Alessandro Mancini
UN EROE D’ALTRI TEMPI
( Alessandro Mancini )
I casi strani della vita, quando una semplice “battuta” ci consente di riportare alla luce e far conoscere ai più, fatti e personaggi di cui si è quasi persa la memoria e che, in un contesto tragico quale fù il II° Conflitto Mondiale, per adempiere al dovere di soldati, sacrificarono per la Patria la loro giovane vita.
Una occasionale chiacchierata con l’amico Dott. Daniele Lo Porto, Capo Ufficio stampa della Provincia Regionale di Catania e autorevole socio dell’A.N.M.I., Giovedì 6 Maggio 2010, rappresenta uno di quei casi strani e per certi versi anche fortunati. La battuta fu quella che pronunciai rivolgendomi al dott. Lo Porto a proposito del fatto che, da aderente, anch’io ero socio dell’A.N.M.I. ( Associazione Nazionale Marinai d’Italia ), aggiungendo però che nel mio specifico caso potevo solo definirmi “Marinaio montanaro”. Ben altra cosa, dicevo, sono i veri marinai, come un tale A. Mancini, randazzese come me, che, raccontatomi da mio padre, era morto a seguito dell’affondamento della Corazzata Roma su cui era imbarcato nel lontano Settembre del 1943. Non sapevo altro oltre questa flebile notizia, tranne il fatto che si trattava del fratello dell'Arciprete della mia città.
Però non avevo tenuto nella giusta considerazione un fatto importante: quello di trovarmi di fronte ad un valente professionista quale è il Dott. Lo Porto, il quale intuisce immediatamente l’importanza del personaggio e dell’avvenimento, certamente di grande interesse sia storico che umano. Mi sprona quindi ad effettuare delle ricerche al fine di saperne di più.
Ma come fare visto che i parenti che io conoscevo, nel corso degli ultimi anni, erano tutti deceduti. La fortuna ha voluto però che parlando della cosa con altre persone sia venuto a conoscenza del fatto che una sua nipote doveva certamente avere delle notizie, fra l’altro questa nipote manco a dirlo è anche una mia buona amica: si tratta della Dott.ssa Maristella Dilettoso, Funzionario del Comune di Randazzo, che, immediatamente contattata, ci ha subito nesso a disposizione tutto il materiale di cui disponeva, foto comprese.
Noi intendiamo ringraziarla per averci consentito di riportare alla luce il ricordo di uno di quei tanti valorosi che si immolarono per quella Patria che per troppo tempo, purtroppo, si è dimenticata di loro. Pubblichiamo integralmente la bella e commovente relazione che la stessa scrisse in occasione del 60° anniversario del tragico avvenimento, ( 9 Settembre 2003 ), ricordato dall’Amministrazione Comunale del tempo, ma di cui si avevano ormai scarse notizie.
Randazzo, Maggio 2010
Salvatore Rizzeri
Alessandro Mancini (1910 – 1943)
Alessandro Mancini, sottufficiale di Marina col grado di Capo di II classe e radiotelegrafista, membro dell’equipaggio della corazzata Roma, è stato protagonista di una tra le pagine più amare e drammatiche della storia dell’Italia e della Marina militare italiana.
Era nato a Randazzo (CT) il 4 maggio 1910, da Biagio a Anna Maria Lo Giudice, secondo di quattro figli. Dopo avere frequentato l’Istituto S. Basilio, nel 1927 si arruolò in Marina. Il 1° dicembre 1928 prestò giuramento, diventando membro della Regia Marina. Fu una carriera brillante: si attestò al primo posto nel Corso nazionale a sottufficiali del Corpo Reale Equipaggi marittimi e fu premiato con la medaglia d’oro, fu scelto a far parte dell’equipaggio dello yacht reale quando il re Vittorio Emanuele III si recò in Eritrea, e il 15 febbraio 1940, con un decreto di Supermarina – il comando generale dell’Arma – fu assegnato allo Stato Maggiore della flotta, sulla nave ammiraglia, ruolo questo nel quale si avvicendarono la Cavour, la Giulio Cesare, la Duilio, la Vittorio Veneto, la Littorio – dopo il 25 luglio ribattezzata Italia – e infine la Roma. Prese così parte allo scontro di Punta Stilo, di capo Teulada, alle due battaglie della Sirte, ed alla tristemente nota battaglia di Capo Matapan. Ma era stato anche volontario a Massaua, negli anni della guerra d’Africa, e comandato in Cina, a Tien Ti Sin e Shangai. Durante quegli anni aveva conseguito varie promozioni, l’ultima il 1° gennaio 1943, poco dopo le nozze. Infatti, durante uno dei brevi periodi di licenza trascorsi a Randazzo, aveva conosciuto Rosaria Vagliasindi, si erano fidanzati ufficialmente nel dicembre 1941, e sposati il 24 settembre del 1942. La giovane sposa lo aveva seguito, via terra, per riunirsi a lui nelle varie città dove la nave di Alessandro faceva scalo, Taranto, Napoli, Roma, La Spezia… Proprio a seguito dei bombardamenti che si erano susseguiti sulla città ligure, nell’aprile ’43 l’aveva riaccompagnata a Randazzo, al sicuro. Il restante periodo della vita di Alessandro Mancini, l’ultimo capitolo, vede il suo destino accomunato a quello della nave e del suo sventurato equipaggio.
