I sistemi di misura dopo l'unità d'Italia
da due pesi e due misure al sistema metrico decimale
FRANCESCA M. LO FARO

Premessa
Una delle prime leggi promulgate dal Parlamento nazionale fu quella che impose l’adozione in Italia del Sistema Metrico Decimale (SMD). Furono abolite le antiche e varie misure di superficie, di capacità, e di volume - palmi, tomoli cafisi, rotoli ecc., ed entrarono in uso i grammi, i metri, i litri. Fu introdotta la lira, moneta unica. Pesi e misure uniformi favorirono l’unificazione nazionale e l’integrazione del mercato interno. Nel 1875, l’Italia aderì poi alla “Convenzione del metro”, che proclamava il SMD come misura “universale”, accettata da tutti gli Stati, anche per ragioni di ordine pratico: infatti la divisione decimale, agevola i calcoli evitando le frazioni, con vantaggi evidenti per gli ingegneri e altre categorie professionali. L’adozione del SMD fu un processo lungo. Negli anni precedenti l’unificazione d’Italia, il SMD fu argomento di controversia che coinvolse gli apparati statali, i poteri locali, le Società economiche, le Accademie scientifiche e, in primo luogo, il corpo degli Ingegneri di Ponti e strade. A seconda del momentopolitico, gli Stati della Penisola introdussero o abolirono il SMD. La ragione di tanta alternanza può essere ricondotta al fatto che il metro è una misura connotata ideologicamente, perché legata alla Rivoluzione francese2. Come è noto, fu il governo rivoluzionario a porre fine alla molteplicità di pesi e misure, che di fatto erano fonte di disuguaglianza tra i cittadini3 . Una commissione di matematici nel 1790 fu incaricata di offrire alla Francia e al mondo intero un nuovo piano di pesi e misure4. La commissione suggerì di basare il nuovo sistema sulle dimensioni della terra (considerate oggettive e immutabili), ed individuò come nuova unità il metro, misura di lunghezza ricavata dal meridiano terrestre5 . Per arrivare a una determinazione precisa i geodeti Pierre-Francois-André Méchain e Jean-Baptiste-Joseph Del ambre – per conto dell’Accademia delle Scienze di Parigi, prima, e dell’Istituto di Francia, poi - effettuarono triangolazioni per misurare l’arco di un meridiano. Si stabilì che il metro è pari alla quarantamilionesima parte del meridiano terrestre. Dal metro, si ricavarono altre unità di misura (volume, peso, superficie) . La suddivisione decimale riguardò anche la monetazione, la scala centigrada di termometri e barometri, e la suddivisione del giorno con la conseguente creazione di nuovi calendari ed orologi. La decisione di dedurre il metro dal meridiano - elemento naturale ed invariabile - pose le basi per passare dall’era dei “due pesi e delle due misure”, simbolo di disuguaglianza, al mondo dell’uguaglianza e dell’unione. Per l’affermazione di questo principio universale, la Francia chiese la ratifica del SMD agli scienziati europei, appartenenti a potenze alleate o neutrali. Gli scienziati italiani furono sei . L’Inghilterra, nazione avversaria, non concorse alla ratifica. Il governo inglese, per unità di base di tutte le misure anziché al meridiano fece riferimento alle oscillazioni del pendolo semplice a secondi (aprile 1816) . I pesi e misure che erano in uso a Londra furono poi estesi a tutto l’impero britannico, che vi si uniformò (legge del 17 giugno 1824, in vigore dal primo maggio1825).L’idiosincrasia nei confronti del SMD da parte dell’Inghilterra e di altre grandi nazioni dedite ai commerci, come la Germania, ritardò l’uso del SMD nel resto d’Europa. Tutto ciò ebbe un peso anche nel regno borbonico, dove il tema “pesi e misure” alimentò un dibattito in cui ebbero voce, tra gli altri, Melchiorre Delfico, Luca de Samuele Cagnazzi, Carlo Afan de Rivera, Giuseppe Ceva Grimaldi marchese di Pietracatella, Saverio Scorfani, Ferdinando De Luca, Giuseppe Grippa, Ferdinando Visconti. Le loro opinioni, aiutano a seguire e a focalizzare la riflessione su un aspetto apparentemente tecnico - l’individuazione di un sistema di misurazione unico e omogeneo -, ma di forte impatto sulla dimensione politica e sociale. Una legge per uniformare pesi e misure fu promulgata, dopo una lunga elaborazione, soltanto nel 1840. Tale legge non adottò il SMD e fu valida solamente nella parte continentale del regno, mentre in Sicilia continuò a vigere il Sistema Metrico Siculo, introdotto negli anni dell’influenza britannica sull’isola. La riforma del 1840, dunque, invece di avvicinare le due parti del regno, rappresentò un’ulteriore separazione tra parte insulare e continentale, con conseguenze di natura economica e politica. La molteplicità delle misure ritardò, la realizzazione del catasto giacché risultò difficile disegnare con la dovuta precisione i confini nelle mappe e, di conseguenza, lo Stato non poté tassare i proprietari fondiari con imposte proporzionali al possesso e censo. Carlo Afan de Rivera accusava i grandi possidenti di trarre dalla molteplicità di misure una opportunità per eludere il fisco, “perché la confusione lascia i riscuotitori [erariali] incerti nella percezione delle imposizioni e nella esecuzione delle tariffe, attesa la varietà delle misure e dei calcoli che si richiedono”. “L’amministrazione delle contribuzioni fondiarie - aggiungeva – ha scarsa capacità di azione perché non sono state levate le piante delle tenute […]. Il governo ha decretato che sino al 1860, per lasciar tranquilli i possessori di proprietà territoriali, non avrebbe fatto troppe verifiche fiscali o innovato imposte. Occorre prepararsi al 1860” . Parole curiosamente premonitrici, che fanno intendere come la fine del Regno delle due Sicilie dipese anche dagli interessi particolari di chi si opponeva alla rettifica del catasto, rettifica che Afan de Rivera proponeva di assegnare, come vedremo oltre, a giovani ingegneri, istruiti in matematica e disegno.
