La Storia

I Mulini ad Acqua della Medievale Randazzo

 

I MULINI AD ACQUA DELLA MEDIEVALE RANDAZZO

di   

Salvatore Rizzeri

 

Tra le persone di cui ho grande stima ed affetto un posto di primo piano spetta certamente a mio cugino Carmelo Venezia, (ha l’identico nome e cognome della mia defunta madre, cui era affezionatissimo e alla quale telefonava settimanalmente). Emigrato in Francia alla metà degli anni 50, come me ha innata la passione per la storia, l’arte e le tradizioni della città che gli ha dato i natali; ma ci accomuna anche il fatto di essere venuti al mondo nella stessa casa di Via Orioles, anche se a distanza di venti anni l’uno dall’altro. Torna spesso a Randazzo, vuoi perché quì risiedono le sue sorelle ed i nipoti, vuoi perché attaccatissimo alla sua città, ai luoghi, ai personaggi, agli avvenimenti che caratterizzarono la sua infanzia; cose che ricorda e racconta con grande nostalgia. Ed è proprio in una delle sue tante venute a Randazzo, (novembre 2013), che gli ho suggerito di raccontare le esperienze, le conoscenze e gli avvenimenti che da ragazzo aveva vissuto nell’ambiente di lavoro della sua famiglia e quanto saputo da nostro nonno Carmine, vecchio e stimato « Mugnaio » della città.  

Leggendo l’interessante narrazione, stupendo spaccato di vita e di storia della nostra città, ho voluto renderla pubblica e fruibile a quanti fossero interessati a conoscere particolari aspetti della nostra comunità che nessun libro di storia, di economia o di sociologia approfondirà mai. Nel riportarne il contenuto mi sono limitato solamente ad aggiungere qualche nominativo e qualche particolare di mia conoscenza riferibile ai mulini della città.

"Sono nato a Randazzo nel Quartiere di San Nicolò nel mese di ottobre del 1934, al vecchio civico numero 2 della Via Orioles, in una casa appartenente all’antica famiglia «Venezia», tutti di professione «Mugnai». Mio bisnonno Giuseppe Venezia nacque a Randazzo, secondo i miei calcoli, intorno al 1840; mio nonno Carmelo venne al mondo nel 1870 e morì nella stessa  città nel 1954, i miei zii paterni, ed anche mio padre Giuseppe Venezia, nato a Randazzo nell’ottobre del 1912 e deceduto in Francia nel mese di Giugno 1995, aveva seguito la tradizione famigliare fino al 1953, data in cui il suo mulino allocato nella Contrada denominata «Città Vecchia» venne definitivamente chiuso.

Essendo uno degli ultimi discendenti di questa « Corporazione » ormai estinta, desidero raccontare ciò che da ragazzo ho vissuto direttamente e quanto mi veniva raccontato da mio padre e da mio nonno a proposito dei  «Mulini ad acqua di Randazzo». Storie ed aneddoti di un tempo che fu.

I primi mulini ad acqua risalgono al medioevo essendo Randazzo luogo di produzione di granaglie e cereali; quelli di cui parlerò furono costruiti tra il XIV e il XV secolo. Vennero edificati all’esterno della Città Vecchia per evidenti motivi pratici e tecnici; principalmente sulla riva destra del fiume Alcantara, ad iniziare dal vecchio quartiere di Santa Maria dell’Itria. Bisogna  ricordare che in quei periodi l’acqua del fiume Alcantara scorreva in abbondanza, sia in inverno come in estate, ed era più che sufficiente ad alimentare i mulini.

Dove di trovavano questi Mulini  

Seguendo il racconto di mio nonno Carmelo, nel periodo in cui egli visse erano complessivamente sette. Un numero notevolissimo che evidenzia la ricchezza e l’abbondanza nella produzione di granaglie a Randazzo e nel suo territorio, prodotti che servivano non solo all’alimentazione locale, ma che venivano commercializzate ed esportate in tutta l’Isola e non solo. 

 Partendo dal Piano della «Timpa di San Giovanni», ad Ovest della città, accanto ai resti della Vecchia Chiesa di Santa Maria dell’Itria, c’era il primo mulino chiamato «Mulino della Ficarra». Si accedeva dal quartiere di San Martino, percorrendo una stradina dietro l’antica Caserma Vecchia, dalla Via Santa Catarinella, scendendo e attraversando il Vallone del torrente Annunziata. Questo mulino era stato gestito in gabella da mio nonno nei primi anni del 900,  forse assieme a qualche suo socio. Questa costruzione venne successivamente trasformata in deposito ed è tutt’ora visibile.      

Il secondo mulino, sempre sulla riva destra del Fiume Alcantara e a poca distanza dal primo, era il «Mulino della Fontana Grande». Si accedeva dalla Via Santa Margherita nel quartiere di San Nicola, attraverso «Porta Pugliese», scendendo attraverso la mulattiera di sinistra verso il fiume. Prima dell’ultimo conflitto mondiale  era di proprietà del signor Paparo, (anch’egli appartenente ad antica famiglia randazzese di mugnai). Veniva aiutato nell’attività dal nipote ed abitava in Via Marsala nel quartiere dell’Annunziata. Il mulino era gestito in associazione con il Signor Giuseppe Longhitano, la cui abitazione si trovava in Via dell’Agonia nel quartiere di San Martino. Anche i figli  di quest’ultimo collaboravano nell’attività.  Questa costruzione con accanto un grande giardino, è ancora visibile. Secondo le mie informazioni, l’interno è stato completamente trasformato e gli impianti interni, smantellati, non esisterebbero più. L’immobile attualmente appartiene alla famiglia Russo, che l’ha  trasformata in abitazione di campagna.

Sempre sulla riva destra del fiume, a poca distanza dal Mulino della Fontana Grande, c’era un’altra costruzione; si trattava forse di una stazione di pompaggio d’acqua. Costruita verso il 1890 veniva utilizzata probabilmente per alimentare la città, ma poteva trattarsi anche di una piccola centrale elettrica successivamente dismessa.  Ricordo che da ragazzino, ancor prima degli eventi bellici del Luglio-Agosto 1943, attraversando questo viottolo-mulattiera per recarmi al nostro mulino, questa struttura non era più in funzione. La costruzione venne bombardata e distrutta nell’estate del 1943.                                             

Il terzo mulino, chiamato «Il Mulino dell’Erbaspina» era stato costruito  accanto al vecchio omonimo ponte, semi distrutto intorno al 1650 a causa di una frana che si abbattè sul pilone della sponda sinistra del fiume, piegandola. Prima del 1943 solo un’arco era danneggiato, ma anche questa struttura venne presa di mira dagli alleati e bombardata nei mesi di luglio e agosto 1943. Le persone che ancora hanno l’occasione di attraversare questo sentiero, possono notare la costruzione che è tutt’ora visibile unitamente a qualche traccia del  canale di alimentazione. Il mulino venne definitivamente chiuso verso il 1920 a causa di un’alluvione che lo danneggiò in modo irreparabile.

Percorrendo sempre la riva destra del fiume, si arriva al quarto mulino; questo si trovava non lontano dal  ponte di San Giuliano; mia madre lo chiamava «Il Mulinello». Si accedeva dal Piano di San Giuliano, dove ancora nel dopo guerra, esistevano le fornaci per cuocere la calce e per la produzione di tegole e mattoni in terracotta. Specialisti in questa materia erano le famiglie Arcidiacono.

Il quinto mulino, detto «Il Mulino dell’Edera», (U Murinu a Liellira),  si trovava  oltre le vecchie vasche di decantazione delle fogne cittadine, sempre nello stesso quartiere, (l’ex Ghetto Ebraico). Si poteva  accedere attraverso un viottolo mulattiera passando davanti alla grotta di Citta’ Vecchia.  Era di proprietà delle famiglie Proietto e del signor Alia; che credo avessero anche un legame di parentela.  Il mulino venne dismesso  intorno al 1952-53. 

Il sesto mulino, detto «Mulino di Citta’ Vecchia», era stato costruito  nell’omonima Contrada. Si accedeva passando sopra la vecchia grotta, oggi quasi inesistente a causa del suo crollo, seguendo la strada  mulattiera fino alla riva del fiume Alcantara.

Questa  grande costruzione, era forse la piu’ antica e la più caratteristica dal punto di vista architettonico. Gli ultimi proprietari erano le famiglie del sig.  Antonino Caggegi, abitante con i suoi figli in Via Roma nel quartiere di San Nicolò, e quella di mio padre Giuseppe Venezia. La conduzione di questo mulino si avvaleva anche dell’aiuto e collaborazione di mio nonno Carmelo, molto amico di mastro Antonino.   Il nonno era un profondo conoscitore di queste vecchie costruzioni fin dagli inizi del 900. 

Parecchi anni prima della sua morte mi raccontava che la parte posteriore dei locali di questo mulino era adibita alla fabbricazione del «drappo», che in una successiva fase della lavorazione veniva tinto con coloranti naturali. Una grande superfice dello stabilimento venne demolita dall’alluvione del 1920.  A parte i locali del mulino, sono rimasti ancora visibili i ruderi delle stalle per gli asini, ed il deposito per la paglia e il fieno.           

 Il settimo ed ultimo mulino di cui ho memoria, si trovava nei pressi della località denominata «Contrada Giunta», alla periferia est della città, seguendo sempre la riva destra del fiume.  Nonno Carmelo  parlava spesso di questo mulino, ma non ho memoria di come venisse chiamato, ne chi fosse il suo proprietario. Posso semplicemente affermare che per alimentarlo della necessaria acqua, la diga si trovava  molto vicina al mulino di Città Vecchia.  Si accedeva ad esso seguendo la strada che conduce nel nuovo quartiere di « Giunta » fino alle sponde del fiume. Il mulino venne chiuso probabilmente dopo l’alluvione del 1920 che sicuramente lo danneggiò, fino a qualche decennio fa i ruderi erano ancora visibili. In questa zona l’Amministrazione comunale di Randazzo aveva deciso di costruire un ponte che collegasse le due sponde del fiume, mai completato, di esso rimangono semplicemente due poveri pilastri  in cemento armato molto inclinati ed inestetici.                       

Chi erano i proprietari dei Mulini ad Acqua 

I mulini appartenevano alle famiglie nobili e aristocratiche della città. Ma non essendo questi del mestiere, per farli funzionare erano obbligati a rivolgersi alla « Corporazione dei mugnai randazzesi ». I mugnai, prendevano in «gabella» i mulini pagando una certa somma annua; oppure in cambio di una certa quantità di grano o di farina. Le famiglie dei mugnai erano un consistente numero a Randazzo; a mia memoria erano le famiglie del sig. Antonino Caggegi, di Basilio Caggegi, I Longhitano, Gioacchino Paparo, i Proietto, mastro Alia e la famiglia Venezia, nel secolo scorso molto numerosa per componenti. Il signor Basilio Caggegi era anche il padrino di mio padre. Queste famiglie vivevano con il ricavato della loro attività, non erano particolarmente ricchi, ma tutti erano proprietari delle loro case ed anche di qualche appezzamento di terreno e vigneto. Producevano in proprio il vino, l’olio, la frutta secca, (mandorle, noci, nocciole), e la frutta di stagione. Il loro tenore di vita era certamente superiore rispetto a quello degli operai e degli agricoltori dell’epoca.

Materiale utilizzato per la costruzione  dei Mulini 

In linea di massima erano costruiti con il materiale disponibile lungo il fiume; pietre arenarie e basaltiche murate con calce e sabbia.  Di stile piuttosto semplice  e rustico, erano costituiti in genere da due piani; il sottosuolo,  o piano interrato, era dotato di una grande apertura a mezzo arco che permetteva l’istallazione della Ruota Idraulica costruita con legno duro dai Maestri carrettieri randazzesi. Una parte della superfice del pianterreno era riservata all’istallazione delle Macine o Mole e dai loro accessori.  I tetti erano costruiti con una sola pendenza e ricoperti con tegole in terracotta.  L’interno di ogni mulino aveva uno stile proprio e proprie strutture che si adattavano alla particolarità dell’impianto.

 Tutti i mulini erano dotati di un grande Sebatoio d’Acqua realizzato in pietra lavica  ed avente la forma di imbuto; la sua estremità era incurvata  con una apertura per il getto d’acqua di circa dieci centimetri di diametro ed anche oltre. Era orientato verso le Pale della Ruota Idraulica che veniva fatta girare proprio dalla forte pressione e velocità esercitata dall’acqua. Il diametro del getto d’acqua poteva essere modificato secondo le stagioni; durante l’inverno poteva essere aumento, in estate diminuito; tutto questo dipendeva della quantita’ d’acqua che l’Alcantara forniva. Per modificare il diametro del getto si aggiungevano degli anelli in lamiera di diversa misura, a forma di cono. Per potere  alimentare i mulini i proprietari costruivano, a monte dell’impianto e sulla stessa riva del fiume, la propria Diga. Di solito era costituita da un muro in pietra secca dell’altezza di circa settanta centimetri; le fessure venivano otturate con un misto di argilla impermeabile ed erba, così da evitare le perdite d’acqua.  Attraverso un lungo canale «Saia» scavato nel suolo ed anche nella roccia, l’acqua veniva convogliata fino al sebatoio, chiamato comunemente  dai mugnai «LA BOTTE». 

Un particolare di questi canali era il fatto di essere dotati di sistemi di deviazione. In caso di necessità, o per riparazioni  del mulino, l’acqua  veniva deviata  mediante un sistema di pannelli scorrevoli verticalmente. Una volta utilizzata, l’acqua veniva  inviata in un canale situato a valle del mulino e reimmessa nel fiume.

Ma desidero particolarmente soffermarmi e descrivere il luogo dove ho vissuto la gran parte della mia infanzia e della mia adolescenza: Il Mulino di Città Vecchia, di proprietà di mio padre e della  famiglia  di Mastro Antonino Caggegi, a cui fin da ragazzino ero particolarmente legato ed affezionato. E’ in questi luoghi e con quelle persone che ho trascorso gli anni più belli della mia vita.