L’affondamento della corazzata RomaLa corazzata Roma la “nave da battaglia più potente del Mediterraneo”, il “fiore all’occhiello della flotta”, dislocava 35.000 tonnellate standard (50.000) reali, era lunga m. 240,7, larga m. 32,92, mossa da 8 caldaie, poteva raggiungere una velocità di 30 nodi. Al momento dell’armistizio, sotto le insegne dell’Ammiraglio Carlo Bergamini, comandante in capo della flotta in mare, che comprendeva le tre corazzate Roma, Vittorio Veneto e Littorio, ribattezzata Italia, più 6 incrociatori e 9 cacciatorpediniere, si trovava all’ancora nel porto di La Spezia.
L’Ammiraglio De Courten, Ministro della Marina e Capo dello Stato Maggiore navale, informato da Badoglio dell’imminenza dell’armistizio, il 7 settembre convocò a Roma, per dare istruzioni, i comandanti dei vari dipartimenti della Marina, tra i quali Bergamini, tenendoli ancora all’oscuro della resa, e della clausola dell’armistizio che prevedeva la consegna delle navi; essi credevano, anzi, di dover attaccare ancora gli angloamericani, ma furono avvertiti che le navi non dovevano assolutamente cadere in mano ai tedeschi. Bergamini ne dispose il trasferimento per l’indomani, 8 settembre, in modo da giungere alla Maddalena per il 9. In realtà gli alleati avevano stabilito che da lì le navi dovevano poi raggiungere Malta e consegnarsi. Solo dopo il ritorno a La Spezia, Bergamini ebbe notizia dell’armistizio, e comprese come lo si stava mandando alla resa. Ebbe una reazione violenta, in cui trovò unito e concorde tutto l’equipaggio, un ufficiale come lui non poteva accettare l’umiliazione di consegnarsi, piuttosto sarebbe ricorso all’autoaffondamento. Concordato con De Courten di trasferirsi alla Maddalena, salpò alle 3 del mattino. Alle 6,15 si unirono gli incrociatori e le torpediniere provenienti da Genova, in tutto 22 splendide navi, 3 corazzate, 6 incrociatori, 9 cacciatorpediniere, 4 torpediniere.
Giunte alle 13,40 in vista dell’Asinara, un dispaccio ordinava di invertire la rotta, perché l’isola della Maddalena era stata occupata dai Tedeschi della 90° divisione, di stanza in Sardegna, che avevano predisposto una trappola. Appena le navi invertirono la rotta, puntando verso Bona, in Algeria, i Tedeschi fecero scattare il piano di riserva, che prevedeva l’assalto e l’affondamento delle navi. Alle 14 attaccarono la flotta, il primo attacco fu sventato dalla contraerea delle navi, il secondo, portato a segno da una formazione di bombardieri Dornier 217 K, decollati da Istres, Francia occupata, fu fatale, perché i tedeschi si erano dotati delle PC.1400 FX, bombe a razzo, capaci di perforare le corazzature d’acciaio delle navi, teleguidate, che potevano essere lanciate da distanza, fuori della portata della contraerea. Una cadde alle 15,30 sull’Italia, senza gravi danni, due sulla Roma: la prima alle 15,45 scoppiò sotto lo scafo, le motrici si arrestarono, la velocità era caduta a 16 nodi, la seconda cadde alle 15,50, con effetti irreparabili, sul lato di prua, provocando l’allagamento delle motrici, l’arresto della nave, la deflagrazione dei depositi di munizioni, incendi, la cessazione dell’energia elettrica, lo sbandamento del torrione di comando.
La supercorazzata da 47.000 tonnellate si incendiò e si spezzò in due tronconi. Alle 16,10 del 9 settembre la Roma, colpita, cola a picco, trascinando con sé il suo Ammiraglio, il Comandante e 1352 sui 1948 uomini che formavano l’equipaggio. Gli oltre 500 naufraghi furono raccolti dalle altre navi della flotta.
Dopo 60 anniOggi, le imbarcazioni che passano davanti a quei luoghi ameni, meta ambita dei turisti, possono avvistare, sull’isoletta di Santo Stefano, un cippo, con una scultura di Fontana: è il monumento alla memoria dei marinai della corazzata Roma.
La storia ufficiale per molti anni aveva rimosso la memoria di questi eventi, fino a quando il Presidente della repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, non decise di compiere una sorta di viaggio della memoria tra quei fatti, controversi e dolorosi, che si susseguirono in Italia dopo l’8 settembre 1943, senza limitarsi alle tante vittime della Resistenza, ma estendendo il suo ricordo a quegli 87mila appartenenti alle forze armate che caddero durante la guerra di liberazione, come gli “eroi di Cefalonia, Corfù, delle isole dell’Egeo, i marinai della “Roma” e tanti altri che non vollero cedere le armi”. Pertanto, il 9 settembre 2003, a 60 anni di distanza, egli si recava al largo della Maddalena, proprio per commemorarvi i caduti della corazzata Roma.
Maristella Dilettoso