Il Regno di Napoli
Nel Regno di Napoli esistevano un’infinità di unità di misura, diverse non solo da una provincia all’altra, ma anche all’interno di una provincia; nello stesso villaggio, non di rado, si trovavano tre tipi di rotolo: con uno si pesava la frutta, con un altro la carne, e con altro ancora il pesce . Il proliferare di pesi e misure limitava gli scambi commerciali, facilitava i raggiri, comportava inganni nei contratti di compravendita . Per vigilare sui commerci nelle principali città si conservavano dei campioni in pietra o bronzo, tutelati da contraffazioni, e tuttavia continuamente manomessi. I campioni venivano verificati da magistrati ufficianti a Napoli. Nei casali nei dintorni della capitale, durante le fiere, esisteva un Tribunale (composto da due maestri razionali, da un giudice e da un ufficiale detto Campione), a cui spettava di marchiare i pesi e le misure con certi diritti, che formavano ciò che si chiamava Arredamento . Il Tribunale del commercio, al tempo di Corradini, tentò una azione di regolamentazione, sostenuta dalle punte più avanzate del riformismo illuminato. In quel contesto culturale, Melchiorre Delfico pubblicò nel 1787 una Memoria sulla necessità di rendere uniformi i pesi e le misure del Regno, in cui sosteneva (con una ricostruzione storica, ripetuta poi da altri autori) che gli Angioini tollerarono le numerose unità di misura del napoletano, mentre gli Aragonesi imposero in tutto il Regno le misure in uso a Napoli (editto di FerdinandoI del 6 aprile 1480) . Il senso politico della scelta aragonese era chiaro: confermare la preminenza sulle province della capitale e delle grandi famiglie aristocratiche che avevano sostenuto la dinastia aragonese. Delfico, da parte sua, proponeva di reintrodurre quella legge e, in appendice alla sua Memoria, pubblicava gli ordini, e le istruzioni di Ferdinando I d’Aragona, sovrano che “conosceva le regole dell’arte di governare” e sapeva garantire la libertà di commercio . La legge aragonese assurse a valore fondante perché giusto 360 anni dopo (6 aprile 1840), i Borbone introdussero nella parte continentale del Regno delle Due Sicilie una riforma che, nello spirito, richiamava quella aragonese. Ambedue le leggi sono del 6 aprile. Vi è dunque un’evidente corrispondenza simbolica di date, che merita di esser maggiormente indagata; così come andrebbe sottolineata la diversità di opinioni, espressa dalla cultura napoletana dell’Ottocento, in merito alle dinastie medievali: da una parte, gli intellettuali moderati, come Ceva Grimaldi, ammiravano la politica Angioina nel Regno di Napoli; dall’altra, gli intellettuali più progressisti - Delfico, Visconti, Afan de Rivera - esaltavano gli Aragonesi20 . Proprio un sovrano di quest’ultima dinastia - Alfonso I - istituì il Tavoliere di Puglia, dove i terreni si misuravano a moggi di 100 passi quadrati e si usava il Passo Agrimensorio detto geometrico, “ossia il millesimo di miglio di 60 a grado del meridiano terrestre, il quale passo fu diviso in sette palmi napoletani”. Una fonte (e la notizia merita di essere approfondita) afferma che il Tavoliere era rifrazionato ogni anno. Le complesse e periodiche operazioni di suddivisione richiedevano la conoscenza della “Misura appula”, esposta negli Elementi di Agrimensura del foggiano Giuseppe Rosati . La particolare precisione delle misure agrarie vigenti nel Tavoliere servì a contrastare il potere feudale, che, invece, aveva buon gioco nel resto del Regno,dove esisteva una gran varietà di misure agrarie : Nella stessa località poteva esserci “una misura per il pubblico, ed altra per il Barone, una per le terre coltivate e l’altra per i boschi, altra ancora per i maggesi , altre per la vigna ecc”. Carlo Afan de Rivera annovera ben 180 misure agrarie (ver-sura, moggio, coppa, carro, tomola, tombolata ecc). “Tale difformità - scrive Afan de Rivera - deve essere attribuita all’interessedei grandi possessori di tener celata al governo l’estensione delle loro vaste tenute ”.