La diga di questo mulino era stata costruita a monte  del  Mulino dell’Edera, di proprietà, come avevo prima accennato, della famiglia Proietto. Il canale era lungo circa novecento metri, passando davanti a questo mulino recuperava l’acqua già utilizzata, permettendo così, nella calda stagione, anche l’irrigazione degli orti. Il mulino, era circondato da una grande superfice di terra coltivabile; nella parte alta c’era un piccolo vigneto con alberi di ulivi, mandorle, fichi e fichidindia; cera anche una pianta di fichi neri di una qualità molto rara e i cui frutti maturavano sempre nei primi giorni del mese di dicembre. Davanti al mulino si trovava l’orto che  veniva coltivato ad ortaggi di stagione. Il Mulino di Citta’ Vecchia, forse il più antico tra quelli esistenti, possedeva la «Botte» piu’ caratteristica. Costruita in pietra lavica e profonda circa dieci metri, aveva la forma di una piramide capovolta. Il suo interno terminava come un imbuto incurvato, con un getto d’acqua di circa quindici centimetri di diametro. L’acqua scendendo a strapiombo determinava la pressione del getto. Quando si svuotava per i lavori di manutenzione si poteva ammirare il magnifico lavoro di parecchi secoli prima, eseguito dai maestri scalpellini dell’epoca. Come detto prima, il diametro del getto d’acqua poteva essere variato con appositi  anelli di forma cilindrica, dando così maggiore o minore pressione e forza alla ruota idraulica che serviva a muovere tutti gli altri ingranaggi e macchinari del mulino. (In dialetto randazzese, erano chiamati «I Varuori»). 

Il  pianterreno del mulino era a  due  livelli, con un dislivello di circa  ottanta centimetri. Nella parte piu alta, murata al suolo, era piazzata la macina inferiore. Il suo buco centrale permetteva il passaggio della testa dell’asse centrale della ruota idraulica che era invece situata in posizione orizzontale al piano inferiore, detto anche piano umido, e munita di un grosso perno quadrato. La  macina superiore, aveva un buco di circa quindici centimetri di diametro chiamato «Occhio della Mola».  Incastrata orizzontalmente nell’asse centrale, sotto la superfice della mola superiore, vi era poi una lunga placca d’acciaio della dimensione di quaranta centimetri  con un buco di forma quadrata. Era appunto questa che dava alla macina il senso di rotazione e serviva anche a regolare l’altezza fra le due macine ed ottenere  cosi’ una farina  molto piu’ fine regolandola attraverso l’occhio della mola. Le due macine erano protette da due cassettoni in legno massiccio semicircolari, chiusi con due cinture in lamiera; l’insieme  coperto da un coperchio circolare munito di un buco centrale che permetteva il passaggio del grano e dei cereali.

Voglio precisare che le macine avevano una dimensione  di circa un metro e settanta di diametro e trenta centimetri di spessore; erano state realizzate con una qualità di pietra bianca, molto dura e molto pesante. Ignoro la sua provenienza. Quattro piccoli pilastri in legno erano montati sui due lati del cassone di protezione, mentre una piccola impalcatura orizzontale permetteva il supporto della «Tramoggia».  La tramoggia era una cassa di legno di forma piramidale capovolta, con un piccolo buco quadrato situato al centro dell’occhio della macina superiore. Sotto si trovava un’atro recipiente chiamato «Cazzuola». Questo piccolo recipiente di forma ovale, vuoto all’interno, aveva davanti un intaglio a forma della vocale «U» La parte posteriore era tenuta con due anelli in metallo fissati alla tramoggia; davanti, sulle due estremità, era tenuta con due cordicelle aventi una lunghezza di circa cinquanta centimetri, fissati sempre davanti la faccia della tramoggia e attorcigliati con un pezzettino di legno rotondo. Attorcigliando le cordicelle, il mastro mugnaio poteva regolare l’inclinazione della cazzuola e nello stesso tempo la quantità di grano necessario ad ottenere una qualità di farina molto fine. Attraverso questo buco, si trovava un’altro piccolo e originale attrezzo chiamato «Battagliola».

Aveva la forma di una piccola squadra, poteva essere di metallo oppure in legno; la parte orizzontale attraversava  la cazzuola, mentre la parte verticale, toccava la parte superiore della macina. Questa avendo la propria superfice grezza e molto ondulata, seguiva il movimento di rotazione permettendo al grano di cadere nell’occhio della mola nella giusta quantità. La farina usciva attraverso  una canaletta  chiamata «Vuccaloro»  e raccolta in un sottostante sacco.

Il piano inferiore delle macine aveva una dimensione di circa quattro metri quadrati. Lo chiamavo il «Fosso del mastro mugnaio». A turno era generalmente occupato dagli anziani: da mio nonno Carmelo e dal Signor Antonino Caggegi.  Seduti tranquillamente su uno sgabello, il cosiddetto «Furrizzu»,  erano loro che con le  mani palpavano la farina e controllavano continuamente e sistematicamente la qualità e la consistenza, « Finezza », del prodotto. Questa antica ed artigianale procedura dava  una qualità di farina altamente nutriente ed ecologica. I mugnai avevano una grande conoscenza delle varietà del grano e dei cereali; sapevano distinguere un grano duro da un grano tenero e valutarne la qualità. Si consideri che prima dello scoppio della seconda guerra mondiale (1940), la produzione e lavorazione del grano e dei cereali, nel territorio del Comune di Randazzo, era un’importante settore dell’economia.

Tutti i terreni destinati alla produzione di grano, da Moio Alcantara (ME), al Piano della Gurrida, fino a Maniace, nel mese di novembre venivano arati e seminati.  Ma la qualità e consistenza del terreno non era uguale ed omogenea nelle diverse contrade adibite alla coltura del cereale; ebbene i maestri mugnai della nostra città erano in grado di distinguere la qualità del grano ricavato e la zona di provenienza. E’ interessante descrivere come i meastri mugnai procedevano al blocco delle macine utilizzando un arnese molto semplice. Nel piano inferiore del mulino, a circa 50 centimetri dal getto, c’era un pilastro verticale in legno munito di un grosso perno che otrepassava il pianterreno di circa un metro. Sulla parte superiore, quasi all’estremità, c’era un buco dove i mugnai infilavano una leva rotonda che serviva da chiave. Nella parte sottostante, all’altezza del getto, il pilastro era dotato orizzontalmente di una sbarra di legno, la sua estremità era leggermente triangolare; nel loro linguaggio questo particolare attrezzo veniva chiamato «u Turaturi», forse «l’otturatore» della lingua italiana. Esercitando un movimento semicircolare da destra verso sinistra, la sbarra veniva piazzata al centro del getto d’acqua, dividendolo in due parti, una metà verso il soffito, l’altra metà verso il suolo, deviandolo così dalle pale della ruota idraulica.

Con questo sistema, più che semplice, si fermavano le macine del mulino.   Un’ altro  dettaglio riguarda le superfici interne delle macine; ogni macina possedeva una serie di scannellature larghe circa venti millimetri. Partivano dal centro dell’occhio fino all’estremità della macina. Queste, servivano  ad incanalare  la farina ottenuta verso le sponde e dalle sponde al vuccaloro.

Le superfici interne delle macine, dopo un periodo di usura, diventavano liscie. Ogni mese, e molte volte anche prima, i mugnai erano obbligati a smontare l’insieme  degli accessori per martellare le superfici di esse rendendole più ruvide. Da giovane, ho assistito parecchie volte all’esecuzione di questi lavori. Conoscendo le dimensioni e il peso della macina superiore, posso affermare che questo lavoro era molto pericoloso.  La presenza e la forza di due mugnai era necessaria ed indispensabile. Dopo aver sollevato la macina con l’aiuto di due pali in acciaio, gli venivano posti sotto due rulli in legno; la mola veniva poi piazzata in equilibrio sulla bordura del fosso del mugnaio. Con l’aiuto di stanghe in legno, veniva successivamente capovolta sopra un‘impalcatura appositamente preparata. Le superfici erano martellate con una mazzetta usata dagli scalpellini chiamata «Bucciarda». Si ottenevano così due superfici leggermente rugose. Dopo avere proceduto alla verifica ed alla pulitura, per il rimontaggio, i mugnai procedevano nel senso inverso a quello precedentemente descritto. Questo lavoro veniva definito dai mugnai «avere le macine fresche».

 Le macine fresche, venivano particolarmente utilizzate per macinare cereali diversi dal grano, cioè il granoturco, la segale, l’orzo ed anche le fave nei periodi di crisi. Usate leggermente, erano eccellenti per macinare i grani duri, teneri ed altri tipi di grano destinati al confezionamento dei biscotti e della farina pasticcera.   

Gli interni dei mulini, erano tenuti puliti ed ordinati e i muri imbiancati con il latte di calce che, all’epoca, veniva prodotta nella nostra stessa città.  La sera e durante la notte, si lavorava alla luce delle lampade ad olio, ed in seguito con le lampade a petrolio. I mulini erano dotati di un focolare munito di un tre piedi per la preparazione in loco del cibo, le casseruole erano tutte in terracotta che conferiva alle pietanze un sapore ineguagliabile. Al di fuori dei locali del mulino, nei pressi dell’orto, si allevavano polli, conigli e talvolta anche qualche piccolo maiale.

  La vita lavorativa e quotidiana dei Mugnai

L’attività lavorativa della Corporazione dei mugnai era faticosissima e molto delicata. Di buon mattino il primo compito riguardava la preparazione degli animali:  gli asini oppure i muli, indispensabili per il trasporto del grano e dei cereali. Conoscevano bissimo tutti i loro clienti, i luoghi di produzione del grano, dei cereali, i magazzini e le rispettive case di abitazione. Percorrendo in lungo e in largo i vari itinerari del territorio di Randazzo e dei paesi vicini, recuperavano i sacchi di grano che venivano trasportati nei  loro rispettivi mulini.

Ogni mulino solitamente era gestito da due soci, (Mulino della Fontana Grande, Mulino dell’Edera, Mulino di Citta’ Vecchia), aiutati nell’attività dai loro rispettivi figli, dai nipoti ed anche dai nonni. In generale necessitavano non meno di quattro persone per il buon funzionamento del mulino.

 Due persone erano addette alla sorveglianza e al funzionamento dei macchinari, altre due si occupavano del ritiro del grano e della consegna della farina. Attività che si ripeteva due tre volte al giorno.  Conoscevano alla perfezione tutte le località e le contrade della città che percorrevano in lungo e in largo instancabilmente.

Prima dello scoppia del conflitto mondiale del 1940, soprattutto i possidente e gli aristocratici della città, trascorrevano i periodi estivi nelle loro tenute di campagna, in alcuni casi anche molto distanti dal centro abitato. Per potere soddisfare i bisogni di questa classe, i mugnai con i loro animali andavano a ritirare il grano la mattina e riconsegnare la farina il pomeriggio. Ma c’erano anche i contadini, gli artigiani, financo le madri di famiglia che si recavano ai  mulini,  trasportando a spalla il loro piccolo sacco di grano. Le donne solevano traportarlo adagiandolo sul capo. I clienti non erano in genere persone benestanti; si trattava in massima parte di poveri contadini che sopravvivevano, unitamente alle famiglie,  col duro lavoro dei campi.

 Nel secolo scorso la circolazione del contante era piuttosto scarsa tenuto conto della povera economia della nostra terra; la gran parte dei clienti, pertanto,  non avevano la possibilità di pagare i mugnai, infatti dopo aver pesato il grano, cedevano a questi una certa percentuale del prodotto da macinare quale compenso per la lavorazione.

Le misure utilizzate nei mulini erano  « la Garozza, la mezza Garozza, il quarto di Garozza oppure il Tumolo », quest’ultimo usato per le grandi quantità. Ogni mulino era dotato di una grande cassa in legno, chiusa da un coperchio e munita  di due grosse serrature con due chiavi differenti. L’interno era diviso in due compartimenti; sopra il coperchio di chiusura c’erano due piccole aperture dotate di tavola scorrevole. Attraverso queste aperture di servizio venivano introdotti rispettivamente il grano e la farina. Alla fine di ogni settimana, alla presenza dei due soci, muniti ognuno della rispettiva chiave, veniva aperta la cassa, ed il ricavato diviso in parti uguali.  

Al mulino di Citta’ Vecchia la vita quotidiana si svolgeva diversamente rispetto agli altri; essendo questo situato in un posto di grande transito, tutte le mattine i contadini che abitavano nel quartiere di San Vito e Crocitta vi passavano davanti con i loro animali carichi di attrezzi da lavoro, attraversavano il fiume e si recavano nei  loro campi o in quelli dei grossi possidenti per conto dei quali lavoravano, situati  sulla riva sinistra dell’Alcantara e sulle colline antistanti i Nebrodi. Passando,  salutavano i mastri mugnai e spesse volte lasciavano già di buon mattino i loro sacchi pieni di grano che, dopo essere stato trasformato in farina, venivano ripresi la sera al ritorno dal lavoro. 

In certi periodi dell’anno, mio padre con mastro Antonino Caggegi e mio nonno Carmelo, organizzavano qualche piccola festa i cui invitati erano solitamente i colleghi mugnai della corporazione.  Erano degli eccellenti cuochi, la loro specialità erano le larghe lasagne dette «alla carrettiera», preparate con la buona farina e con uova fresche prodotte dalle loro galline. Il sugo, preparato con buoni pomodori, veniva ulteriormente condito e profumato con l’aggiunta di certe erbe aromatiche del luogo. Il pollo arrosto era di rigore, ed anche se i grandi piatti in ceramica di Caltagirone non mancavano certo nella cucina del mulino, era tradizione che le lasagne vesissero servite in un grande recipiente in legno posato sopra il tavolo, chiamato «Mailla». Ciascuno si serviva così con la propria forchetta. Onore agli affammati!  A tavola, inoltre, non mancava mai un buon bicchiere di vino genuino di produzione propria. 

Come avevo accennato precedentemente, i mulini erano illuminati  con le lampade ad olio e a tal proposito mio nonno Carmelo, mi raccontò un piccolo divertente anedotto capitato qualche tempo prima. Una sera d’estate, aveva invitato a cena i suoi amici; la pasta era già servita dentro la mailla e gli invitati, muniti della relativa forchetta, si precipitarono alla degustazione. Malauguratamente la minuscola lampada ad olio che illuminava la stanza cadde dentro la mailla assieme alle lasagne.  Dopo avere acceso una seconda lampada, tutti cercavano la miccia di cotone; ma non si fu verso di trovarla, infatti nella concitazione e nella fretta di mangiare, uno di loro  l’aveva sicuramente inghiottita.       

