Le Mura di cinta e le Porte della Medievale Randazzo

Le Mura di cinta e le Porte della Medievale Randazzo

LE MURA DI CINTA DI RANDAZZO

di

Salvatore Rizzeri

 
Colle di S. Giorgio – La cinta murario ( 1886 )

La città di Randazzo era l’unica del Valdemone difesa da mura di cinta, simbolo della sua grandezza e potenza. Intorno ad esse si svolsero gran parte degli avvenimenti più importanti della sua storia, in particolar modo nel periodo aragonese. Qui nel 1078 si reca Ruggero il Normanno, prima di affrontare i saraceni e nel Monastero di Santa Maria Maddalena lascia le reliquie di San Giorgio cui era profondamente devoto. Ai margini della Porta Orientale, (Porta Messina o degli Ebrei), l’8 Settembre del 1282, si accampano le schiere di Re Pietro Primo d’Aragona; sotto le balze della Chiesa di S. Maria, presso Porta Pugliese, avvenne lo scontro notturno tra l’esercito randazzese contro le truppe del rinnegato Ammiraglio Ruggero di Lauria; presso la vecchia Porta del Roccaro nel 1299 vennero sconfitti gli Angioini, guidati dal loro stesso Principe Roberto d’Angiò; dalla Torre di San Domenico sventolarono le orifiamme e squillarono le trombe per il Parlamento Generale Siciliano; attraverso Porta Palermo il 18 Ottobre 1535 entrò in città Carlo V, l’Imperatore sui cui domini “non tramontava mai il sole”.

Secondo gli storici municipali, le Mura risalirebbero addirittura ad Augusto che, dopo le guerre servili, raccolte le popolazioni delle tre  città, Triocla, Tiracia ed Alesa Mediterranea, ne formò l’unica che in seguito prese il nome di Randazzo. A convalida di questa asserzione il Plumari porta a testimonianza perfino la perizia dell’Ingegnere militare borbonico Lanzerotti, venuto a Randazzo nel 1836 per studiare il progetto di ricostruzione del campanile di S. Maria. L’Ingegnere, dopo attenta perizia,  asserì infatti che le mura di Randazzo sono, nella loro struttura muraria, simili a quelle di Taormina di cui si sa certamente che vennero costruite dall’Imperatore Augusto quando la città fu dichiarata colonia romana.

Non si posseggono documenti per provare ciò e dunque dobbiamo attenerci a quello che oggi ci è possibile osservare: notiamo infatti che la costruzione delle Mura, nella loro forma, nelle loro parti, è di origine medievale e al più lontano possono risalire al periodo svevo, giacché ne Ibn-al Atir, né il geografo El-Edrisi ci parlano nelle loro opere delle mura di Randazzo, pur parlando e descrivendo la città[1].

La prima testimonianza sull’esistenza delle Mura di Randazzo si ha al principio del periodo aragonese, quando Re Pietro I scelse Randazzo come quartier generale delle operazioni contro gli Angioini che assediavano Messina. Ad un chilometro della città verso oriente esiste una località che porta ancora il nome di “Campo Re” che ricorda il luogo in cui si accampò l’esercito del sovrano aragonese. In tale occasione Pietro I restaurò le Mura, rafforzò le Porte di ingresso e su due di esse, quella orientale e quella occidentale, fece collocare i suoi stemmi a testimonianza di detti restauri. Tali insegne reali sono ancora visibili sulla porta di oriente, detta appunto “Aragonese”.

Anche Re Martino in un Capitolo del 1406 comanda che si riparino, giacchè

. . . certa parti di Mura di la terra sunnu dirupati e parisci di rumpirisinni una grandi quantitati . . . . et etiam li firmaturi di li porti su’ guasti e li porti di la terra caduti . . . .

Fino alla metà dell’800 la vecchia cinta muraria era intatta, con le sue sette torri e le dodici porte. Si estendeva intorno alla città come un anello per quasi tre chilometri, con un’altezza di dieci metri e uno spessore di circa tre metri alla base; era rinforzata da una fila di merli guelfi che si inseguivano spessi e fitti alla distanza di 50 centimetri l’uno dall’altro, affiancati da un camminamento di ronda di un metro e mezzo di larghezza.

Di esse rimangono ancora qua e là alcuni tratti, erosi dal tempo, che tuttavia richiamano alla mente i tempi gloriosi della città, quando i suoi baroni la riempivano di splendore e di fasto, quando le sue scolte vigile vegliavano in armi sugli spalti delle mura e i suoi araldi erano pronti a dar fiato alle trombe.

I lavori necessari all’apertura della carrozzabile nazionale, la mania rinnovatrice e progressista di un Sindaco di fine ottocento, hanno inferto i primi colpi a questa imponente opera di difesa; il resto lo fecero i lavori di ampliamento e sventramento della vecchia città e i disastrosi eventi bellici dell’estate del 1943.