Il Decennio
La Napoli di Giuseppe e Gioacchino Napoleone guardò al metro come nuova unità di misura. Il modello era la Francia, dove dal 10 dicembre 1799 vi era il Metro Legale. Il SMD era stato reso obbligatorio poi con la legge del 2 novembre 1801; ma, da subito, erano sorti però forti reclami e lagnanze. Il governo imperiale aveva ritenuto perciò opportuno concedere delle deroghe. Napoleone ne sospese l’obbligatorietà, con decreto del febbraio 1812 . I ritardi nell’adozione del SMD in Francia non scoraggiarono il governo franco napoletano. Nel 1811 il ministro dell’Interno incaricò una commissione di scienziati di confrontare le misure adoperate abitualmente a Napoli con quelle del nuovo SMD, che si intendeva introdurre. Giuseppe Conti, Luigi De Ruggiero, Raffaele Minervino, Luca Cagnazzi, erano i componenti della commissione. Per le ricerche storiche ci si avvalse delle vaste competenze di Alessio Pelliccia, Francesco Orlandi, Lorenzo Giustiniani. Ingegnosi esperimenti furono effettuati “con l’aiuto dell’abilissimo macchinista Michele Arnaud” e del prof. Vincenzo Ramondini del Museo mineralogico . Le misurazioni dei campioni napoletanifurono eseguite nella “Officina de’ pesi e misure”, a Castel Capuano, dove, dal tempo degli Aragonesi, era conservato un campione di palmo . Accurati esperimenti ebbero sede a Palazzo Gravina. La commissione presentò infine al sovrano un rapporto (poi rimesso al Supremo consiglio di stato) che costituì la base della nuova legge sui pesi e misure del Regno di Napoli. Si stamparono le tavole di ragguaglio con l’esatta determinazione del rapporto delle antiche unità con le nuove . I parroci furono invitati a diffondere dal pulpito il SMD . Vito Buonsanto, pedagogista ed ecclesiastico, pubblicò un catechismo, a domanda e risposta, in cui auspicò che si mantenesse cognizione delle antiche misure, per comprender in futuro le carted’archivio . Nel SMD, il peso (grammo) è a fondamento della monetazione. Pertanto a Napoli fu anche rettificata la moneta . Gioacchino Napoleone, nell’autunno 1811, impose per il “conteggio delle monete” nuove norme che, per vari aspetti, avvantaggiavano gli interessi politici e gli introiti del regio erario. L’esecuzione dei decreti, in vigore dal primo gennaio 1812, fu affidata al poco amato ministro delle Finanze .Negli stessi mesi, l’economista siciliano Saverio Scorfani ripubblicava a Napoli, con ampie aggiunte, una suaMemoria su le misure e pesi d’Italia che a Parigi nel 1808 aveva sottoposto all’attenzione di ragguardevoli personaggi pubblici come socio dell’Istituto nazionale di Francia . Scorfani – riprendendo temi già espressi dai patrioti italiani nel triennio giacobino -, per ragioni di opportunità commerciale (libertà di scambi e abolizione delle dogane), auspicava l’unificazione della Penisola in funzione francese, e suggeriva di adottare in tutta Italia le nuove misure e pesi francesi . Altra opinione aveva invece il matematico salernitano Giuseppe Grippa che, per facilitare gli scambi commerciali, proponeva il Miglio Europeo . Val la pena ricordare che Grippa fu esule dopo la rivoluzione del 1799 in Francia, dove conobbe uno dei verificatori della misura del meridiano terrestre, - Louis Lefevre Gineau (1751-1829) professore di fisica sperimentale nel prestigioso Collège de France, - che gli fece ottenere la cattedra di matematica nella nuova scuola istituita “dal governo francese” a Casal Monferrato (novembre 1804). Grippa tornò poi in patria. Terminato il Decennio, affermò che, per merito suo, Napoli si era “preservata dal “flagello” costituito dal SMD . Egli sollevò dubbi sulla precisione delle misurazioni geodetiche eseguite dai “matematici rivoluzionari”. Non accettò la nomenclatura dei multipli e sottomultipli del SMD. Criticò la suddivisione in 100° del cerchio che considerò “pericolosa ai progressi delle scienze” e ricordò che i “rivoluzionari francesi” avrebbero fatto meglio ad attenersi a Talete che aveva diviso la circonferenza del cerchio per 360° (il 360 è un numero divisibile per due e per tre). Alla divisione decimale della circonferenza si oppose in Francia anche il celebre direttore di Ponti e strade, Gaspard de Prony. Costui “in epoca rivoluzionaria” (1799?) fece breve dimora a Napoli e incontrò il matematico Vincenzo Flauti, che testimonia: “A Napoli il Prony doveva scegliersi dei collaboratori al fine di costruire nuove tavole trigonometriche accuratissime, secondo tal divisione. Ma volle appositamente perder tempo. Tali tavole non furono neppure stampate” . Certo è che i tempi brevi dell’esperienza franco-napoletana non permisero un uso abitudinario del metro, che finì per esser quasi ignorato dagli ingegneri e dai tecnici impegnati a suddividere i feudi per incarico della apposita Commissione feudale. In ambito militare, invece, il metro fu utilizzato per i calcoli d’artiglieria e la balistica. Ne sono testimonianza i manoscritti dell’ispettore di Artiglieria e Direttore dell’Adriatico, Afan de Rivera (fratello di Carlo), autore delle Tavole di riduzione di Pesi e misure in attuale uso dell’artiglieria napoletana alla nuova misura e pesi prescritti colla legge de’ 19 maggio 1811.