Il periodo di maggior lavoro per i mugnai era quello successivo alla raccolta del grano e dei cereali, cioè i mesi di luglio agosto e settembre. I giovani dovevano occuparsi della pulitura dei lunghi canali di alimentazione; questi dovevano essere mantenuti in perfetta efficienza, esenti da erbe e da depositi di argilla, che spesso impedivano il passaggio dell’acqua. Le piccole dighe venivano riparate evitando così le perdite d’acqua. Era un lavoro ingrato e faticoso; il più delle volte eseguito con i piedi scalzi. In questi periodi, il Mulino di Citta’ Vecchia funzionava  fino a tarda notte. Molta farina era destinata agli Istituti Religiosi, numerosi nella Città di Randazzo prima del 1943. Le Monache dei tre Conventi Benedettini della città utilizzavano  una grande quantità di questa farina per la produzione, quasi in quantità industriale, dei grossi biscotti chiamati «I Biscotti delle Monache»,  rinomatissimi come gusto e qualità. Solamente le Religiose erano a conoscenza della ricetta segreta,  ed erano anche delle esperte nella scelta del grano. Venivano venduti giornalmente al pubblico e il ricavato era destinato per i bisogni della loro Istituzione.

A tarda notte e dopo avere fermato le macine, i mugnai pesavano la farina e dopo averla messa nei sacchi, questi venivano caricati  e legati sul dorso degli asini  pronti per il trasporto. Nelle notti buie e lungo il tragitto, i mugnai si accompagnavano con una lanterna  accesa non solamente per guidare gli animali ma anche per segnalare da lontano la loro presenza. Da ragazzino, in compagnia di mio nonno, ho percorso molte volte questi tragitti. In estate e nel periodo di Luna piena,  il profilo dell’Etna e delle colline era  semplicemente spettacolare. Ammiravo  questo straordinario paesaggio con sullo fondo il volo delle lucciole che mi dava la sensazione di vivere in una fiaba. Si respirava un’aria leggermente calda, ma carica di profumi emanati dalle piante di origano, di ginestra e di menta selvatica.  Questi periodi della mia adolescenza rimarranno indimenticabili.   

Davanti all’ingresso del mulino di Citta Vecchia, sul lato sinistro, sistemata su quattro piccoli blocchi di pietra, si trovava una macina di riserva; durante l’estate la utilizzavamo da sedile. A monte si trovava la botte del mulino; quando l’acqua era in abbondanza una certa quantità veniva canalizzata attraverso una roccia, formando così una minuscola cascata.

Al crepuscolo, una volta finito il lavoro della giornata, io, mio nonno, mio padre e il sig. Caggegi con il figlio, ci siedevamo in quest’angolo a gustare un pò di tranquillità e di riposo dopo una lunga giornata di lavoro. In quelle ore molti  contadini, alcuni a cavallo, altri a piedi, passavano davanti al nostro mulino trasportando sulle loro spalle le zappe e gli altri arnesi di lavoro; con un gesto amichevole salutavano i mugnai e proseguivano verso casa,  altri si fermavano, si siedevano, chiacchieravano per qualche minuto, gli si offriva un bicchiere di vino per poi ripartire verso la propria dimora. Il fiasco di solito veniva nascosto dietro i cespugli della cascata d’acqua, così da mantenersi fresco. Certe sere, sempre seduti  su questo particolare sedile, mi raccontava che negli anni passati, soprattutto durante la sua giovinezza, in inverno come in estate, l’acqua dell’Alcantara scorreva in abbondanza e si potevano pescare le trote ed anche le anguille specialmente nei gorghi. Ma, a causa dell’ inquinamento e della negligenza degli abitanti, i pesci e le anguille sono spariti.[1] 

Una volta finita la giornata di lavoro, i mugnai riprendevano la via del rientro a casa. Arrivando nei pressi della grotta di Citta’ Vecchia, salendo sul lato sinistro, si trovava una piccola Cappelletta, chiamata dai mugnai «a Cappilluzza»;  all’interno si poteva ammirare un affresco della Madonna. I mugnai, sulla via del ritorno,  con i loro animali carichi dei sacchi di farina si fermavano spesso presso la Cappella e dopo aver fatto il segno della Croce e deposto qualche fiore raccolto lungo il percorso, facevano ritorno a casa. I resti di questa Cappelletta, molto antica, sono ancora visibili  scendendo sul lato sinistro; l’affresco però è del tutto scomparso e ciò che resta è in rovina.  Nulla è stato fatto per il recupero di questo piccolo monumento sacro. Era forse una costruzione del  1600  fatta realizzare dai vecchi proprietari di quei terreni.

La nascita dei Mulini elettrici nella città di Randazzo 

Il  5 marzo  1903, veniva costituita a Roma  la Società Catanese di Elettricità.  Nel 1907 cambiamento di denominazione; venne infatti chiamata «Società Elettrica della Sicilia Orientale». A partire dagli anni 1920 la Società iniziò un graduale processo di assortimento delle piccole Aziende Elettriche che producevano e distribuivano l’energia elettrica a livello locale. (A Randazzo ve ne era una in Piazza Loreto, accanto all’ex Villa Vagliasindi. Le turbine erano mosse dall’acqua di un pozzo attiguo che veniva poi immessa nell’acquedotto comunale).

Con l’arrivo dell’energia elettrica, la città di Randazzo entrava in un’epoca industriale moderna[2]. La notte la città incominciava ad essere illuminata con le nuove lambade elettriche; gli edifici Pubblici, il Palazzo Comunale, le Scuole e alcune case private godettero di questo innovativo servizio, indice di grande progresso che  facilitò e semplificò la vita della gente e dei Carrettieri costretti nelle notti buie a circolare con la luce di una lanterna. Dopo il 1920 diversi mugnai pensarono bene di trasformare i loro mulini ad acqua, utilizzando l’energia elettrica, fatto questo che comportava una radicale trasformazione degli impianti con nuovi e moderni macchinari mossi non più dalla forza dell’acqua ma dall’energia elettrica, trasformandoli quindi in piccola industria molitoria. 

I Mulini  elettrici a Randazzo erano complessivamente sette.  Il primo si trovava  nel quartiere di San Martino, all’uscita di «Porta Palermo», esattamente a sinistra  accanto l’antico abbeveratoio. Il secondo, in Via Marconi nei pressi di «Porta Aragonese», di proprietà della famiglia del Sig. Salvatore Paparo; il terzo nel quartiere di Santa Maria sempre in Via Marconi a poca distanza della casa del defunto Sacerdote Don Salvatore Cariola. Il quarto, nell’ex Via Regina Margherita, oggi Via Giuseppe Bonaventura, proprietari la Famiglia Mario Paparo e Figli.  Questo mulino era il più grande della città; godeva di locali spaziosi, equipaggiato da una serie di macchinari moderni degni di quest’epoca. La ditta impiegava, oltre ai propri figli, parecchi operai utilizzati sia per il reperimento del grano che per la consegna della farina. Questo lavoro era eseguito all’epoca con l’aiuto  di un lungo carrozzone tirato da un’asino. Poteva considerarsi una industria di medie dimensioni che andò sempre più espandendosi fino agli anni settanta.

Il quinto mulino, si trovava al numero 114 di Via Duca degli Abbruzzi; questa abitazione, apparteneva a mio nonno Carmelo Venezia. Dopo avere eseguito al pianoterra moltissimi lavori e dopo l’istallazione dei nuovi macchinari, chiese alla Societa’ Elettrica della Sicilia, l’allacciamento e la fornitura  dell’energia. I dirigenti della Società fornitrice chiesero però una somma molto importante per quell’epoca; esattamente seicentocinquanta lire. Mio nonno, persona dal carattere assai forte, ritenne quell’importo eccessivo e pur disponendo dei denari non volle accettare le condizioni proposte. Questo mulino pertanto non  venne mai messo in funzione. Poco tempo dopo i macchinari furono rivenduti e forse rimontati in quello di Via Marconi.  Il sesto di proprietà del sig. Vincenzo Paparo si trovava in Via Carmine – Piazza Loreto, ed operò fino alla fine degli anni 70. 

Il settimo  mulino elettrico, il più recente, era stato creato in Via Duca degli Abbruzzi, non lontano dalla Chiesa di San Nicolò. Apparteneva al signor Giuseppe Rizzo, imparentato con  la famiglia  di Mastro  Antonino Caggegi.[3]  

Dopo la nascita dei mulini elettrici, i tre mulini ad acqua sopravvissuti: «  Fontana Grande, Mulino dell’Edera, e Città Vecchia », videro ridursi notevolmente il lavoro e la clientela. I mulini elettrici impiegavano molto meno tempo nelle lavorazioni e la resa in farina era maggiore. Unico inconveniente le frequentissime interruzioni di elettricità che bloccavano totalmente l’attività molitoria per tutto il tempo del distacco della corrente, cosa totalmente assente nei vecchi mulini ad acqua.

Senza mugnai non c’era farina, e senza farina non c’era pane, motivo per cui la Corporazione dei Mugnai rappresentava un elemento importante ed indispensabile nell’economia della città e non solo. Unita e solidale fu sempre al servizio della popolazione Randazze che per tale motivo fu sempre molto riconoscente e rispettosa verso i suoi componenti, molto numerosi nel secolo scorso.

Nei periodi di Festa, particolarmente durante quella dell’ Annunziata, oppure di San Giovanni, i proprietari dei tre mulini ad acqua in compagnia dei loro soci, dopo il rientro della Processione, di solito veniva invitati a casa del signor Paparo che abitava non molto distante della Chiesa dell’Annunziata, in Via Marsala. Da ragazzino ho avuto più volte l’occasione di assistere a queste riunioni amichevoli sempre in compagnia di mio nonno e di mio padre. Dopo aver chiacchierato per un pò, la moglie di Mastro Paparo, donna Caterina, riempiva di vino rosso una grande brocca in terracotta, la cosiddetta «cannata», per poi servirlo agli invitati, offrendo anche una gran quantità di dolci confenzionati dalla stessa in un grande piatto decorato. Molte volte le riunioni amichevoli si svolgevano nella casa di mastro Antonino Caggegi in Via Roma; posso affermare che il vino servito da sua moglie era molto apprezzato dagli ospiti.   

Per  la festa di San Giovanni, cioè il 24 Giugno, e sempre dopo il ritiro del Santo, l’appuntamento era a casa del Signor Giuseppe Longhitano.  Abitava con la sua famiglia e i suoi figli maschi, anche loro mugnai, in Via Dell’Agonia, a poca distanza dall’omonima chiesetta. L’acccoglienza era sempre amichevole e cordiale; mastro Longhitano era un uomo gentile e generoso oltre ad essere persona di grande allegria. La riunione terminava sempre bevendo un abbondante bicchiere di vino rosso.  Il signor Longhitano sopranominato «Carruzzita» verso il 1954, dopo avere venduto le sue proprietà, emigrò con la famiglia in Argentina. Da allora non abbiamo più avuto notizia alcuna di queste persone dall’animo gentile e generoso.  

Nel 1940 l’Italia entra in guerra; i giovani agricoltori vengono arruolati nell’Esercito, obbligati a combattere e a subire e partecipare agli orrori che questa comporta. Nel periodo che va dal 1939  al 1943,  il governo italiano aveva promulgato una legge per cui tutti i raccolti di grano, cereali, olio ed altri alimenti di prima necessità, dopo essere stati dichiarati alle Autorità locali, dovevano essere consegnati nei depositi statali chiamati «Ammasso». Questi grandi depositi erano amministrati da impiegati comunali che a loro volta venivano sorvegliati dalla Milizia Fascista. Una parte considerevole dei prodotti era destinata alle truppe tedesche e italiane e solo una piccola quantità veniva ridata ai produttori. In questi periodi, più che difficili, alla gente venne fornita la tessera per il razionamento dei prodotti alimentari e di prima necessità. Ogni persona, aveva diritto a circa 200 grammi di pane al giorno; l’olio, il formaggio, la farina, lo zucchero ed altre materie, erano anch’esse razionate. Ma i nostri contadini con i produttori di grano, nel periodo della raccolta, per non soffrire oltre il normale la fame, nascondevano una piccola parte dei loro raccolti. Le Autorità Provinciali erano a conoscenza di questo sistema e per poter meglio controllare, obbligarono i proprietari dei mulini e i mugnai, di lavorare a turno. Ogni settimana c’erano nella città di Randazzo solo due mulini in attività. I mugnai avevano l’obbligo di tenere a disposizione, per gli eventuali controlli, un registro di carico e  scarico con il cognome e nome dei clienti, nonchè la quantità dei cereali trattati. Il controllo, spesse volte all’improvviso, veniva effettuato dagli Agenti della Milizia Fascista provenienti da Catania. Circolavano con le motociclette; erano severissimi ed in caso di errori o truffe, i mugnai  rischiavano la prigione. Un panettiere randazzese per non avere rispettato le regole, venne arrestato e condannato. Quello fu un periodo difficile, molto duro e triste per le famiglie, soprattutto quelle numerose. Ogni fine settimana, il sabato sera, le macine dei mulini venivano «sigillate» da un impiegato del Dazio. (Oggi tale ufficio non esiste più). Questo compito, più che ingrato, era stato assegnato al Signor Salvatore Bonfiglio, il quale ogni fine settimana si recava nei due mulini di turno per compiere tale sgradevole servizio.  In quel periodo abitava con la sua famiglia in Piazza San Domenico; il vecchio Convento Domenicano con la sua Chiesa, in quel periodo erano animati dalla presenza dei Padri Salesiani e questo antico complesso, non era stato ancora colpito dai bombardamenti. Il Signor Bonfiglio era un uomo cortese, rispettoso, il suo linguaggio era diplomatico e vestiva sempre elegantemente. Conosceva benissimo la triste situazioni e i disagi che la guerra causava alla nostra citta e alla gente che vi abitava. Nel mulino di Città Vecchia, quando era il proprio turno di apertura, si era organizzata la sorveglianza con l’aiuto del socio Mastro Antonino, del figlio e di mio nonno Carmelo,  permettendo, in caso di controllo, di essere avvertiti per tempo. Il mulino era situato a valle  della grotta e il figlio del signor Caggegi, all’ora ragazzo, si nascondeva in alto dietro una grande roccia; quando gli agenti della Milizia si avvicinavano a bordo delle motociclette, in quel tratto erano costretti a lasciare i loro  mezzi di trasporto e recarsi a piedi, percorrendo circa ottocento metri prima di arrivare al mulino. Nascosto tra i cespugli e munito da un grande fazzoletto bianco, agitandolo, segnalava l’arrivo della Milizia.  Questo sistema  permetteva ai mugnai di nascondere le quantità di grano, cereali e farina non dichiarate, molto preziose ed utili per le famiglie. 

