La judaica Randazzo

La Presenza Ebraica in Sicilia

LA PRESENZA EBRAICA IN SICILIA

Secondo alcuni ricercatori, i primi Ebrei giunsero in Sicilia insieme ai Fenici che non si sarebbero limitati a colonizzare alcune zone occidentali dell’isola ma, oltre Mozia e Palermo, avrebbero fondato anche Siracusa. Secondo l’archeologia, in particolare, il primo ebreo siciliano è documentato dalle catacombe di Roma: Amachios da Catania, che visse intorno al III sec. a.C. e portò un nome greco corrispondente alla traduzione di Shlomo.

La presenza di ebrei in Sicilia è stata documentata, da parte degli storiografi e degli eruditi, già a partire dal periodo repubblicano (Cicerone scrive di ebrei presenti in Sicilia e Filone Alessandrino sostiene che molti ebrei si trasferirono nelle isole del Mediterraneo, a seguito dell’espandersi dell’impero romano e con l’aumento del numero delle sue province).

In particolare, quando Gerusalemme cadde in mano a Roma, alla fine degli anni cinquanta prima di Cristo, vi fu un forte flusso migratorio di ebrei, all’interno dell’area del bacino del Mediterraneo. Inoltre, il Di Giovanni riporta la notizia che un nuovo incremento del numero di ebrei nelle province romane, avvenne dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 d. C. I primi secoli del Cristianesimo, videro quindi un ulteriore accrescimento della presenza di ebrei in Sicilia. Molti di questi, giunsero nelle città costiere sulle navi da carico romane e in condizioni di prigionia, e furono impiegati nelle attività ludiche e nei giochi circensi dei teatri siciliani di Palermo, Siracusa, Catania, Taormina e delle altre città isolane, poste sotto il controllo della Roma imperiale.

Accanto a questi, però, molti altri giunsero in Sicilia in maniera autonoma, pagando il viaggio generosamente. In effetti, diversi gruppi di ebrei dopo la distruzione del Tempio, fuggirono in Egitto e qui si stanziarono; sino a che in un secondo momento, presa la decisione di spostarsi nuovamente, andarono in Sicilia, incoraggiati dall’uso di una lingua ad essi nota.

La zona costiera della Sicilia ionica, pur essendo sotto il potere romano, continuò a mantenere integre le tradizioni linguistiche del periodo greco. A Taormina e nelle zone vicine ( Tissa – Tyracia, l’attuale Randazzo ) si parlò il greco dorico, sin dopo la conquista da parte degli Arabi. E la lingua greca era già saldamente radicata nel territorio quando, intorno al IV secolo, venne dato l’avvio alla cristianizzazione. Perciò, la possibilità per gli ebrei di poter continuare a parlare la loro lingua, dato che anche in Egitto era in uso il greco, fece sì che per i nuovi venuti ci fossero maggiori opportunità d’integrazione con il resto della popolazione.

Ma per quel che più ci interessa è sottolineare come le prime grandi comunità ebraiche dell’isola, coincidono con le conquiste arabe di Mazara, Agrigento, Mineo, Tissa (Randazzo), Sciacca e Siracusa, comprovando, così, che il grosso insediamento ebraico siciliano, si cominciò a delineare proprio con tale conquista dei nostri territori, laddove i conquistatori disponevano di una grossa componente ebraica cui affidare poi, l’amministrazione dei territori conquistati e la gestione dei tributi. ( Nell’anno 869 l’emiro Hafagah, condottiero arabo, transitando col suo esercito da Taormina a Randazzo, dopo la mancata presa della città Jonica, attraversò la Valle dell’Alcantara. Al suo seguito aveva mercenari Ebrei; e proprio con questo seguito che i Musulmani diedero inizio alla lenta ma sistematica occupazione della Sicilia ).

Tale componente, mantenne nel tempo i contatti sia economici che culturali con i paesi di provenienza, sviluppando, così in favore delle loro comunità e della Sicilia tutta una notevole economia. Agli inizi di tale conquista, in Sicilia si parlava il greco, mentre si faceva strada il volgare siciliano che in seguito divenne la lingua ufficiale del Regno di Sicilia e che gli ebrei presto impararono a parlare meglio degli altri.