Il Regno di Sicilia
Nel Regno di Sicilia proliferavano pesi e misure di antica origine46 . La pubblicistica abbonda di notizie riguardanti il periodo Greco-romano, Arabo, Normanno, Svevo. Gli Aragonesi introdussero “salutari” riforme, successivamente abbandonate e sostituite da “poche leggi e inefficaci; da molte riforme progettate e nessuna effettuata”. In moti erano persuasi “che una misura uniforme era inutile o addirittura di pregiudizio al commercio e allo Stato”. Il momento favorevole alla creazione di un sistema di misurazione unico e omogeneo arrivò a fine Settecento, al tempo dei viceré Caracciolo e Caramanico. Una scala di misure fu approntata, nel 1797, dal più noto architetto dell’epoca - il palermitano Giuseppe Venanzio Marvuglia - incaricato dal sovrano della “fissazione delle proporzioni tra alcune misure del Regno di Napoli, e quelle di Sicilia”. Marvuglia fu anche autore di una Nuova regola generale per la maggiore speditezza delle scale aritmeticamente e geometricamente dimostrate” (Antologia Romana, a. 57, 1797). Lo scritto, forse elaborato da Marvuglia per i suoi allievi del corso di architettura, suscitò numerose polemiche, azzittite dall’architetto Domenico Marabitti - professore di matematica e coautore con Marvuglia della discussa pubblicazione - che nel 1798 stampò a Palermo L’architetto vendicato51 . Sia Marvuglia che Marabitti negli anni 1789-1793 frequentarono Leon Dufourny, l’architetto “giacobino” che diffuse a Palermo notizie ed idee provenienti d’oltralpe. Le informazioni sul SMD giunte da Parigi nel 1804 forse spinsero la Deputazione del regno a chiedere a tutte le “Università e Terre” delle relazioni giurate. Lo scopo era avere un quadro sinottico per un provvedimento regio inteso a fissare un sistema uniforme di pesi e misure . La presenza a Palermo della Corte borbonica accelerò i tempi della riforma. Nel parlamento concluso il 10 luglio 1806 il “Braccio militare” domandò al sovrano la concessione di una prammatica. La richiesta fu accolta dal re “per mezzo del canale del cavalier Luigi de Medici, Segretario di stato nel ripartimento delle Finanze”. Un sistema metrico uniforme per tutto il Regno di Sicilia fu elaborato da una commissione appositamente nominata. La componevano l’astronomo Giuseppe Piazzi (presidente), l’economista Paolo Balsamo e i già citati architetti Marabitti e Marvuglia (quest’ultimo, malato e anziano, ebbe ruolo defilato) . Il primo febbraio 1809, la commissione presentò al re la Misura Legale Siciliana. Si trattava di un sistema che rifiutava il SMD e faceva seguire alla Sicilia un cammino diametralmente opposto a quello seguito in Francia. Una tal scelta fu forse influenzata dalla presenza inglese nell’Isola, oppure dai timori di imprimere mutamenti troppo radicali in un momento in cui si profilava il cambiamento costituzionale. La commissione mantenne pertanto le antiche divisioni per 2, 4, 8, 12 e 20, non cambiò la nomenclatura; apportò modeste modifiche nelle dimensioni dei campioni54. Unità di misura rimasero il palmo e il rotolo, considerati ricavati dal modio dei Romani e dal dupondion dei Greci. La legge del 31 dicembre 1809 promulgò il Codice Metrico Siculo e proclamò l’unità, l’uniformità e l’immutabilità delle misure. La Misura Legale Siciliana entrò in vigore dal primo gennaio 1811. Il Codice Metrico Siculo fu stampato a Catania nel 1812, con Tavole sinottiche.56 Con precorritrice sensibilità etno-antropologica, affinché ne restasse memoria, le Tavole individuavano e tramandavano gli antichi nomi di pesi e misure, i luoghi in cui si adoperavano, e le denominazioni usate nei contratti. Il Codice Metrico Siculo nacque in una stagione politicamente molto attiva e in un momento in cui la società siciliana sembrava accettare o promuove le trasformazioni. Il tentativo di “modernizzazione” vedeva per protagonisti alcuni personaggi del “partito napoletano” - Medici, Tommasi, duca d’Ascoli-. Il governo borbonico sperimentò una rigorosa politica fiscale; infrastrutture furono costruite per necessità strategiche; il notabilato urbano partecipò maggiormente al dibattito parlamentare; nuovi gruppi sociali esordirono alla vita pubblica. Il nuovo sistema di misure siglò un nuovo rapporto tra cittadini, e tra Stato e cittadini . L’abolizione delle antiche misure siciliane non comportò però una rivoluzione nelle abitudini delle persone. In realtà, la gente continuò a far uso delle antiche misure58. Addirittura, dopo i moti del 1820-21 il governo fu costretto a ripristinare per breve tempo le antiche misure59 . Da parte napoletana non mancarono critiche al Codice Metrico Siculo, accusato di localismo per non aver ragguagliato la Misura Legale Siciliana con la misura in uso a Napoli e con il SMD . Ferdinando