Delle dodici porte ne esistono soltanto quattro integre, mentre di una quinta, (quella dell’Erba Spina), è ancora visibile lo stipite di destra con la parte iniziale dell’arco. Delle sette torri che le rinforzavano rimaneva nel dopo guerra qualche traccia solamente di quella di S. Domenico, a suo tempo divenuta il cappellone dell’omonima chiesa. Essendo in condizioni pietose ed urgendosi un restauro accurato per assicurarne la stabilità compromessa dalle incursioni aeree, fu inopinatamente demolita intorno al 1970.

La parte più integra delle mura è quella che sovrasta la collina di San Giuliano che si collega alla Porta Aragonese e che fiancheggia la strada nazionale. Un’altro tratto è quello che si trova ad occidente tra Piazza S. Pietro e Porta Palermo. Completamente distrutto o manomesso invece il tratto settentrionale, quello che un tempo si affacciava sulle balze dell’Alcantara: venne demolito nella gran parte, mentre ciò che rimaneva venne utilizzato quale cortina muraria su cui si aprono balconi e finestre di abitazioni private. Il resto, purtroppo, è scomparso. 

LE PORTE  DELLA  CITTA’

Le mura di cinta della città furono dotate originariamente di nove porte, altre tre fu­rono aperte in seguito, cosicchè la città si ebbe dodici porte di cui ne diamo l’elenco con le delucidazioni storiche.

P R I M A   P O R T A

Guarda l’Oriente, per cui fu chiamata “Porta Orientale ”.

Si chiamò pure “Porta degli Ebrei”, per il ghetto che un tempo esisteva sul vicino colle di San Giorgio dal quale gli Ebrei vennero esplulsi, con Decreto del Re Ferdinando II che, nell’anno 1492, ordinava un generale allontanamento di essi, non solo dalla Sicilia, ma da tutti i suoi vasti domini.

In quell’occasione fu abbattuta una lapide di pietra nera lavica, con una iscrizione di cui il Benedettino F. Onorato Colonna, nella sua “Idea dell’Antichità di Randazzo”, ne riporta un frammento da lui trovato sulla riva del Fiume Grande o Alcantara, l’8 settembre 1723, che dice però non poter deci­frare perché .. ignaro della lingua ebraica ”.

Questo ingresso prese il nome di Porta S. Giuliano, come ancora viene chiamata dai randazzesi, per una vicina Chiesa dedicata a questo Santo, ora non più esistente.

Viene detta an­che “Porta Aragonese, perché all’arrivo in Randazzo del Re Pietro I d’Aragona nel settem­bre 1282, su questa Porta fu posto lo stemma della Reale casa di Ara­gona scolpito su pietra arenaria, con accanto a destra un altro piccolo stemma con gli armi della Regina Costanza Sveva moglie del Sovrano e, a sinistra, un altro piccolo stemma della nostra città, cioè un leone rampante coronato. Tali stemmi, sebbene molto sciupati, sono ancora ben visibili.

Viene chiamata anche “Porta ‘o mustu”, porta del mosto, perchè i cittadini un tempo erano obbligati a servirsi di questo solo passaggio se volevano introdurre mosto in città; allo scopo di pagare più facilmente il dazio che i Gabellieri riscuotevano in ragione di dieci Grani Siciliani ossia centesimi venti, per ogni salma (litri 80) di vino introdotto.

S E C O N D A   P O R T A

Guarda il Settentrione e originariamente si chiamò “Porta dell’Erba Spina, dalla vicina contrada così nominata, e così continua a chiamarsi tutt’oggi, anche perchè lì vicino vi era una fontanella con lo stesso nome.  É situata tra il Monastero di S. Giorgio e la Basilica di Santa Maria.

Si disse pure “Porta del Quartararo” perchè ivi era un vasaio che fabbricava quartare.

Fu la porta attraverso cui nell’anno 1575 entrò quel viandante che, dopo essersi dissetato ed aver quindi contagiato anche l’acqua, diffuse a Randazzo il terribile morbo della peste. Questa durò ben cinque anni facendo migliaia di vittime e venne debellata solo dopo che le autorità sanitarie del tempo presero la triste decisione di isolare il quartiere maggiormente interessato, (quello latino), dandolo alle fiamme. Di essa esiste ancora una labile traccia individuabile del cantonale di destra guardando a settentrione.

T E R Z A   P O R T A

Si trovava anch’essa a Settentrione e fu chiamata “Porta della Fontana Nuova” perchè sotto le balze su cui poggiavano le mura di cinta e la porta, scaturì uno zampillo d’acqua.

Ebbe anche il nome di Santa Maria a motivo della vicina Parrocchia. Ora non esiste più, ma fino ai primi anni del dopoguerra, attraverso la breccia rimasta si scendeva nel sottostante Fiume.