Nel 1958 con mio padre, da emigrato, mi trovavo in Francia e una sera, nel nostro piccolo alloggio, mi volle raccontare un episodio avvenuto agli inizi del 1943. Per lui si trattava certamente di un segreto che non aveva mai svelato. Molte famiglie, abitanti nel quartiere di San Vito e Crocitta, si trovavano in forte disaggio economico. Queste famiglie avevano nascosto una certa quantità di grano non dichiarandolo; i bambini soffrivano la fame, la farina per preparare un pò di pasta e il pane mancava. Mio padre, in segreto e di nascosto, evitando le spie, numerose in quel periodo, andò a trovare il Signor Bonfiglio. Sempre segretamente spiega la grave situazione. Dopo una lunga riflessione questi disse a mio padre, « Giuseppe avverti con molta prudenza e  precauzione queste famiglie, questa sera togli i sigilli e durante la notte cerca di macinare quanto più grano puoi; domani alle sei del mattino sarò a Città Vecchia e rimetterò i sigilli alle macine ».  Con l’aiuto di mio  nonno, il primo lavoro fu la sorveglianza ed una pulitura del canale, per assicurarsi che la quantità d’acqua fosse sufficiente per il buon funzionamento delle macine. Giunta la sera il mulino è stato messo in funzione e durante la notte, con l’aiuto dei loro animali, i clienti e gli amici hanno potuto trasportare la preziosa mercanzia nei loro rispettivi domicili. Grazie alla collaborazione e all’intervento del Signor Bonfiglio, al suo gesto di bontà e solidarietà, si consentì a molte mamme di nutrire per qualche settimana i loro bambini. Quante volte il Signor Bonfiglio, in quel disgraziato periodo, ha ripetuto quest’atto di solidarietà, certamente molto rischioso per lui e per il suo impiego ? Chissà, questo rimane un segreto.

Così la vita e il lavoro dei mugnai  in quei periodi più che difficili. Dal 13 Luglio al 16 Agosto, la Medievale e bella Città di Randazzo venne bombardata dagli alleati. Ben 84 incursioni aeree la ridussero in macerie. I disastri causati dalla guerra furono immensi ed indescrivibili per il patrimonio immobiliare, artistico- monumentale, per la gente e per l’economia della città. Malgrado la Riforma Agraria, molti contadini non vollero più lavorare la terra, altri cambiavano mestiere trasferendosi al nord nelle nuove fabbriche. I giovani mugnai non avendo da quella antica attività un reddito sufficiente per mantenere la famiglia, si trasferirono all’estero. La concorrenza era diventata ancora più feroce e  i mulini chiudevano l’uno dopo l’altro. Come se ciò non bastasse, nel 1950 una grande alluvione causò danni gravissimi nella nostra Regione. Questo cataclisma, durò quasi una settimana distruggendo al suo passaggio alberi, piante e vecchie costruzioni. Il vecchio Torrente  dell’Annunziata ingrossò a tal punto da demolire parte della Vecchia « Fontana Grande », i resti dell’antica costruzione vennero poi manomessi dalla mano dell’uomo. Il fiume Alcantara scendeva impetuoso ; le sue sponde si sono allargate causando danni ai tre mulini ad acqua. Le piccole dighe vennero travolte. Una parte  del Mulino di Città Vecchia venne distrutta assieme a un lungo tratto del canale di alimentazione. Malgrado questo disastro, e dopo molto lavoro, il mulino  per qualche anno venne rimesso in funzione. Il lavoro diminuiva e con esso  il reddito dell’azienda, pertanto con l’accordo del  nuovo socio, si decise la chiusura definitiva di questo antico mulino.

Mio padre emigrò in Francia nel 1957.  In seguito, il mulino dopo essere stato vandalizzato, venne distrutto da un incendio causando il crollo del tetto e la sua distruzione definitiva. Attualmente si trova in uno stato di rudere. La «botte», ancora visibile, è stata riempita di pietre; opera di certi pastori che forse non amano il loro passato. La natura ha ripreso pieno possesso di quei luoghi.                        

Solo il mulino della Ditta Mario Paparo & figli è stato capace di stare al passo con i tempi, cambiando i vecchi macchinari con attrezzatura moderna e più performante. La Ditta doveva però lottare contro la concorrenza esterna; Il grano e le farine giungevano dalla Russia, dall’Argentina e dagli Stati Uniti. Questa piccola industria, subiva anche la concorrenza dei grandi stabilimenti istallati nelle città siciliane e nel nord dell’Italia. Nel 1985 anche questo stabilimento venne chiuso definitivamente per problemi finanziari. 

Nel frattempo, un’altro piccolo mulino elettrico entrava in funzione; si trovava in Via Galliano a poca distanza della Ferrovia Circumetnea. Il proprietario era un anziano maniscalco; però dopo qualche anno di funzionamento venne dismesso. L’ultimo mulino in attività a Randazzo, è stato quello di Via Duca degli Abruzzi, all’angolo della Piazza San Nicolò di  proprietà del signor Giuseppe Rizzo. Nell’anno 2000 anche quest’ultimo mulino chiuse i battenti.   

Oggi, la Citta’ di Randazzo non possiede nessun mulino. Parecchi anni indietro, avevo avuto la pazza idea di ricostruire  il Vecchio Mulino di Città Vecchia e creare un luogo di curiosità per gli alunni di tutte le scuole ed anche per gli appassionati e i cultori delle tradizioni e delle cose antiche.

Le spese per la ricostruzione sarebbero state enormi ; le pratiche amministrative più che complicate, ho deciso pertanto di rinunciare alla mia pazza, ma non certo cattiva, idea.             

Le tradizioni religiose della Corporazione dei Mugnai

I Mugnai, in generale, erano tutti particolarmente religiosi:  devoti  a San Giuseppe e soprattutto al Bambin Gesù. Da secoli era tradizione che tutte le mattine del 24 Dicembre la Corporazione dei Mugnai si riunisse nella Chiesa dell’Annunziata. Veniva chiamata «La mattinata dei mugnai». Alle ore sei del mattino veniva celebrata la Santa Messa. I Mugnai erano accompagnati dai figli e dai loro nipoti; gli anziani, vestiti con l’abito più elegante, si coprivano con  un grande mantello scuro a ruota,   anche per ripararsi dal freddo.  Per questa ricorrenza i maestri mugnai, accompagnati dai discendenti, avevano il privilegio di occupare i posti situati sul lato sinistro dell’Altare della Chiesa. L’altare era illuminato dalla luce di moltissime candele, la Chiesa sempre stracolma di fedeli. La Messa veniva celebrata da un prete della Basilica di Santa Maria, numerosi a quel tempo. Adolescente, ho assistito molte volte a questo avvenimento. Mi riferisco naturalmente al periodo che va dal dopoguerra alla metà degli anni ’50. Il vecchio organo della chiesa funzionava con due mantici azionati manualmente; veniva suonato da un insegnante del tempo: il maestro Ludovico Del Campo, amante della musica e di questi antichi strumenti. I mantici erano azionati da un signore, di cui però non ricordo il nome. Questo povero uomo, era nato con i piedi deformati. Madre natura era stata certamente ingrata nei suoi confronti; poteva camminare a fatica e solamente con l’aiuto di due piccole stampelle. Era sopranominato «Martilluzzu», ed era una gran brava persona. I fedeli intonavano gli inni in onore del Bambin Gesù, domandando la pace, la salute e il lavoro.  Tutte le spese di per queste funzioni Religiose erano interamente pagate dalla Corporazione dei Mugnai. Dopo la chiusura definitiva dei Mulini ad acqua ed in seguito dei Mulini elettrici, anche queste usanze e cerimonie  locali sono scomparse.

La Messa delle ore sei del mattino nella Chiesa dell’Annunziata viene ancora oggi  celebrata, ma la «Mattinata dei mugnai  randazzesi» non si festeggia più.

Rimangono gli Archivi della Chiesa della Santissima Annunziata che non ho mai avuto modo di consultare, chissà . . . forse contengono informazioni precise e più importanti. Desidero terminare questo  modesto saggio, con la strofa di una ninna nanna cantata dalle giovani mamme francesi, per addormentare i loro piccoli, in onore dei mugnai. La canzone parla di un vecchio mugnaio, il quale stanco per il lavoro, si addormentò lasciando girare a vuoto le macine del suo mulino, rimasto ormai senza grano:

«Meunier, tu dors, Ton moulin, Ton moulin va trop vite. Meunier, tu dors, Ton Moulin, Ton Moulin vas trop fort ».                           

Termina così  la storia di molti secoli dei nostri Mulini e dei Mugnai della  Città di Randazzo. Ai giovani e agli amanti della natura vorrei dare un piccolo suggerimento:  quando, andando per le campagne, vi troverete a passare davanti ai ruderi di quelli che furono i «Mulini ad acqua della città di Randazzo», rivolgete un  pensiero a quella nobile e coraggiosa corporazione, che nel corso dei secoli ha contribuito non poco al progresso sociale ed anche al benessere della nostra bella e gloriosa Città".

                                                                                                                       

Beausoleil, Febbraio   2013                                                                                                                                       Carmelo Venezia

Randazzo, Novembre 2014                                                                                                                                       Salvatore Rizzeri

 

[1] Da un po’ di anni le Trote sono tornate a ripopolare il coso del Fiume Alcantara.

[2]  A Randazzo i lavori di elettrificazione vennero effettuati tra il 1910 ed il 1911.

[3] E’ stato l’ultimo Mulino di Randazzo a chiudere i battenti alla fine degli anni 80.

Randazzo e la sua storia

Salvatore Rizzeri

RANDAZZO E LE SUA STORIA

Secondo lo storico greco Tucidide, la prima colonia greca in Sicilia venne fondata intorno al 750 a.C. da calcidesi guidati da Teocle, i quali – spinti dalla povertà della loro terra – si avventurarono per le acque del Mediterraneo alla ricerca di terre più ricche da coltivare. Sbarcati sulla costa Jonica, nei pressi di Taormina, fondarono la loro prima colonia ( Naxos ), a cui altre ne seguirono da lì a poco in quasi tutta l’isola. La colonizzazione greca della Sicilia non avvenne, però, in modo del tutto pacifico. I Siculi, antichi abitatori dell’isola, reagirono alla sistematica e progressiva occupazione della loro terra.

L’ultimo grande tentativo di riscossa dei Siculi è del quinto secolo, allorchè il Principe Ducezio di Nea sfruttando il vincolo etnico ed il sentimento religioso, caratteristiche queste che univano i Siculi – dopo aver riunito il suo esercito nei pressi dell’antico Santuario dei fratelli “ Palici “ ed aver posto la sua capitale a “ Palike “ ( l’odierna Palagonia ), nel 459 a.C. mosse contro i greci di Siracusa e di Agrigento, cui riuscì a strappare alcuni centri da queste precedentemente sottomessi, come “ Etna-Inessa “, nei pressi di Paternò. Dopo un decennio di successi, però la stella di Ducezio volge al tramonto; battuto sia dagli agrigentini che dai siracusani, dopo aver perso i centri precedentemente conquistati, viene da questi esiliato nel 446 a.C. a Corinto, da dove, però, qualche tempo dopo fugge per ritornare in Sicilia, onde riprendere la lotta contro i colonizzatori greci.

Sbarcato sulla costa tirrenica fonda la colonia di “ Calatte “ presso l’odierna Caronia. Da lì a poco, però, il generoso principe viene a morte; di questo fatto ne approfitta subito Siracusa per sottomettere ed impadronirsi delle città sicule della parte orientale dell’Isola.

Secondo lo storico Diodoro Siculo fu  Trinakria “ “ Trinakia “ l’ultima città Sicula a capitolare dinanzi alle preponderanti forze di Siracusa. Situata in località imprecisata nella zona settentrionale dell’Isola, rappresentò l’ultimo caposaldo di resistenza alla penetrazione e colonizzazione greca. Ecco cosa scrive a questo proposito Luigi Pareti:  Il sopravvento di Siracusa apparve più evidente quando, nel 440 a.C. Ducezio morì di malattia, ed i Siracusani si proposero di rendersi suddite tutte le città sicule, eliminando l’unica di esse che, forte, popolosa e tuttora indipendente, poteva rimettersi a capo di una nuova liberazione: Trinacia. Le forze dei siracusani e dei loro alleati bloccarono quella città, non sorretta da nessun'’ltra, ma gli abitanti si difesero virilmente con la morte di molti. Gli altri, fatti prigionieri, furono venduti come schiavi, mentre Trinacia veniva rasa al suolo e si mandavano a Delfi doni votivi con le spoglie ".