Visconti segnalò la differenza di lunghezza tra il palmo siculo proposto da Piazzi e Niccolò Cacciatore (che non poca parte ebbe nella compilazione del Codice), da una parte, e le misure proposte dai militari dell’Armata inglese di stanza in Sicilia e dagli ufficiali borbonici del Genio61 . Nonostante tali imprecisioni, Carlo Afan de Rivera non potè non rimarcare che Francia Sicilia e Inghilterra rappresentarono gli unici tre casi di Stati europei che, nel giro di pochi anni, riordinarono il rispettivo sistema metrico per rendere uniformi i pesi e le misure . La Restaurazione: i progetti dell’astronomo Giuseppe Piazzi Con la Restaurazione nel Napoletano si tornò a parlare di riforma del sistema di pesi e misure. La questione era vecchia ma il campo di intervento è adesso nuovo perché nuovo è l’apparato statale - il Regno delle due Sicilie - che conservava l’impronta dei nuovi equilibri emersi dagli “anni napoleonici”. Le comunità locali del napoletano cominciarono con forza a rivendicare uniformità di pesi e misure. Anche questo era un segno di un deciso cambiamento (nella articolazione amministrativa, nella stratificazione sociale, negli assetti economici), avviato dal 1806. Protezionismo e liberismo, politica doganale e libero cabotaggio, erano i due poli che, variamente combinati, agevolavano o ostacolavano il mercato. Occorreva un sistema monetario unico e con la legge 20 aprile 1818 il ducato diventò l’unità di moneta del Regno delle due Sicilie. Proprio in questo contesto nel 1817 Ferdinando I incaricò l’astronomo Giuseppe Piazzi di presentare un piano per “la parte del Regno al di qua del Faro”. Piazzi propose un sistema opposto a quello da lui seguito in Sicilia. Nel settembre 1821 (in tempi ancora surriscaldati dai moti carbonari) presentò le sue idee per il sistema metrico da adottare nel Napoletano. Il suo Saggio sulle misure del Regno, stampato a fine anno, doveva esser inserito nel “Calendario” del 1822, affinché fosse a tutti noto. La proposta di riforma era stata sottoposta ai Sindaci (fin dal 1819) ed ai Consigli Provinciali, per conoscere il loro parere (era nello spirito della monarchia amministrativa dare al notabilato la parvenza di compartecipare alle decisioni). Alcuni Consigli tacquero, altri presentarono risposte vaghe e indeterminate, “ma quasi tutti [furono] concordi nel giudicare irragionevoli le proposte modifiche” avanzate dal Piazzi . Giuseppe Ceva Grimaldi fu un attento osservatore di quella vicenda e ci informa: “Furono consultati tutti i Consigli provinciali, soprattutto quello di Napoli. Alcuni non risposero. Altri si divertirono a fare delle critiche scientifiche sui progetti del [Padre] Piazzi, altri desideravano una riforma de’ pesi e delle misure, ma uniformandole al tipo di quelle di cui facevano essi uso”. Poi aggiunge: “Se i Consigli provinciali la desiderano, o almeno gli scienziati che ne fan parte la promuovono, ciascuno però vuole una riforma a modo suo, che corrisponda ai suoi particolari bisogni, alle sue particolari abitudini, e non accoglierebbero quella riforma universale che non può accontentare tutti” . In effetti, scontentava proprio tutti il Piazzi: la cui proposta intendeva superare gli interessi particolaristici e gli usi locali inveterati, in nome di un sistema di misura che avvicinava le misure del Napoletano al SMD. Il modo per realizzare tutto ciò era estremamente tecnico e complesso da esporre. In estrema sintesi, occorreva rendere il tomolo di 2/3 più piccolo di quello allora in uso ; e “uguagliarsi alla canna il passo itinerario e quello dell’agrimensura; di conseguenza, sostituire al miglio di 7000 palmi quello di 8000” ecc. Il quadro è comunque chiaro: l’astronomo valtellinese, pochi anni dopo aver elaborato il Codice Metrico Siculo (legge 31 dicembre 1809), ha un ripensamento in merito al SMD e vuole adottare nel Napoletano un sistema metrico modellato su quello francese. Sorprende che egli formuli la sua riforma all’indomani dei moti carbonari del 1820-21, e non durante i mesi costituzionali. La corrispondenza, in parte inedita, tra Piazzi e l’astronomo Barnaba Oriani (fauto re del SMD), conservata nella sede dell’Osservatorio di Brera, potrà forse chiarire questi aspetti; così come sono da approfondire le idee politiche del Piazzi ed i rapporti intercorsi con il “rivoluzionario” Cesare Paribelli, suo parente, che ebbe un ruolo nella trasformazione delle logge massoniche napoletane in club giacobini (1793); e che fu poi agitatore politico in Sicilia, quando il Piazzi viveva a Palermo. Piazzi rinunciò del tutto al SMD nel 1825 quando, in un differente contesto politico e dopo lunga riflessione, si rende conto che anche in Francia si è ancora ben lontani da “una applicazione reale generale