tutto incenerito a somiglianza degli altri suburbani quartieri che per molto tempo si osserva­vano ridotti in pochi casolari e in gran quantità di terreni nei quali si piantarono alberi di gelsi neri. Restò preservato da tale incendio il solo Monastero di S. Giorgio, come locale disabitato, attesochè la comunità delle Monache Benedettine sin dai primi giorni nei quali si andava svi­lup­pando la peste lo avevano abbandonato, recandosi nell’altro Monastero di S. Bartolomeo ove si fermarono per tutti e cinque anni della peste, cioè sino a tutto l’anno 1580.

All’inizio dell’anno 1580, si verificò qualche altro caso di morte, di natura pestilenziale e tra gli altri perdette la vita il virtuoso Arciprete D. Giovanni Emanuele il quale non lasciò passare mai un solo giorno, durante la peste, senza visitare i Lazzaretti e senza usare gli atti suoi misericordiosi verso gli Infermi appestati.

La sua morte avvenne nel periodo corso tra il 15 e il 24 del mese di giugno 1580, mentre il suo testamento quale egli avea fatto sin dal luglio 1578 apparve pubblicato in Randazzo per il Notaro Filippo Calvetto, addì 27 giugno 1580, tre o quattro giorni dopo la morte.

La tradizione ci dice essere stato tumulato il suo cadavere nel Cimitero della Chiesa di S. Giovanni Evangelista, sita fuori le mura di questa Città, perché per Decreto Sanitario non potevansi tumulare cadaveri nell’interno del Paese.

Una constatazione del tempo ci fa sapere con certezza che tra coloro che presta­vano servizio diretto agli appestati furono prodigiosamente preservati dal contaggio tre an­geli di vera carità: Il Sacerdote Don Antonino Nastasi che portava la Pisside quasi sempre in petto, comunicando per Viatico i moribondi appestati, e i due Cappuccini Randazzesi Padre Alessio e Fra’ Placido. Questo fra’ Placido, religioso ripieno di amore di Dio, sentì prepotente anche l’amore del prossimo.

In questa occasione per cui Dio afflisse la Città col fiero flagello della peste, egli si trasse il primo a voler servire gli appestati per tutto il periodo in cui perdurò il morbo con­tagioso cioè dal 1575 a quasi tutto il 1580. Appartenne alla religiosa Famiglia del Vecchio Convento sito fuori le mura (Sant’Onofrio) ove poi morì l’anno 1600 in età di 75 anni ed il suo cadavere rimase cinque giorni esposto alla pia devozione e riconoscenza del popolo che lo ritenne come un eroe di santità.

Il Padre Alessio primo di questo nome tra i Cappuccini Randazzesi, visse nel tempo in cui gemeva Randazzo sotto il luttuoso flagello della peste durante il quale si rese più che utile a tutti i suoi concittadini, ed ancor molto utile dopo che cessò il fiero contagio, con il Ministero della Divina Parola predicando allora più che in altra stagione al popolo di questa sua Patria. “Verbo et exemplo” cioè con la parola e l’esempio, spiegava all’aperto, nelle pubbliche piazze, perché i cittadini prudentemente evitavano le riunioni popolari dentro le Chiese, le otto Beatitudini esortando tutto l’uditorio ed animandolo col proprio esempio, allo spregio di questo mondo e dei beni fugaci, per conseguire il vero bene nel Cielo.

Ed era tale la fiducia ed il rispetto che riscuoteva dal popolo che, nel dì prezioso di sua morte, accorso a venerare la salma rivestita del Santo abito divenuta già bella e spi­rante soave odore, reputavasi fortunato colui che avesse potuto tagliare un pezzetto di to­naca per portarsela quale Reliquia. Tutti perciò lo piansero con lacrime di vera tenerezza manifestando fiducia nella sua intercessione presso Dio.

Non si potè sapere il vero numero di coloro che in tutto il periodo di cinque anni mo­ri­rono con la peste in Randazzo, mentre sono discordanti tra loro i nostri scrittori pae­sani.

Vi è chi dice che i morti di tutta la Città e di tutti i Suburbi ammontarono a ventidue mila per­sone, chi dice ventiquattro e chi finalmente trentadue mila individui, persuasi tutti costoro della vetusta tradizione che la città di Randazzo era stata un tempo numerata per ottanta­quattro mila abitanti per cui si meritò l’epiteto di URBIS PLENA. Questa cifra deve sembrare molto esagerata e toccò anche la suscettibilità dell’Abate Paolo Vagliasindi nella polemica col Vigo e col Plumari i quali per altro riferivano quello che ave­vano letto nei manoscritti lasciati dai vecchi scrittori di storia paesana.

Però Nicolò Speciale, nei “ Fatti e nella Vita di Federico II ”, scrivendo ciò che fece, nell’anno 1299, Roberto Duca di Calabria contro il Monarca Siciliano, scrisse: Randatium inter omnes Terras Vallae Demenae praestantiorem obsedit ”, cioè Roberto cinse d’assedio Randazzo la più importante tra tutte le terre del Val Demone. Sono questi tutti i dettagli arrivati a nostra cognizione intorno alla peste di Randazzo”.[4]

Personalmente ritengo che in considerazione del numero degli abitanti di allora, del fatto che quello pesantemente colpito fu soprattutto il quartiere di Santa Maria, quello centrale della citta, e per la lunga durata del morbo, il numero dei morti dovrebbe essere compreso tra le tre e le cinquemila unità. 

E’ chiaro che le cifre indicate dagli storici locali del tempo siano del tutto inappropriate, soprattutto in ordine all’effettiva consistenza della popolazione residente nella città quando nel 1575 si diffuse il terribile morbo.  

Randazzo, 18 Giugno 2019

                                                                                                                                        

[1] Padre Luigi da Randazzo: Cenni Storici della Città di Randazzo. 1946,  D. O. Inedito. Op. Cit. pag. 118 – 122.

[2] Serafina Stanzione - www.palermoviva.it/la-peste-a-palermo/

[3]  G. Plumari ed Emmanuele " Storia di Randazzo ",  Ms. 1849,  presso biblioteca  comunale di Palermo.        

[4]  Padre Luigi da Randazzo: Cenni Storici della Città di Randazzo. 1946,  D. O. Inedito. Op. Cit. pag. 118 – 122.