La cacciata delle comunità ebraiche dalla Sicilia Il 18 giugno 1492, Ferdinando il cattolico e Isabella di Castiglia presero una decisione grave che in seguito ebbe sviluppi tragici nell’economia del regno spagnolo e in Sicilia allora già vicereame: un gesto di fondamentalismo cattolico fu l’editto che impose senza condizioni che gli ebrei dovessero abbandonare per sempre la Sicilia entro tre mesi, pena la morte. Gli ebrei erano vissuti in Sicilia dai tempi biblici e la Trinacria era stata una delle terre più importanti in cui si erano fermati, una volta partiti dalla Palestina all’inizio della diaspora nel 70 d.C. La Sicilia era abitata, fino all’anno 1492, da un numero d’ebrei, in percentuale alla popolazione residente, superiore a quelli presenti in qualsiasi altra regione o stato europeo o del bacino del mediterraneo (percentuali di presenza purtroppo incerte nel territorio siciliano, ma oscillanti secondo cifre controverse di stima da un minimo del 5% per città ad un massimo del 50%, che si raggiunse a Marsala. Dato certo è quello di Randazzo, città in cui all’atto dell’espulsione gli ebrei rappresentavano l’11,3% della popolazione con 170 famiglie, pertanto circa 1.000 elementi).

Tutti riconoscono che la perdita dei giudei di Sicilia fu un fatto grave per l’economia dell’isola. (Denis Mack Smith, Lodovico Bianchini), perché gestivano attività importanti in alcuni casi faticose, ma sempre a buon reddito. Avevano in loro mano buona parte dell’economia commerciale e soprattutto quella bancaria e finanziaria del regno e del viceregno di Sicilia, anche se questo privilegio non era esteso a tutta la comunità giudaica di Sicilia. Oltre all’attività di prestito di denaro e alle attività commerciali, avevano aziende nell’attività della concia delle pelli (cunziria di Vizzini e di Randazzo), lavorazione del ferro, lavorazione della seta (Randazzo), coltivazione della canna da zucchero (Savoca), produzione di maioliche (Naso). Numerosi gli ebrei di Sicilia nella professione medica con una presenza sorprendente anche di donne (non solo specializzate in ginecologia).

52 erano le giudecche esistenti con 60 sinagoghe ben localizzate: si possono ancora vedere i luoghi che testimoniano la loro presenza per scoprire ciò che è rimasto di questa civiltà attraverso la presenza di numerose testimonianze ancora visibili per considerazioni intuitive o tracce d’attività e di luoghi depositari di memoria. Nel libro di Nicolò Bucarla “Sicilia judaica”, sono indicati reperti e oggetti di tradizione ebraica in parte ancora rintracciabili e che si riferiscono ai seguenti comuni siciliani: Acireale, Agira, Agrigento, Akrai, Alcamo, Bivona, Caccamo, Calascibetta, Caltabellotta, Caltanissetta, Cammarata, Castelbuono, Castiglione, Castronovo, Castroreale, Catania, Caucana (Rg), Cittadella Maccari(Sr), Comiso, Enna, Erice, Gela, Lentini, Lipari, Marsala, Mazara del vallo, Messina, Monreale, Mozia, Noto, Palermo, Polizzi Generosa, Ragusa Randazzo, Rosolini, Salemi, San Fratello, San Marco d’Alunzio, Santa Croce Camerina, Sciacca, Scicli, Siculiana, Siracusa, Sofiana (Cl), Taormina; Termini Imerese, Trapani.

Agli inizi di tale conquista, in Sicilia si parlava il greco, mentre si faceva strada il volgare siciliano che in seguito divenne la lingua ufficiale del Regno di Sicilia e che gli ebrei presto impararono a parlare meglio degli altri. Forme più o meno virulente di antisemitismo sono ancora presenti in tutto il mondo, eppure bisogna prendere atto che la cristianità è pervasa, dopo le ultime revisioni ideologiche di Papa Giovanni Paolo, di un’ondata di rinnovato interesse per la cultura ebraica. Questo nuovo e diffuso interesse per gli ebrei, fa leva sulla circostanza egoistica che li vede come lievito per lo sviluppo economico di un territorio. Tale interesse, misto al desiderio di conoscenza di un popolo diverso e molto attivo, fanno sentire oggi, in moltissimi siciliani il desiderio di riallacciare gli antichi legami con la cultura ebraica che tanta parte ha avuto nella formazione e nella storia siciliana.