e costante del nuovo sistema”. Nel 1826, Piazzi propone al sovrano di apportare lievi modifiche a pesi e misure in uso nella capitale, e di estenderli alle province. La Consulta generale del regno approvò il sistema suggerito. Tale riforma, che riconsegnava preminenza a Napoli, andò incontro alla disapprovazione della Direzione generale di ponti e strade. La principale critica che si muoveva al Piazzi era di non aver tenuto conto delle abitudini delle popolazioni . L’accusa era identica a quella mossa da Cuoco ai rivoluzionari napoletani del 1799. Ferdinando Visconti e la Reale Accademia delle scienze Il colonnello Ferdinando Visconti riteneva che un sistema metrico uniforme dovesse esser obbligatorio soltanto per le pubbliche amministrazioni. “Che restino pure le consuetudini locali per la gente comune sino a tempo indeterminato”, affermava con evidente pregiudizio nei riguardi delle popolazioni rurali; precisando che i coloni, “non intendono in modo alcuno le misure de’ loro terreni usate dagl’agrimensori”. Per i contadini “la misura sta nella durata del lavoro”, affermava e aggiungeva: in molti luoghi, i notabili o i sindaci sconoscono quale sia la misura agraria usata per i loro terreni o nel loro Comune “perché quando se ne ha bisogno si fa venire da altro paese il perito agrimensore. La misura dei terreni non è in mano a gente volgare e idiota. Ma viene trattata da agrimensori, architetti, o da gente colta sufficientemente per intendere la misura agraria”. Visconti si faceva paladino della categoria professionale degli ingegneri e dell’esclusività delle loro competenze, acquisite nelle scuole di alta specializzazione introdotte a Napoli durante il Decennio francese. L’8 luglio 1828 (e poi ancora il 9 settembre 1828) Visconti espose queste sue opinioni alla Reale accademia delle scienze di Napoli . A quella assemblea lesse una relazione dal titolo Rapporto sul sistema metrico uniforme che meglio si conviene ai domini al di qua del Faro, (stampata nel 1829) che fu esaminata da una commissione composta da Parisi, Piscicelli, Cagnazzi, De Ruggiero, Brioschi, relatore Flauti. Visconti era convinto che quelle di epoca aragonese fossero le vere misure napoletane. Per restituirle alla loro integrità, pensò di misurare a Castel Capuano il campione di ferro aragonese ( mezza canna ), già esaminato dalla Commissione del 1811. Ma quel campione era svanito misteriosamente. Visconti ne creò perciò uno nuovo e lo denominò “passo del Duomo, con una timida correzione nella misura. Fece poi del passo aragonese (misura geodetica, perché tratta dalla lunghezza del meridiano) la pietra angolare di un nuovo sistema metrico74. Visconti fece adottare dal Real ufficio topografico dello stato maggiore dell’esercito, dove era anche in uso la suddivisione in parti decimali del passo o del palmo (secondo che l’uno o l’altro si assumesse per unità nei calcoli). Le misure geodetiche usate nella Direzione generale di ponti e strade acque e foreste. Per facilitare i complessi calcoli necessari alla realizzazione di infrastrutture e lavori pubblici, nella Direzione generale di ponti strade acque e foreste del Regno delle due Sicilie fu introdotto, con circolare 6 febbraio 1830, a firma di Carlo Afan de Rivera, un sistema di misura semplificato, basato sulla divisione del palmo in parti decimali. La circolare, oltre a dettare le norme di servizio agli ingegneri di Acque e strade, fissò la misura del palmo pari a millimetri 264,55: “e quello fu il solo palmo riconosciuto dagli ingegneri e dagli appaltatori della Direzione generale” Per effetto della nuova norma, fu eliminato definitivamente il calcolo dei denominatori ossia delle frazioni espresse in 1/8, in 1/64, ecc. La suddivisione decimale del palmo fu accolta dagli ingegneri del servizio di Ponti e strade, e “degl’artefici e degli appaltatori”. Tutti erano consapevoli dell’importanza di stabilire nell’esecuzione dei lavori le esatte misure sia per la formazione dei progetti, sia per la compilazione dei “scandagli” . Al riguardo Afan de Rivera avverte: “Le livellazioni richiamavano la speciale nostra attenzione, poiché ogni decimo di palmo sulla lunghezza di un miglio può aver molta influenza sul progetto di un’opera idraulica”. Per ottenere risultati rigorosi giunsero dalla Francia strumenti tecnici (livelle a cannocchiale) e il “macchinista” dell’osservatorio, Aenhelt, fu incaricato da Afan De Rivera di costruire le aste di mira e di segnarvi il palmo secondo il campione che si conservava presso il real Osservatorio e presso l’Ufficio topografico . Si procedette anche alla correzione delle misure itinerarie. Il Consiglio egli ingegneri, in base a considerazioni di ordine geodetico, ritenne con Afan de Rivera che occorresse allungare