Sarei anch’io del parere già espresso da alcuni storici moderni, che identificarono con la contrada ad est di Randazzo, oggi denominata  Cittavecchia , il luogo ove sorgeva l’antico centro siculo. La città si estendeva probabilmente attraverso le balze del fiume Alcantara e la pianura, fino alle  Cube di Mischi e di Sant’Anastasia , ove – fra l’altro – il secolo scorso è stata rinvenuta una necropoli. L’antica città, fondata dal Re siculo Trinaco, rimase indipendente alla soggezione greca finchè, come abbiamo già accennato, dopo una tenace resistenza, nel 440 a.C. fu distrutta dai siracusani. Le testimonianze degli storici e dei geografi della Sicilia antica, avvalorate dal ritrovamento di numerosi reperti archeologici, appartenenti a diverse epoche storiche, avvenuto a seguito degli scavi archeologici condotti nel sec. XIX su iniziativa del nobile Paolo Vagliasindi, ci portano ad affermare che nel territorio di Randazzo esistessero senza dubbio, e fin dai secoli più remoti, diversi centri abitati. Secondo l’Arciprete Don Giuseppe Plumari ( 1770 – 1851 ), certamente il più insigne storico locale, Randazzo risulterebbe, invece, dalla unificazione di ben cinque centri. Queste città, distrutte nel periodo delle guerre civili di Roma, sarebbero risorte ad opera dell’Imperatore Ottaviano in quella unica città che sarà poi Randazzo, così denominata a seguito della corruzione del nome originario che – secondo il Plumari – sarebbe stato  Triracium , divenuto prima  Rinacium , poi  Ranacium  ed infine  Randacium “. Il Plumari – avvalendosi della tradizione persistente nei secoli e raccolta dagli storici locali – ci dà anche i nomi di questi cinque centri:  Tiracia/Triracia, Triocala, Tissa, Demena, ed Alesa “. Questa teoria è, però, da ritenersi largamente superata dai ritrovamenti archeologici recenti. Se, infatti, grazie ad essi è stato possibile stabilire che diversi centri in epoca remota sorgevano nel territorio di Randazzo, incerti rimangono tuttavia le loro identificazioni e di essi si sono perduti anche i nomi, non essendosi ritrovati documenti epigrafici. Pertanto se nella “ Contrada Santa Anastasia “ ritroviamo reperti archeologici che ci conducono fino all’età Bizantina, è  probabile che sulle rovine di “ Triracia  sia sorta, o si sia sovrapposta, un’altra città che possa essere identificata con  Tissa . Gli storici ed i geografi della Sicilia antica mettono nelle vicinanze di Randazzo la città di Tissa; Tolomeo la pone, appunto, sulle falde dell’Etna, mentre Cicerone – pur senza dare alcuna indicazione sulla sua ubicazione – ce ne parla nelle sue orazioni contro Verre in “ De Re Frumentaria “, dove si legge “ A Tissensibusparva et tenui civitate, et aratoribus laboriosissimis frugalissimisque homnibus, nonne plus lucri nomine eriptur, quam quantum frumentii omnino exaverant ? “. Fra gli storici moderni l’identificazione di Tissa è del Cluverio che, basandosi su altri autori, la colloca nella pianura di Moio o poco sopra, nel “ Feudo di Santa Anastasia  luogo ove, come abbiamo precedentemente detto, il secolo scorso è stato rinvenuto interessantissimo materiale archeologico dal nobile Paolo Vagliasindi su un fondo di una sua proprietà; prima fortuitamente e poi in due regolari campagne di scavi condotte dal Prof. Antonino Salinas, Direttore del Museo Nazionale di Palermo, negli anni 1889 – 1890. Si tratta di circa duemila oggetti. Appartenenti ad una necropoli che risale al VI secolo a.C. e vanno fino al VII sec. d.C., cioè al tardo periodo Bizantino in Sicilia. Comprendono vasi attici a figure in nero ed in rosso, oggetti in oro, argento e bronzo; monete di varie epoche, vasetti di origine Fenicia, terracotte Siceliote, grandi anfore e sarcofagi in terracotta. Le indiscusse testimonianze che abbiamo sopra esaminato, riguardanti le origini della cittadina, sono pertanto confermate dal fatto sintomatico che essa giace in un territorio zeppo di reperti archeologici che ci fanno risalire addirittura fino al neolitico. I ritrovamenti frequentissimi negli scavi fortuiti delle varie località del suo territorio, come a  Santa Caterina , luogo ove il Plumari ritiene dovesse sorgere l’antico centro di  Triocala , a “ Donna Bianca , a “ Mischi ""all’Acqua Fredda , a “ Cittavecchia , in cui – negli anni passati – sono venuti fuori un enorme ammasso di cocci di ogni genere, indubbiamente greci, i ruderi di vecchie Chiese Bizantine e medievali, testimoniano che in questa plaga vi fù nei secoli un centro e centri abitati, in cui le popolazioni lasciarono tracce vistosissime di monumenti di alto valore artistico e documentario.

Delle vicende storiche di Tissa poco o nulla ci riferiscono gli storici; si può tuttavia presupporre che, come tutti i centri Siculi delle pendici dell’Etna, rimasta a lungo non soggiogata dalla conquista greca abbia anch’essa, in seguito, subito l’influsso della politica di espansione iniziata da Gelone. Sorgeva, con molta probabilità, a sei chilometri circa da Randazzo, verso levante, a Nord dell’attuale strada provinciale n. 89 e precisamente tra quest’ultima ed il fiume Alcantara. Qui si estende una bella e fertile pianura, posta tra gli ultimi contrafforti dei Nebrodi e le estreme articolazioni della struttura architettonica dell’Etna, ad un’altezza di 650 metri sul livello del mare, luogo quindi ideale per l’insediamento.

Il paesaggio è simile, per certi versi, a quello dove sorge l’attuale Randazzo: un lastrone di basalto a strapiombo sul fiume Alcantara ai piedi dell’Etna, un’aperta e larga pianura in una vasta area ricca e verdeggiante, montagne gialle ed argillose davanti agli occhi ed il nero della massa vulcanica alle spalle. Esplorando il terreno sono ancora evidenti le tracce di detrito archeologico formatosi, come abbiamo precedentemente detto, a seguito delle due regolari campagne di scavi condotte tra il 1889 ed il 1890; minuzzaglia formatasi dalla rottura di grandi urne funerarie di terracotta che componevano i sarcofagi. I greci, infatti, utilizzavano questo tipo di sepoltura dove mancava la pietra calcarea tenera.

Altro elemento probante dell’insediamento umano ci viene dato dai rilevanti avanzi di costruzioni in muratura chiamate  Cube ; con tale nome si indicano le antiche Chiese Bizantine a cupola depressa. Nella zona da noi presa in considerazione troviamo ancora i resti di tre di esse, che prendono rispettivamente i nomi di “ Mischi – Jannazzo e Santa Anastasia ; quest’ultimo nome è anzi proprio di origine Bizantina. A contatto con le mura della città, inoltre, fuori dallo spazio riservato all’abitato, nelle colonie greche e nei luoghi ellenizzati, venivano impiantate le necropoli, città dei morti. Tutti questi elementi ci indicano, con certezza, che in quei luoghi ebbe sede una città; si tratta di poterne stabilire il nome, la data di fondazione e di distruzione, la struttura sociale; quesiti a cui cercheremo di dare una risposta la più esauriente possibile, alla luce anche dei sopralluoghi che in questi anni abbiamo effettuato. La mancanza però di un diario degli scavi della necropoli di Santa Anastasia ci impedisce, purtroppo, di poter fare uno studio comparato con altre necropoli della Sicilia.

La descrizione documentata delle due campagne di scavi  di cui si è detto, alla luce delle nuove prospettive storiche e di ricerca, avrebbe avuto un’importanza fondamentale, consentendoci di poter dare delle risposte ai tanti quesiti rimasti insoluti. Parte di quei reperti archeologici venuti alla luce ( il numero maggiore degli oggetti rinvenuti fu portato al Museo Nazionale di Palermo ed alcuni di pregio si trovano in quello di Siracusa ), costituiscono oggi il patrimonio del Museo Vagliasindi, di cui fa parte la pregevole Oinochoe. A questo proposito sarebbero auspicabili due iniziative che ritengo di fondamentale importanza:

1)     La richiesta, da parte dell’Amministrazione Comunale al Museo Nazionale di Palermo, della restituzione dei reperti archeologici provenienti dagli scavi di “ Contrada S. Anastasia “, che ci risultano essere ammassati ed inutilizzati negli scantinati del Museo di Palermo. Essi troverebbero certamente una collocazione più consona nel Museo Archeologico di Randazzo che, ricordiamo, ha sede in alcune stanze del Castello Svevo.

2)     Una ripresa degli scavi, perché eventuali nuovi rinvenimenti possano colmare le lacune che attualmente si hanno sulle origini della città e prima che i soliti tombaroli completino l’opera distruttiva che va avanti ormai da decenni.

Poiché gli oggetti rinvenuti vanno cronologicamente dal periodo Siculo al dominio Bizantino, si deduce che, senza ombra di dubbio, l’insediamento umano in quei luoghi ebbe carattere di continuità dai tempi preistorici fino al periodo precedente alla dominazione Araba in Sicilia.

Con la dominazione bizantina finì la vita di questa città sicula, colonizzata dai Greci, conquistata dai Romani e distrutta sicuramente dagli Arabi. Ci viene in aiuto, a tal proposito, Michele Amari nella sua “ Storia dei Musulmani di Sicilia “.

L’Amari scrive:  . . . .  Khafagia, Emiro di Sicilia dall’anno 862 all’871 d.c., dopo l’ennesimo tentativo di espugnare Taormina, di Rebì primo dell’anno 255 dell’Egira ( dal 17 Febbraio al 18 Marzo ), movea sopra - Tiracia -, com’io leggerei in Ibn Al-Athir, e risponderebbe a quella che poco appresso fu chiamata Randazzo. Non si sa s’ei la espugnasse “.

Senza dubbio, dal momento che gli oggetti rinvenuti nelle tombe di Santa Anastasia vanno inquadrati fino alla dominazione del Romano Impero d’Oriente, i Musulmani dovettero distruggere la città limitrofa alla necropoli, perché i periodi di vita di una città coincidono sempre con quelli della relativa necropoli.

I recenti e ripetuti sopralluoghi da me effettuati, mi inducono a pensare non doversi trattare di un piccolo insediamento, come è stato fin qui descritto; ritengo anzi che ci troviamo di fronte ad una città dalle dimensioni consistenti, che si estendeva per tre o quattro chilometri quadrati, situata in posizione strategica di vitale importanza; nodo stradale obbligatorio per chi – da Messina, Taormina e dai centri della costa Jonica – intendesse raggiungere il centro della Sicilia e quindi Palermo.

L’Emiro Khafagia nell’anno 869 d.C. non avrebbe avuto motivo alcuno per radere al suolo un piccolo ed inerme villaggio, mentre ne aveva molti per distruggere una città libera, forte ed in posizione strategica, che avrebbe potuto procurargli seri guai da un punto di vista militare. Circa il nome dall’antica città, posta tra l’Etna e l’Alcantara, esiste una lunga e fitta serie di ipotesi, qualcuna delle quali è già stata da noi citata nelle precedenti pagine; riferirle sarebbe lungo e tedioso, portandoci solo a costruire un palazzo senza fondamenta, in quanto manca alle argomentazioni dei vari studiosi municipali una pur minima documentazione.

Tuttavia, alla luce dei recenti sopralluoghi e di quanto risulta dagli scritti di quasi tutti gli storici più accreditati, emerge una visione comune a tutte, circa l’ubicazione di Tissa tra l’Alcantara ed i piedi dell’Etna. Di conseguenza, volendo dare una parvenza di realtà alle origini di Randazzo, veramente merita di essere accolta l’ipotesi che la città progenitrice dell’attuale possa essere stata quella distrutta dai Musulmani nell’anno 869 d.C., coincidente con la piccola e frumentaria città di Cicerone. [1]

 

[1]  S. Rizzeri – Le origini di Randazzo – Randazzo Notizie n. 44 – 45, pagg. 7 – 11, anno 1993.

L'Onor di Cicilia

L’Onor di Cicilia

Federico III d'Aragona

di Salvatore Rizzeri

 

Figlio di Pietro III d'Aragona e di Costanza, figlia di Manfredi, fu proclamato re di Sicilia nel 1296, in seguito ad una insurrezione popolare contro gli Angioini, cui il fratello Giacomo II aveva ceduto il trono. Morì nel 1337.

Nel 1300 il Duca Roberto d’Angiò, giunto in Sicilia con una potente flotta, passa al contrattacco con decisione e violenza, cingendo d’assedio Messina. Resiste ad oltranza la città dello Stretto, fiera dei suoi privilegi e della sua lealtà. Ma l’assedio si protrae per mesi e Federico qui scrive la pagina più gloriosa della sua vita. Fa di Randazzo, dove da tempo si trovava, il suo quartier generale; qui raccoglie vettovaglie inviandole alla stremata città assediata per mare e per terra e, perché potessero giungere più copiosi, il Re si reca personalmente a Catania per richiedere ed ottenere maggior quantità di grano e così, per la stessa via delle montagne, farlo giungere ai messinesi afflitti per la carestia.

                             

Continuando però l’assedio della città, il Re pensò bene di andarvi personalmente. Da Randazzo per foreste e per balzi, a cavallo e a piedi, precedendo le sue truppe, riesce ad entrare in città, solleva le sorti della battaglia e poi accompagna gli infermi, i feriti, i vecchi, tutti gli invalidi che pesano, come corpi inerti, sui ridottissimi rifornimenti, per la stessa via, a trovare rifugio e ristoro nella Fedelissima Randazzo.

Pagina bella ed intrepida della vita di Federico che ebbe ripercussione per tutta l’Italia e in Europa, che strappò a Dante nella “Divina Commedia” quell’”Onor di Cicilia” che è il più bel riconoscimento delle virtù del Re.

 Io mi volsi ver lui e guardail fiso:

biondo era e bello e di gentile aspetto,

ma l'un de' cigli un colpo avea diviso.

Quand'io mi fui umilmente disdetto

d'averlo visto mai, el disse: «Or vedi»;

e mostrommi una piaga a sommo 'l petto.

Poi sorridendo disse: « ...Io son Manfredi,
nepote di Costanza imperadrice;
ond'io ti priego che, quando tu riedi,
vadi a mia bella figlia, genitrice
de l'Onor di Cicilia e d'Aragona,
e dichi ‘l vero a lei, s'altro si dice.... »
[1]

Quando racconto la storia di Randazzo a studenti, amici e visitatori,  dico sempre che per questo straordinario avvenimento, che ebbe per protagonisti Randazzo, Messina e il buon re Federico, anche se non citata, la mia città indirettamente trova posto nella grandiosa opera del sommo poeta. Si tenga altresì presente che Manfredi nel 1258, si fa incoronare per la prima Volta Re di Sicilia proprio a Randazzo, e solo successivamente nella Cattedrale di Palermo.