il palmo, per renderlo adeguato alle misurazioni del meridiano fatte dai Francesi e riconosciute dagli scienziati degli altri paesi. In base ai nuovi calcoli si stabili che il miglio napoletano pari a palmi 7023,4416 (cioè più lungo di 1,5 su 1000). Il “palmo corretto” fu adottato dalla Direzione generale di ponti e strade, dall’Ufficio topografico e dal real Osservatorio: tutti istituti in relazione con organismi scientifici esteri. Afan de Rivera suggerì di adoperare il “palmo corretto” anche per le carte del catasto e “per tutti i bisogni sociali” I catasti attuali - affermava – presentano errori. Una “luminosa prova” la offrono i quadri statistici dei boschi, compilati dagli impiegati forestali. Per ogni taglio degli alberi essi devono procedere ad una verifica dello stato del bosco e della sua estensione. Il Consiglio forestale ha continua occasione di notare la gran differenza che vi è tra l’estensione riportata nel catasto e quella che risulta dalla verifica sul campo81 . Anche gli ingegneri incaricati dal Consiglio di acque e strade - prosegue -, scoprono errori nei catasti quando vanno a fare gli “apprezzi dei fondi occupati o danneggiati per oggetto di pubblica Utilità” . Nessuno ha provveduto a fornire l’amministrazione delle contribuzioni fondiarie di aggiornate piante catastali. I possessori di proprietà terriere - annuncia - possono vivere tranquilli sino al 1860. Solo dopo quella data il governo borbonico comincerà a fare rigorose verifiche fiscali e introdurrà nuove imposte. “Occorre prepararsi al 1860 correggendo gli errori del catasto” asserisce Afan de Rivera . Occorre stabilire - suggerisce - una sola misura agraria di 10 mila palmi quadrati per ridurre ad essa tutte le misure esistenti . Propone inoltre di impiegare “i giovani istruiti nelle discipline matematiche e addestrati al disegno per levare le piante”. Tali tecnici dovranno essere aggregati all’Ufficio topografico, per fare le triangolazioni. Si otterrebbero piante con notazioni e specchi statistici dettagliati, dai quali si dedurrebbero le necessarie nozioni utili anche a scopo militare. “I lavori dovrebbero concludersi entro il 1860”. Cosi propone Afan de Rivera nel 1840. Le sue parole sono estremamente significative: esse dimostrano come la fine del Regno delle due Sicilie dipese anche dagli interessi particolari di chi si opponeva alla rettifica del catasto, rettifica che Afan de Rivera voleva assegnare a giovani ingegneri, istruiti in matematica e disegno. La riforma del 1840. A fine 1832, il ministro degli Affari interni propose al sovrano la nomina di una commissione di accademici che desse un parere definitivo in merito alle misure e alle correzioni necessarie. La commissione era composta da. Luigi De Ruggiero, Vincenzo Flauti, Leopoldo Del Re, Ferdinando Visconti, Ernesto Capocci (direttore dell’osservatorio astronomico ed allievo del Piazzi). Essi non ebbero parere univoco ma insieme proposero l’adozione della pertica di palmi 10, che era usata nella Direzione generale di ponti e strade acque e foreste. Le nazioni straniere, intanto, attendevano dal governo borbonico una normativa di riferimento per determinare gli esatti rapporti tra i pesi e le misure in uso nei loro paesi con quelle del napoletano. Anche l’opinione pubblica avvertiva la necessità di semplificare e uniformare le misure, per assecondare lo sviluppoeconomico e commerciale che giusto negli anni Trenta viveva parte del Regno delle Due Sicilie. In quel contesto, Giuseppe Ceva Grimaldi sollecitò gli Intendenti, i Consigli provinciali, le Società Economiche, a spingere per una riforma. Fu cosi che la Società Ercolanense e il marchese di Montrone, voce autorevole nella cultura dell’epoca, nel 1838 presero posizioni vicine a quelle di Afan de Rivera. Anche i Consigli provinciali, sempre nel 1838, fecero sentire il loro parere. Tra tutti si distinse per competenza quello di Terra di Bari. Soprattutto gli archeologi avevano a cuore il problema della misura. Gli scavi dei grandi siti rendevano assolutamente necessario stabilire l’esatta posizione dei monumenti, in base alle misure itinerarie indicate dalle antiche fonti scritte (piede romano, piede tolemaico usato in Cirenaica, il piede di Druso, lo stadio reale, ecc) . Di questo aspetto antiquario si occupò Luca De Samuele Cagnazzi, che fu incaricato da Francesco I, con rescritto del 12 ottobre 1823, di studiare le misure e i pesi rinvenuti negli scavi di Ercolano e di Pompei. Cagnazzi pubblicò Su i valori delle misure e dei pesi degli antichi romani desunti dagli originali esistenti nel Real Museo Borbonico di Napoli, con cui ragguagliò i valori in uso nell’antichità con il SMD, cioè con le misure “francesi” che considera “come le più costanti e le più comode