 “Naturalmente essendo stata Randazzo scelta come luogo capace di dare asilo e conforto a parte della popolazione di Messina, si mostra evidente, senza dubbio, non solo la ricchezza e sicurezza del territorio indicato come rifugio a quei sofferenti, ma si mostra da questo fatto in tutta la sua pienezza, affettuoso l’animo dei cittadini, pronto ad accogliere ed onorare chi, per effetto dello stesso sentimento e per lo stesso animo invitto, si trovava miseramente caduto nelle più dure e crudeli strettezze “.[2] 

Mons. Testa decanta la magnanimità e la grande carità umana del Re usata ai profughi che volle accompagnare lui stesso. Michele Amari di questo viaggio del Re da Messina a Randazzo alla testa dei profughi scrive:

Perché Messina consumava il soccorso di Ruggiero de Flor, tornava alle stretture di prima e peggio; manicandosi, come delicato cibo, nonché dei giumenti, ma cani, gatti, topi; e queste stomachevoli carni, pur si aveano a sminuzzo; e comperare un po’ di pane non bastavano ric­che suppellettili, arredi, gioielli. Narro non parti d’immaginativa, ma orribilità certe, che i nostri antichi durarono a salvamento della Siciliana libertà, per lasciarne retaggio, mal guardato di poi.

Allo scurar della notte crescea l’orrore in Messina, cresceano i lamenti; usciano a gridar pane, non i mendici, ma gli agiati, pelle ed ossa, scrive lo Speciale, vergognanti a mostrare il dì quelle spunte sembianze; e molti la dimane si trovavano nelle vie e piazze morti, qual di fame, qual dalla malignità degli scarsi e schifi alimenti.

Talché uno strazio, un compianto era per tutto il Paese; caduta ogni baldanza agli uomini più valenti; le leggiadre donne, non atten­dendo ad ornamento e cura della persona, squallide mostravansi; e pargoletti si videro morire in braccio alle madri, poppando senza trarre una goccia dal seno inaridito.  .  .  .  .  .  .  .  .

Da pochi all’infuori, ugual virtù ebbe il popol tutto di Messina, due volte salvator della Sicilia nella guerra del Vespro; il prim’anno, con quel memorabil valore contro la forza viva di Carlo; e l’ultimo con questa più meravigliosa perseveranza contro lo strazio della fame, lento, ineso­rato, inglorioso, fiaccante corpi ed animi insieme.

Federico dunque, dolente com’egli era della perdita di Blasco, fa spigolar quanta vittuaglia poteasi in Val di Demena, (Randazzo) e, montando a cavallo, vien ei medesimo alla scorta, senza pensare a sé, ma solo al popolo; talché sostando alquanto a Tripi, dopo lungo cam­mino, due pan d’orzo e un fiasco di vino, che a caso si trovò un dei famigliari, furono la sola imbandigione del re; e sfamatosi, gittossi a terra, facendo guancial dello scudo; e riposato qualche ora, rimontò per fornire la via.

Giunto presso la Città, manda i viveri e torna indietro a raccorre nuovo sussidio, perché ba­sta­vano appena a tirar innanzi pochi dì. Tosto rinvenne dunque con altri grani, altri armenti; e allora entrò in Città, allora gli occhi asciutti tra lo scempio del Capo d’Orlando, sgorgarono lagrime al veder il popolo macerato, che sforzavasi a gridargli evviva.

Donde, consultando con Palizzi, deliberossi a rimedio, crudo, ma men del male. Perché i soc­corsi di vittuaglie non si dileguino in un baleno, bandisce che la gente più mendica e invalida alla difesa, esca di Messina con lui e sarà condotta in luogo ov’è cibo.( La Città di Randazzo ).

Allora l’irresistibil talento della conservazione di sé stesso, portò casi che da lungi s’estimano spietati: abbandonar Patria parenti, quanto v’ha di più caro; e lagrimando, scrive Speciale, ma non aspettando i figli il padre, le spose il marito, una squallida moltitudine incominciò a poggiare per la via dei colli; e Federico, raccomandata la Città al forte Palizzi, spogliatosi nel duro incontro ogni fasto di Re, ai miseri spatriati si fe’ compagno.

Questo periodo fu il più glorioso della vita di Federico; perché le due virtù ch’egli ebbe sopra ogni altra, umanità e coraggio, bastavano allora a far l’eroe”.[3] 

A seguito di questo avvenimento molte illustri famiglie messinesi si stabilirono definitivamente nella nostra città, per cui essa aumentò non solo di popolazione ma anche di ricchezza. Si spiega così come in Randazzo ancora si notano i nomi di alcuni casati messinesi, come i Romeo da cui ebbero origine, in seguito; i Bartolomeo, Visconti di Francavilla; i Consalvo Duchi di Carcaci; i Ruggero dai quali discesero i Baroni di Melilli; la romana famiglia Colonna dalla quale discendono i Duchi di Cesarò e i Marchesi di Fiumedinisi. Fino ad un secolo e mezzo fa esisteva ancora il palazzo di questo nobile casato, con lo stemma gentilizio sovrapposto al portone che rilevava una colonna coronata, palazzo che poi ebbe la famiglia La Piana; la famiglia Lanza discendente da Corrado Lanza Seniore, Barone di Sinagra, le cui ceneri ebbero sepoltura nella Chiesa del Monastero di S. Maria di Gesù; la famiglia Russo, detta pure Rosso o Rossi, che da Federico III ebbe affidato il governo della città di Messina, per poi passare a Randazzo ed il cui palazzo, a forma di torre quadrata, fu successivamente convertito in cappellone della Chiesa di San Domenico: la famiglia Balsamo dalla quale discesero i Marchesi di Castellaci, poi Principi, il loro palazzo era allocato nel quartiere di S. Maria; la famiglia Sollima della quale esisteva un sarcofago sempre nella Chiesa di S. Maria di Gesù; la famiglia Basicò dalla quale discese il famoso Dottore in Legge Jacopo che, non avendo eredi, edificò a proprie spese la Chiesa del Monastero Benedettino di S. Giorgio, sulla cui porta  fu apposto lo stemma gentilizio consistente in un vaso di basilico; ed ancora i Peralta, gli Orioles, la famiglia Scala, i Di Paola ed altri ancora che per lungo tratto di storia appaiono in tanti avvenimenti della città che fu da allora la loro patria.[4] 

Finalmente dopo tante lotte e sofferenze, il 19 Agosto 1302, con gli auspici di Donna Violante, sorella germana di Federico III e moglie del Duca Roberto di Calabria, iniziarono le trattative di pace tra il Re di Napoli Carlo II d’Angiò e il Re di Sicilia Federico III. 

La pace di Caltabellotta portò un po di respiro alla martoriata Isola. Randazzo si ebbe il meritato favore da parte del Re Federico che la dichiarò “Città Demaniale ”, alla stregua delle grandi città della Sicilia, ebbe i suoi Capitoli Civici e per quattro mesi all’anno, nella calda stagione, per Decreto del Re (10 Febbraio 1305) tutti i Baroni del Regno furono invitati a corteggiare insieme alla famiglia reale sulle amene alture del fedelissimo paese. Così Randazzo acquista la prerogativa di Città Regale: il grandioso palazzo reale, l’attuale Casa Scala, fu restaurato e sontuosamente attrezzato; intorno ad esso sorsero ancora più numerose le torri baronali e la città fu animata di splendide cavalcate e feste, mentre il benessere materiale confortò ogni ceto di persone.[5]

In questa Città nel 1312 la Regina Eleonora dà alla luce il reale infante cui, nel Sacro Fonte della Chiesa Parrocchiale di San Nicolò, fu imposto il nome di Guglielmo e, come riferisce l’Abate Amico, gli fu conferito dal padre il titolo di Duca di Randazzo.[6] Da allora in poi tutti i Re di Sicilia mantennero tale titolo.

 

 

[1]  Dante Alighieri: Divina Commedia. Riferimento a Federico come "Onor di Cicilia", Purgatorio III, 106 -117.

[2]  Mario Mandalari:  Ricordi di Sicilia – Randazzo. 1907, op. cit.

[3]  Michele Amari:  Vespro Siciliano. Op. cit. Vol. II, Cap. XVIII, pagg. 286 – 288.

[4]  P. Luigi da Randazzo:  Cenni Storici della Città di Randazzo. 1946. D. O. Inedito, pag. 91.

[5]   S.C. Virzì:  Storia – Arte – Folklore in Randazzo. 21° Distr. Scolastico Randazzo. 1985, op. cit. pag. 22.

[6]   V. Amico: Lessico topografico sicolo. Voce: Randatium.

 
 
 

Randazzo 1943 - Diario di un Sopravvissuto

Randazzo – Estate 1943

Diario di un sopravvissuto

La Vigilia di Natale 2012 dalla Francia, (Lione), ho ricevuto la telefonata di mio cugino Carmelo Venezia per gli auguri di fine anno, (ha l’identico nome e cognome della mia defunta madre, cui era affezzionatissimo e alla quale telefonava settimanalmente). Si è intrattenuto per un bel po’ di tempo chiacchierando del più e del meno, chiedendomi in particolare di Randazzo, sua città natale, a cui è attaccatissimo e dove risiedono le sue sorelle ed il fratello. (Entrambi siamo nati nella stessa casa, quella di Via Orioles, nel quartiere di San Nicola, di proprietà di nonno Carmine). Ha anche voluto conoscere il mio indirizzo mail anticipandomi che di li a poco mi avrebbe fatto avere il racconto relativo ad un particolare periodo della sua gioventù. 

Trattandosi di persona dalla grande puntualità e precisione, dotata di un’animo sensibile e nobile come pochi, già il giorno dopo ricevevo la sua mail con allegata quella che subito mi è apparsa come una interessante pagina inedita della storia recente di Randazzo. Si tratta del racconto relativo al periodo bellico vissuto personalmente dall’autore, allora ragazzo, che riportandoci indietro di 70 anni ci fa rivivere avvenimenti tragici, luoghi e personaggi sconosciuti ai più, ma meravigliosamente ricchi di umanità: “gente d’altri tempi” si direbbe oggi. 

E’ uno spaccato di vita e di eventi vissuti in prima persona, che ci danno l’idea di quelli che furono i giorni drammatici, le sofferenze, i lutti e le distruzioni apportate alla nostra città dalla “pazzia” degli uomini.

Non ho apportato alcuna modifica sostanziale a questa meravigliosa pagina della nostra storia, ho solamente aggiunto le rare ma importanti immagini fotografiche che ho avuto modo di reperire, qualche lieve precisazione e qualche nota a quello che ho voluto intitolare: “Diario di un sopravvissuto                                                                                                                                                                

 

Randazzo 15 Agosto 1943 - Largo Ain-Zara

13 Luglio 1943           

Era una giornata particolarmente luminosa, con il sole splendente e un caldo quasi torrido, il cielo era azzurro e trasparente. In quel periodo, con le scuole chiuse e gli insegnanti in vacanza, mia madre mi affidava alle cure di una maestra d’asilo, anche perchè lei in quegli  anni lavorava  alle dipendenze della Manifattura dei Tabacchi. Lo stabilimento, a causa della guerra, era stato trasferito da Catania a Randazzo ed installato al piano terra del Convento Benedettino di Santa Caterina, nell’ala che si affaccia sul Corso Umberto I°. Il personale era costituito prevalentemente da donne, molte delle quali catanesi e randazzesi. Erano queste che si dedicavano al confezionamento delle sigarette.

La manifattura di Randazzo alimentava l’intera Regione, ma anche la truppa tedesca, molto numerosa nella nostra città in quel mese di Luglio del 1943. La mia  maestra abitava di fronte casa mia, esattamente all’angolo della Via Duca degli Abruzzi e la Via Cellini. Si chiamava Santina Lo Giudice; ho saputo che è deceduta qualche  tempo fa nella Regione di Milano. Era stata educata nel Convento delle Suore di Santa Caterina, ed era una grande esperta nell’arte del ricamo, sapeva  inoltre inculcare nei bambini cui badava, l’educazione, il rispetto e le buone maniere. La nostra classe era sistemata in una grande stanza dove si apriva un’antica finestra in pietra lavica ad arco semicircolare, con una chiave di volta scolpita con grande maestria da un artigiano scalpellino randazzese verso la meta’ del XVIII secolo. Questa finestra non esiste ora più, demolita da mani inesperte, è stata trasformata in un’anonimo moderno balconcino.

Quel giorno l’orologio della Chiesa di Santa Maria segnava le ore 11 e 15 minuti; sentivamo in lontananza il rombo dei motori degli aerei in avvicinamento e ci siamo subito alzati dalle nostre sedie per ammirarli. Se ben ricordo erano un gruppo di 12, perfettamente allineati, ed avevano una doppia coda; si trattava forse di aerei tipo Noratlas di fabbricazione francese. (In realtà si trattava dalla 9^ AF - Air Force americana -, con gli aerei B-25 e P-40, e dalla NATAF - North West Tactic Air Force -, con i bombardieri Wellinghton).[1]   

Bombardieri Italiani Savoia-Marchetti

Venivano da Ovest e si dirigevano verso Est. L’ammirazione era enorme per noi bambini, talmente lo spettacolo era bello. Ma qualche minuto dopo abbiamo sentito uno scoppio seguito da una serie di enormi boati mentre una grande nube di fumo e di polvere si levava in alto. Avevano bombardato la Stazione della Ferrovia Circumetnea. Ci fu un grande panico: bambini e mamme nelle strade che piangevano, gente che correva in tutte le direzioni alla ricerca dei bambini e dei propri famigliari. Molti abitanti intuendo che non si sarebbe trattato di un’azione isolata, subito prepararono qualche sacco rienpiendolo di indumenti di coperte e dell’indispensabile per poi allontanarsi dal centro della Citta’ e trovare rifugio nelle campagne, nelle grotte e nei vecchi casolari dei Nebrodi e delle pendici dell’Etna. Per quanto riguarda la mia famiglia, verso le ore 13 i miei nonni, Carmelo Venezia e il nonno materno Gaetano Sangrigoli, combattente della Guerra del 1915-18, aveva anche partecipato alla battaglia di Caporetto, decisero di trasferirci tutti al  Mulino di « Citta’ Vecchia ».

Uscendo dalla « Porta Pugliese » raggiungemmo la riva sinistra del fiume Alcantara e ci recammo  a piedi al Vecchio Mulino. La paura era enorme, mia zia Maria, all’epoca giovane donna, rimase paralizzata dalla paura ed incapace di camminare, il nonno Gaetano infatti dovette trasportarla sulle sue spalle fino alla meta. Strada facendo lungo le rive del fiume il terreno era disseminato da migliaia di volantini lanciati dagli aerei alleati, che ordinavano alla popolazione civile lo sgombero  della Città. 

Gli Americani alla periferia di Randazzo 

La sistemazione nei locali del vecchio mulino non fù cosa semplice; la nostra piccola comunita’ era composta dai nonni materni, Gaetano e Antonina, dalla zia Maria, dallo zio Giuseppe, all‘ epoca tredicenne, da mia madre Alfia, mio padre Giuseppe, mia sorella Anna e dalla mia sorellina Antonina nata quattro mesi prima, che ogni qualvolta sentiva il rumore degli aerei si metteva a piangere, ed infine da mio nonno paterno Carmelo di professione Mugnaio, da parecchie generazioni. Si viveva assieme ad altre famiglie catanesi all’interno di una grotta che si apriva di fronte al mulino e nelle poche stanze al piano superiore dello stesso, all’epoca in perfetta efficienza e gestito da mio padre e dal suo socio il Signor Antonino Caggegi, nonno del nostro attuale medico, assieme ai suoi due figli Nino e Orlando. 

Si dormiva per terra sopra un po’ di paglia con qualche coperta a ripararci dal freddo della notte,  l’alimentazione era piu’ che razionata ed era anche difficile e pericoloso muoversi dai rifugi alla ricerca di cibo, perchè ogni due ore gli aerei venivano a bombardare la nostra citta’ e man mano che passavano i giorni le incursioni si facevano sempre più intense e frequenti. La notte, prima di sganggiare le bombe, gli aerei illuminavano Randazzo con i loro razzi per individuare gli obiettivi da colpire. Sembravano tanti fuochi d’artificio, erano invece fuochi portatori di morte e distruzione. Rimane ancora inspigabile come mai gli alleati, di solito ben informati, si accanirono in un modo così massiccio e devastante contro la Città, al cui interno non vi erano ne postazioni antiaeree ne comandi militari Italo-tedeschi, che si trovavano invece ben acquartierati tutt’intorno alle colline che sovrastano la Città e alla periferia di Randazzo. Vennero indiscriminatamente distrutte ed incendiate: case, palazzi, Chiese, nonchè i più bei monumenti architettonici di epoca normanna, sveva, aragonese e dei secoli successivi. Opere pittoriche di grande pregio, sculture e affreschi di incommensurabile valore, mobili d’epoca, statue, oggetti sacri e quant’altro. Per non parlare degli archivi storici della Città, tutti completamente distrutti e con essi i libri, i documenti, le pergamene greche, latine, bizantine e i codici arabi. Interi quartieri demoliti, non si risparmiarono nemmeno i defunti: venne centrato più volte anche il Cimitero. Tanti i morti, tantissimi i feriti.

 

L’artiglieria Alleata bombarda la città 

Una notte della prima settimana del mese di Agosto, anche la zona dove si trovavano i nostri rifugi, venne bombardata; fortunatamente il mulino non subì danni. Una aereo inglese venne però centrato dalle batterie antiaeree e cadde nelle vicinanze. In quei giorni le squadriglie dei bombardieri inglesi e americani avevano l’ordine di distruggere a tutti i costi il Ponte sul Fiume Alcantara; la manovra di discesa in picchiata degli aerei che dovevano centrarlo con le loro bombe, in quella stretta valle, era però molto difficile e pericolosa per la posizione dello stesso; molti infatti furono gli aerei alleati che si schiantarono contro la collina o che caddero con il loro carico micidiale di bombe all’interno della città che dista dal ponte solo poche decine di metri. In vista della imminente ritirata, il ponte  era però gia’ stato minato dalle truppe Italo-tedesche e predisposto per la distruzione dopo il loro passaggio, cosa che regolarmente avvenne il 13 di Agosto del 1943.[2] 

Intensificandosi i bombardamenti rimanendo in quei nascondigli era divenuto molto rischioso. I nostri genitori e gli anziani decisero allora un’altro spostamento. Di notte venne caricato con le nostre masserie l’asino, un docile animale che chiamavamo Ciccio e che normalmente veniva utilizzato per il trasporto dei sacchi di grano e di farina destinata ai clienti. Questa volta però il carico era ben diverso: coperte, il poco cibo rimasto  e sopratutto molta acqua. Tutta la nostra communità si spostò così sulle falde dell’Etna in una zona chiamata « Mandrazzi ». Avevamo trovato rifugio in una vecchia casetta costruita in pietra lavica a secco, era nascosta tra i cespugli e circondata da ginestre in fiore; la zona era ricca di erbe aromatiche, l’aria era  fine e  molta profumata; da questo posto però non vedevamo piu’ Randazzo. 

Faceva parte del nostro gruppo di sfollati anche un cugino del nonno Gaetano; ci aveva raggiunti al rifugio assieme ad una famiglia catanese composta dal papà, mamma e due figli della mia età. Il cugino del nonno era nato a Catania e si chiamava Nino Spitaleri; amava moltissimo la nostra Vecchia Randazzo ed era rispettosissimo dei suoi amici randazzesi. In passato aveva comprato un piccolo vigneto in Contrada «Pirao», che coltivava con tanto amore e tanta passione. Produceva una modesta quantita’ di vino rosso genuino, pieno di aromi e di sapori. Amava particolarmente gli animali e qualche tempo prima aveva comprato una capretta; noi bambini erevamo molto affezionati a questo animale, anche perchè amava essere accarezzata e per noi era come un compagno di giuoco. Era il nonno Carmelo, (nella corporazione dei vecchi mugnai era chiamato Carmine), quello che aveva il compito giornaliero di andare a raccogliere le buone erbe per nutrirla. Mia madre, a causa della paura e dei grossissimi problemi di ogni giorno, non poteva piu’ allattare la mia sorellina Antonina, ed è grazie al poco latte che questo generoso animale poteva dare, che mia mamma ha potuto nutrire per qualche tempo la sua neonata. 

      

                                                                  Si soccorre un ferito                                                                   

In questo periodo si era anche diffusa una epidemia di malaria, ed anch’io ne rimasi contagiato, la febbre era altissima e avevo tremendi mal di testa. Mia nonna Antonina, infaticabile lavoratrice e donna affettuosa con tutti, era riuscita a procurare del chinino con il quale mi curava. Di un gusto più che amaro, era il solo farmaco allora conosciuto per curare questa malattia. La vita giornaliera era organizzata dagli anziani; ogn’uno aveva il suo compito. Bisognava soprattutto procure il cibo, andare a raccogliere le erbe selvatiche per le minestre, trovare un po’ di frutta, raccogliere tutto quello che la natura e la stagione poteva offrirci. Mio padre aiutava la nonna a preparare le lasagne con quel poco di farina che rimaneva; il nonno Gaetano ed il nonno Carmelo andavano in cerca della legna per accendere il fuoco, stando bene attenti a non fare fumo  ed evitare  qualsiasi riferimento che potesse segnalare la nostra presenza alle truppe tedesche.  Le donne si occupavano anche della pulizia del luogo; lo zio Nino fungeva da barbiere; teneva molto alla pulizia e tutti i giorni la barba era di rigore. Durante questo periodo mio zio Giuseppe mi conduceva  in un luogo non molto distante dal casolare dove alloggiavamo, in cima ad una piccola antica colata lavica aveva costruito con i rami delle ginestre una piccola capanna  ben nascosta; da questo punto di osservazione potevamo ammirare il panorama. 

Un giorno di Agosto, erano le 15, quando un gruppo di una ventina di soldati armati con fucili e mitragliatrici bussarono alla porta della vecchia casa. Mio zio credeva che fossero soldati tedeschi; in quel periodo cercavano i muli ed i cavalli che da li a poco sarebbero serviti per la ritirata. Molte donne in questo periodo erano state violentate da soldati tedeschi e la paura era tanta, fortunatamente si trattava invece di soldati italiani che cercavano i paracadutisti e i piloti alleati precipitati con i loro aerei e dispersi nelle campagne circostanti la città, soprattutto verso Monte Colla e sulle pendici dell’Etna. Rivolsero ai nostri nonni molte domande e alla fine chiesero solamente un po’ d’acqua per dissetarsi, che venne offerta con molta generosità a quei bravi,coraggiosi e onesti soldati. 

Dalla località dell’Etna dove eravamo rifugiati, come ho già detto, non si riusciva a intravedere la martoriata città, ma udivamo sempre il rumore degli aerei e lo scoppio dei micidiali ordigni che venivano lanciati sulle abitazioni e sugli obiettivi strategici. Il poco cibo portato da Randazzo in tutta fretta durante la fuga, dopo tanti giorni trascorsi in quelle condizioni, cominciava a scarseggiare; ma ciò che ci preoccupava di più era la mancanza di acqua e dove poterla reperire. (Ricordiamoci che i tragici avvenimenti che raccontiamo avvennero dalla metà di Luglio alla metà di Agosto del 1943, quindi in piena estate).

A qualche chilometro più a monte rispetto al luogo ove ci trovavamo, c’e la Contrada «Cisternazza». Questa località, era abitata dalle famiglie Spartà, che per l’occasione ospitavano nei vecchi caseggiati della masseria anche qualche altra famiglia randazzese. Era il solo luogo dove si poteva trovare l’acqua che veniva distribuita dal Signor Salvatore Spartà, (pace alla sua anima), gratuitamente a tutte le persone sfollate in quella zona che ne facevano richiesta. 

Quasi giornalmente il nonno Gaetano si recava con il suo asino non solo in questa contrada ma anche alla lontana « Grotta del Gelo », riscendendone poi con grossi pezzi di ghiaccio che sciogliendosi ci fornivano la preziosissima acqua. Il nonno Carmelo raccontava che le famiglie Spartà erano i più grossi ed importanti allevatori di ovini della nostra zona; producevano un formaggio pepato piu’ che squisito, forse il migliore della Sicilia, che esportavano in grandi quantità anche all’estero, soprattutto negli Stati Uniti.

 

13 Agosto 1943 – Gli alleati occupano Randazzo - Chiesa di S. Martino e Corso Umberto I

L’11 di Agosto fu l’ultimo giorno di bombardamenti aerei subiti da Randazzo, le truppe alleate avevano già superato le prime linee di difesa della Città ed erano ormai vicinissime a Randazzo; con i cannoni di grosso calibro iniziarono allora i tiri per centrare le postazioni dell’ultima resistenza tedesca. Ma i calcoli e la direzione del tiro risultarono ancora una volta errati e l’errore fu tristemente fatale per la popolazione civile. I notri genitori e gli anziani decisero pertanto di allontanarci da quel luogo divenuto ormai pericolosissimo e trovare un’altro nascondiglio. Gli ordigni passavano al disopra delle nostre teste, provocando un rumore ed un sibilo indescrivibili; pensavamo infatti che da un momento all’altro per noi tutto sarebbe finito.

Avevo ancora la febbre e mia mamma mi trasportò sulle sue spalle in una piccola grotta al riparo dai proiettili di artiglieria. I tiri  erano destinati alla resistenza tedesca, ma colpivano la popolazione civile. Le vittime sono state numerose, poi essendosi accorti dello sbaglio, gli alleati corressero il tiro, ma  il danno era ormai compiuto e specialmente nella Contrada « Nave » vi fù una vera e propria strage di civili. 

Finalmente il 13 Agosto 1943 le truppe alleate occupavano ciò che rimaneva della nostra bella e gloriosa Città, mettendo fine a 31 lunghissimi giorni di combattimenti. Qualche ora prima le truppe tedesche avevano abbandonato Randazzo non prima che i loro guastatori avessero fatto saltare per aria il deposito munizioni di contrada « Allegracore » e il « Ponte Nuovo » sul Fiume Alcantara. 

  

Randazzo - Il Ponte sull’Alcantara distrutto 

Lo spettacolo che si presentava era allucinante: le strade ingombrate da montagne di macerie, moltissimi i cadaveri di civili e militari semicoperti di polvere, ovunue bombe inesplose, moltissime le case sventrate e senza tetto, vecchi palazzi incendiati, le cupole delle Chiese di San Nicolo’ e San Martino demolite, gli interni completamente devastati così come tutte le innumerevoli opere d’arte e gli archivi li presenti. La Basilica di Santa Maria, anche se la meno danneggiata, era ridotta in uno stato pietoso: il suo grandioso organo dall’elegante mobile intarsiato e indorato, era stato completamente distrutto,[3] così come quelli di San Nicola e di San Martino. Copolavori antichi realizzati con tanta passione e maestria dai nostri antenati. Bombardato anche il Vecchio Convento di San Domenico adibito ad oratorio dai Padri Salesiani; tutte le domeniche li venivano radunati i ragazzi dei vari quartieri della città e dopo la Santa Messa ci veniva data sempre una dolce ricompensa. Completamente distrutti i Monasteri Benedettini di clausura di Santa Caterina, di San Giorgio e di San Bartolomeo, il Convento del SS. Salvatore dei Padri Cappuccini, quello di S. Michele Arcangelo dei Carmelitani e sul colle di San Pietro anche la meravigliosa Chiesa ed il Monastero di Santa Maria di Gesù. Distrutto, come tanti altri, il palazzo del Barone Paolo Vagliasindi, allora sede del « Museo Archeologico », che si impoverì notevolmente per la perdita di una enorme quantità di reperti. La piccola Chiesa di San Giuseppe, compatrono della città, si presentava semidiroccata; ricordo ancora che la Statua del Santo, privata del suo braccio destro, rimase fuori all’aperto per molto tempo.