all’intelligenza dei dotti”. Cagnazzi si occupò anche degli antichi tracciati. Dal Di Fazio (uno degli Ispettori della Direzione di Ponti e Strade) seppe che le moderne strade non seguono esattamente le originarie, mentre Piscicelli (già direttore dello stesso Corpo) lo informò che non esistevano misurazioni moderne di tratti di antiche vie da una città all’altra. Pesi e misure in uso nell’antichità furono anche oggetto di uno studio di Agatino Sammartino, un matematico che nel 1842 presentò alla catanese “Accademia gioenia di scienze naturali” la relazione Sopra un’antica misura del centipondio. Memoria storico-fisico- geometrica relativa ad un reperto in serpentino (conservato nel museo del principe di Biscari), del peso di quasi 100 libbre, che nel 1809 non era stato ritenuto un antico peso dalla Commissione presieduta da Piazzi . Anche altre pubblicazioni ebbero per oggetto gli antichi pesi, che non potevano esser ignorati da farmacisti ed erboristi, medici e chimici, stimolati a comprendere e applicare la farmacopea dei vecchi libri di medicina. Con rescritto del 26 aprile 1839 fu nominata la commissione (composta da Carlo Afan de Rivera, Ferdinando Visconti, Ernesto Capocci) che presentò il piano di riforme in base al quale fu formulata giuridicamente la tanto attesa uniformità di pesi e misure: riforma che, a conti fatti, derogò dai principi scientifici per fare concessioni agli usi ed ai “bisogni del popolo”. Visconti e Afan de Rivera erano infatti decisamente contrari a cambiare le antiche abitudini e pertanto rifiutarono il SMD, creato dai “rivoluzionari francesi”: e ancora non adottato neanche in Francia. La legge napoletana fu infine promulgata il 6 aprile 1840, giusto 360 anni dopo la legge Ferdinando I di Aragona, che nello spirito era ispiratrice di questa. Vi è una chiara corrispondenza simbolica nella scelta di promulgare la legge giusto in quella data - il 6 aprile - e ciò è provato dal costante e benevolo richiamo alla legge aragonese da parte di Visconti e di Afan de Rivera (e, al suo tempo, anche da Delfico). Testimonianza questa della propensione filo-aragonese di una parte della cultura napoletana (quella apparentemente più progressista), mentre l’ala moderata era filoangioina e sostenuta dal “calderaio” Giuseppe Ceva Grimaldi marchese di Pietracatella. Costui preferiva l’adozione del SMD ad una riforma di pesi e misure che - come quella del 1840 – finiva sancire giuridicamente la divisione tra parte insulare e continentale del Regno delle due Sicilie. La nuova legge infatti fu valida soltanto nel napoletano, mentre in Sicilia continuò a vigere il Sistema Metrico Siculo, introdotto negli anni dell’influenza britannica sull’isola (1813) . La riforma del 1840 siglò dunque una ulteriore separazione, con rilevanti conseguenze di natura economica e politica perché stabiliva e riconosceva nel regno due differenti sistemi di pesi e misure. A queste condizioni – affermava Ceva Grimaldi - meglio sarebbe usare in tutto il regno il SMD, ed aggiungeva:“se vogliamo adottare un sistema metrico, scientifico, qual è il francese, dobbiamo adottarlo con severità puritana, senza riguardo al passato, senza la minima concessione agli antichi nomi, alle antiche misure, alle costumanze ed abitudini nostre di quattro secoli. Soltanto così i vantaggi potrebbero essere bilanciati con i danni”. La voce di Ceva Grimaldi rimase inascoltata, così come quella di Ferdinando de Luca, convinto sostenitore dell’adozione del SMD nel napoletano fin dal 1818, quando su quel tema aveva presentato alla Società economica di Capitanata una memoria (elogiata dal giornale scientifico-letterario “Il Pontano”). Nel 1839, alla vigilia della riforma, De Luca tornò sull’argomento con un’opera in cui ribadiva le stesse opinioni,supportandole ora con le citazioni dei recenti provvedimenti presi dai governi europei per introdurre nei loro stati l’uniformità metrica, cioè il sistema metrico francese. Il De Luca era un personaggio legato all’esperienza giacobina e filofrancese. Appartenente alla Scuola politecnica e militare fu anche Socio dell’Accademia delle scienze. La sua formazione culturale, tanto simile a quella di Ferdinando Visconti (che però ebbe opinione opposta riguardo al SMD), mostra come il SMD fu un argomento di controversia, in cui non è facile comprendere quanto di volta in volta, nelle varie opinioni, pesarono il momento politico, la polemica personale, le considerazioni scientifiche, il richiamo ideologico.[1]
[1] Per la consultazione della bibliografia e delle ricchissime note di tale interessante studio-ricerca, si rinvia agli atti del 2° convegno nazionale di storia dell’ingegneria: Pag. 521-540 a cura dell’A.I.S.I. a firma dell’autrice Dott.ssa Francesca Lo Faro.