La citta’ era disseminata da montagne di bossoli, di armi da fuoco di ogni genere, di bombe a mano e grosse bombe d’aereo inesplose, da cartucce per le mitragliatrici e da veicoli militari tedeschi semidistrutti. Andando poi verso Contrada « Bocca d’Orzo », nei pressi della proprieta’ della nobile famiglia Ribizzi, c’erano ancora molti cannoni di grosso calibro e mitragliatrici tedesche anch’essi distrutti dagli aerei americani. Lo scenario era da Inferno Dantesco. Tantissimo si sarebbe potuto salvare o recuperare ma la gente aveva ben altro a cui pensare: non c’era dove dormire e mancavano del tutto i generi di prima necessità. Basti ricordare che i volumi e gli importantissimi documenti d’archivio disseminati nelle Chiese e nei Palazzi Nobiliari, vennero utilizzati al posto della legna per fare il pane da distribuire alla gente. Si doveva ricostruire in fretta per poter dare una casa alle migliaia di cittadini obbligati a vivere nelle campagne. La ricostruzione di Randazzo fu lunga e difficile anche perché le Autorita’ dell’epoca non seppero o non vollero utilizare i finanziamenti e le agevolazioni di Legge di cui nel dopoguerra usufruirono altre città con danni di gran lunga minori rispetto a quelli subiti da Randazzo. Si ricostruì senza un preciso Piano Regolatore, fu questo il piu’ grande errore che comportò più danni dal punto di vista artistico e architettonico di quelli provocati dalle bombe.  

 

Randazzo Agosto 1943 – Corso Umberto I

Ricordo che per lo sgombero delle strade e per i lavori urgenti, era la Ditta Palermo che aveva  questo incarico. Il lavoro era molto duro e faticoso per i poveri operai che dovevano faticare semplicemente con la forza delle loro braccia. I moderni macchinari non esistevano ancora, il trasporto dei materiali si faceva con i carretti e con l’aiuto dei cavalli e degli asini. In periodi e in circostanze così tristi e drammatici non dobbiamo dimenticare il grande lavoro svolto dai medici locali e dal personale sanitario presente nell’Ospedale di Randazzo: il Dott. Giambattista Panissidi, il Dott. Filippo Finocchiaro, il Chirurgo Dott. Giuseppe Petrina, il Dott. Gaetano Mannino, suo padre il farmacista Dott. Vincenzo, eminente chimico e uomo di grande umanità, il Dott. Sebastiano Germanà. Disponevano di pochissimi farmaci e di scarse attrezzature chirurgiche e malgrado le enormi difficoltà hanno potuto curare e salvare da morte sicura, centinaia di vite umane. Per non parlare delle cure e dell’assistenza prodigate ai feriti, agli infermi, e ai mutilati dalle Autorità Religiose: il Canonico Don Giuseppe Finocchiaro, Cappellano militare e combattente della guerra del 1915 – 1918; assistiva i feriti e benediceva i morti sul fronte della battaglia di Caporetto, il Canonico Don Eduardo Lo Giudice, l’Arciprete Mons. Giovanni Birelli, i Padri Salesiani del Collegio San Basilio, le Suore del Monastero Benedettino di Santa Caterina e soprattutto i Monaci del Convento dei Cappuccini.

Il lavoro delle Suore e dei Religiosi in queste tristi circostanze fu di fondamentale importanza. Cosa non dire di Suor Livia che aveva istallata a fianco dei ruderi dell’ antico « Palazzo De Quatris », una cucina da campo fornita dagli americani e tutti i giorni, con l’aiuto di altri benefattori, preparava il cibo che veniva distribuito gratuitamente a tutti i bisognosi, numerosissimi in  quel periodo. Le  Suore del vecchio Ospedale di Randazzo, che oltre ad aiutare i medici nel loro lavoro, accoglievano ed assistevano nelle corsie feriti ed ammalati. In questa « Apocalisse » si distinsero particolarmente i Frati Cappuccini, numerosi allora a Randazzo, e specialmente il Priore Padre Luigi Magro da Randazzo, che conoscevo fin da bambino. Oltre che all’interno della città tra la povera gente, visitava anche gli ammalati ed i feriti ricoverati nell’altro Ospedale, quello militare, sistemato e gestito dagli Alleati nei locali del grande «Palazzo Vagliasindi», in Contrada « Feudo »,  sul rettilineo della Strada Provinciale che porta al Bivio per Moio Alcantara dove anch’io venni ricoverato. [4]

  

Randazzo - Contrada « Feudo » - L’Ospedale Militare Americano 

Abitavamo in contrada  « Bocca d’Orzo », in una modesta casa di campagna di proprietà del sig. Angelo Palermo. A seguito dell’incendio e dello scoppio provocato da un sacchetto di polvere destinata alla carica dei bossoli per i cannoni, rimasi ferito: il mio viso era irriconoscibile, una parte del mio corpo ustionato. Devo la mia salvezza e la guarigione alla bravura, alla professionalità e all’esperienza di un giovane Ufficiale Medico americano il quale, con i metodi impiegati per i loro militari, ha saputo dopo molti interventi guarirmi senza lasciare alcuna traccia sul mio corpo.  Avevo  un po’ piu’ di nove anni e ricordo il buon Padre Luigi, Priore dei Cappuccini, sempre presente in questo luogo di sofferenze; era un Fraticello buono, umile e Pio, si avvicinava spesso al mio lettino prodigandomi molte carezze; incoraggiava i feriti, gli ammalati, le Suore, in particolare Suor Caterina e tutti i medici. Celebrava la Messa nella grande sala e subito dopo ripartiva per raggiungere il suo Convento di Randazzo, il più delle volte a piedi mancando i mezzi di trasporto, (sono oltre sei chilometri). Portava ai suoi piedi un paio di vecchi sandali senza calze, sia in estate come in inverno.

Nella nostra dimora provvisoria in campagna, i giorni trascorrevano lenti monotoni; la nostra casa, anch’essa distrutta, venne ricostruita  con tanti sacrifici e lavoro dai miei genitori. Poi finalmente il ritorno alle nostre scuole, il contatto con i nostri maestri: Gangemi, Sangrigoli, Lo Giudice, Don Trecariche al Collegio San Basilio, ed altri ancora. Si sperava in un avvenire migliore, fatto di pace, di lavoro, di serenità dopo tale enorme e disastrosa tempesta. I primi anni del dopo guerra sono stati invece molto duri e dolorosi. Alle  nostre mamme mancava di tutto, anche l’indispensabile. Noi giovani ci accontentavamo del poco di cui si disponeva e tante famiglie patirono anche la fame. 

   

Randazzo 17 Agosto 1943 – Colle dei Cappuccini

Un’altra Epoca giungeva, quella che io chiamo  «EXODE »,  L’EMIGRAZIONE. 

Sono nato a Randazzo, nel quartiere di San Nicolò 76 anni fa. A l’età di  21 anni dovetti emigrare all’estero così come altre migliaia di randazzesi. La vita non è stata facile, specie nei primi anni. Molte cose però del nostro carattere e della nostra cultura ci hanno aiutato: la volontà, l’onestà, le nostre competenze professionali e la qualita’ del nostro lavoro. Grazie a tutto questo abbiamo dato lustro e  onore alla nostra  terra  natia. 

Desidero ricordare a tutti i giovani randazzesi che la nostra Città era ricchissima in agricoltura e artigianato: muratori, fabbri, calzolai, falegnami, maestri sarti, erano tra i migliori della Sicilia. Per non parlare degli artisti: pittori, scultori, musicisti e degli intellettuali; moltissimi dovettero emigrare e disperdersi per il mondo intero. E’ stata una grande perdita per la nostra Città, non bisogna dimenticare infatti che prima di questa catastrofe Randazzo contava diciottomila abitanti, scesi a tredicimila nel giro di un solo anno. Randazzo, ha perduto un numero importante per quantità e qualità dei suo figli, continuando di questo passo, un giorno forse perderà anche la sua anima.

Randazzo, Natale 2012

                                                                                                                                                       

[1]  S. Rizzeri: “Randazzo e la sua storia . . . . La Battaglia di Randazzo del 1943. Cap. XVIII, Pag. 269.

[2]  S. Rizzeri: “Randazzo e la sua storia . . . . La Battaglia di Randazzo del 1943. Cap. XVIII, Pag. 272. 

[3]  S. Rizzeri: La Battaglia di Randazzo del 1943. “. . La Chiesa di Santa Maria fu fortunatamente l’unica delle  Tre Cattedrali  che si salvò dalla totale distruzione. Venne però centrata da una bomba d’aereo che colpì l’abside centrale, danneggiando la parte  sommitale, senza che  però  l’artistico  e monumentale  altare maggiore all’interno della Chiesa fosse minimamente scalfito.  Si  incendiò  invece il retrostante grandissimo e meraviglioso  organo di scuola napoletana. Nel dopoguerra l’abside venne ricostruita, così come era, in pietra lavica, da mio padre Vincenzo Rizzeri e dai suoi fratelli, scalpellini, che assieme gestivano la cava di basalto di contrada “Murazzorotto”.

[4]  S. Rizzeri: La Battaglia di Randazzo del 1943. “. . . Passata l’emergenza l’Ospedale militare venne chiuso e le attrezzature utilizzate, (sala operatoria e materiale sanitario), vennero donate dagli americani all’Ospedale Civile della città”.

 
 

 

Randazzo dal Sec. XV al Sec. XX

Randazzo dal sec. XV al sec. XX

Il lento declino economico e politico della città ha inizio nei secoli grigi della dominazione Spagnola. Questi gli avvenimenti più importanti che caratterizzarono la storia di Randazzo negli ultimi cinquecento anni: 

a) 1492 – Decreto di Re Ferdinando relativo alla espulsione degli Ebrei dalla Sicilia. Fu questo un provvedimento che penalizzò in modo grave ed irreparabile l’economia della città, ove esisteva da secoli una tra le più fiorenti e ricche comunità ebraiche della Sicilia. Il Colle di San Giorgio fu per secoli il loro quartiere. Nell’anno 1492 tale comunità si componeva di ben 170 famiglie che rappresentavano l’11,3% della popolazione di Randazzo, circa 1.000 – 1.200 persone, la più numerosa di Catania e Provincia e la quinta di tutta l’Isola. Fra i tanti componenti vi erano due Rabbini, due Medici e un Banchiere.

b) Il potente Imperatore CARLO V, l’uomo sul cui regno non tramontava mai il sole, il 18 Ottobre 1535 fa il suo trionfale ingresso in città, proveniente da Palermo, attraverso la “Porta di San Martino. Rimane a Randazzo forse tre giorni e, felicissimo per la grande accoglienza ricevuta, fu lui ad elargirle il titolo di “Città“ conferendole il relativo diploma. “CIVITAS RANDATII “.

 

E Carlu V t’incurunau riggina

Quannu passau ‘ntra lu to Rannazzu.

Ti vossi ‘ntra lu sonnu pi vicina

Ccu illu ti purtau ‘ntra lu palazzu.

 

  1. 1536 – Una imponente colata lavica distrugge completamente il ricco Feudo “Annunziata“, deviando perfino il corso del Fiume Piccolo, che circondava la città dal lato di mezzogiorno, e stravolgendo completamente la morfologia di quel vasto e fertile territorio. 
  2. 1539 – La città per quattro mesi è in preda alle truppe ribelli a Carlo V, che la saccheggiano distruggendo ed incendiando, fra l’altro, il “ Grande Archivio Storico “ allora custodito nella chiesa di San Nicola, la più grande della Diocesi.. Perdita gravissima questa, per il gran numero di manoscritti e papiri, specie del periodo greco e dell’alto medioevo, dati alle fiamme dalla ignorante soldataglia. Documenti questi che tanti dubbi e tanti vuoti della storia della città avrebbero certamente colmato.
  3. 1575 – 1580 La peste, portata da un venditore di stoffa, (Messenzio di Demetrio) imperversa per ben cinque anni, uccidendo la maggior parte della popolazione. Il quartiere più colpito fu quello Latino di Santa Maria che infine venne isolato e dato alle fiamme per domare l’epidemia.
  4. 30 Giugno 1672 – E’ ancora vivo nel popolo il ricordo del miracolo della statua di San Nicola, opera di Antonello Gagini ( 1523 ), registrato nel “ Libro Rosso “ della chiesa a pag. 204. Il Santo fece cessare la fame e la mortalità avvenuta in quell’anno a causa della peste, con un miracolo. Dal fianco sinistro della statua marmorea sgorgò tanto sangue che, fluendo lungo il ginocchio, arrivò fino alla mensa dell’altare.     
  5. 1682 – Una terribile alluvione trascinò via il quartiere industriale e commerciale della città, quello di “Santa Maria dell’Itria “, e due  ponti sul Fiume Alcantara, i resti dei quali sono ancora visibili presso “ Porta Pugliese “.
  6. 1719 – Randazzo fu il quartier generale dell’Esercito Spagnolo contro l’Esercito Tedesco. La battaglia si svolse nei pressi di Francavilla di    Sicilia, ma tutti i feriti furono portati a Randazzo e ben 800 vi morirono. Una vecchia Croce in Contrada S. Lorenzo, alla periferia Est della città,    detta “ Croce degli Spagnoli “, ne ricorda la tomba comune.
  7. 6 Agosto 1860 – Garibaldi invia a Randazzo il suo luogotenente, Gen. NINO BIXIO, che prese alloggio nel palazzo del Barone Don Giuseppe Fisauli per reprimere i disordino scoppiati a Randazzo e nei paesi vicini.
  8. Ultimo immane disastro, i bombardamenti Anglo-Americani del Luglio-Agosto 1943 ( ben 84 incursioni aeree …! ! ) che distrussero    il 75% delle abitazioni. Scomparve così gran parte del patrimonio artistico e monumentale della città, testimonianza ultima della sua gloriosa storia.

Generali Parlamenti di Sicilia tenutesi a Randazzo

  • Il primo sarebbe stato convocato nel Monastero di San Domenico da FEDERICO III Il Semplice, per sancire la definitiva sottomissione del partito Chiaramontano.
  • Un altro nel 1366 venne indetto da ARTALE ALAGONA, tutore della REGINA MARIA, per proclamare questa erede al trono di Sicilia. ( Chiesa di San Nicola ).
  • Un terzo venne convocato dalla REGINA BIANCA DI NAVARRA il 3 Luglio 1411.
  • Altri due parlamenti si tennero, sempre nella Chiesa di San Nicola, nel 1411 e nel 1414 sotto FERDINANDO DI CASTIGLIA.

 

Randazzo, 27 Giugno 2019