Q U A R T A   P O R T A

E’ anche questa situata a tramontana, sulle balze del Fiume  Alcantara ed ebbe nome “Porta Pugliese” probabilmente per qualche famiglia nobile di tal nome che lì vicino abitava, secondo l’uso dei Romani. In origine fu detta porta dei Martinetti, dal nome della contrada su cui si affaccia e poi del Ponte Nuovo. Da essa veniva introdotto in città il bestiame destinato al ma­cello. E’ una delle quattro integre tutt’oggi rimasta.[1]

Q U I N T A   P O R T A

Sempre a tramontana, fu detta Porta Buscemi, forse per la stessa ragione della precedente. Si chiamò anche “Porta della Fontana Vecchia”, per la sua vicinanza alla Fontana cosidetta del Roccaro alla quale dava accesso.

Restò demolita da un forte uragano del gennaio 1847 che atterrò parte delle mura fra il Convento di S. Domenico e la Chiesa di S. Margherita. In seguito venne rifatta e successivamente chiusa a muratura. Scomparve definitivamente assieme al tratto delle mura su cui si apriva a seguito dei bombardamenti dell’estate del 1943.

S E S T A    P O R T A

Come le precedenti, anch’essa è rivolta a nord.

Il nome più antico è di “Porta della Giustizia”, perchè da essa uscivano i condannati a morte per essere giustiziati nel vicino colle della “Timpa”. Ebbe anche il nome di “Porta della Fiera” perchè da questa passava il bestiame della Fiera di S. Giovanni Battista nel mese di giugno di ogni anno.

Anche questa porta è stata abbattuta con parte delle mura da un altro uragano quando una spaventosa piena fece crollare il Ponte Antico nel 1580. 

S E T T I M A   P O R T A

Guarda l’occidente.

Si sconosce il primitivo nome, mentre per la sua piccolezza, si chiamava “Portello” ed in seguito fu detto di “Santa Catarinella” dal nome di una chiesetta vicina che ora non esiste più. Questa chiesetta, così come tante altre costruzioni, venne distrutta a causa della grande inondazione avvenuta nell’anno 1682.

O T T A V A   P O R T A

Si trova a ponente.

Originariamente si disse “Porta della Dogana o Porta Palermo”.

Nel quinto secolo, con la costruzione della Chiesa di S. Martino, prese il nome da essa, nome con cui tutt’ora viene chiamata. I bat­tenti di essa furono incendiati dalle Truppe spagnole che, nel 1539, divenute ribelli all’Imperatore Carlo V, oc­cuparono la nostra città per alcuni mesi mettendola a ferro e fuoco.

Il Fazzello nella sua opera parla di questa sventura toc­cata a Randazzo e dice che:

“ . . . Assaltando poscia la Roccella, presero il Castelletto posto al piè del Monte Etna e lo saccheggiarono.

Passati poi in Randazzo, oltre che saccheggiare le case, i soldati incendiarono gli Archivi delle Chiese Parrocchiali, quello della Città e gli Archivi dei Notari.

Si impadronirono del rispettivo Tesoro di esse Chiese asportando tutto quanto trovarono di prezioso”.[2]

Ritiratesi quelle orde inumane, furono rifatti i battenti di questa porta. L’arco fu ricostruito nel 1753, come si legge nella chiave di volta, in occasione della venuta in Randazzo del Vice Re di Sicilia, Duca De La Viefuille e fu rimossa l’antica lapide di pietra arenaria portante la sottonotata iscrizione ormai divenuta illeggibile, che stava lì dal 1282, per ricordare, così come nella porta di San Giuliano, la venuta del Re Pietro I d’Aragona, Re di Sicilia.

In occasione del secondo Conflitto Mondiale, quando nel luglio del 1943 la Sicilia veniva invasa, i Tedeschi tolsero i pezzi che formavano l’arco per rendere più agevole il passaggio dei grandi autocarri e dei carri armati, fortunatamente tanto la porta quanto le mura di cinta hanno resistito alle molteplici esplosioni di bombe americane lanciate in abbondanza.

Eccone l’iscrizione.

D. O. M.

PETRO. AB. ARAGONIAE. REGIBUS. SICILIAE. PRIMO.

S. P. Q. TR.

P. A. MCCLXXXII.

SENATORIBUS.

PETRO. SPATAFORA. BARONE. JACHI.

DAMIANO. SPATAFORA. BARONE. SPANIONIS.

NICOLAO. DE. ANTIOCHIA. EX. BARONIBUS. CAPYCII.

JO MANFREDO. POLLICHINO. BARONE. TURTURICHI.

FRANCISCO. HOMODEI. BARONE. MALECTI.

CORRADO. LANCEA. BARONE. SINAGRAE.

 

La sopraddetta iscrizione, insieme alle altre notizie sui baroni, i nobili e i senatori della città, le ha tramandate, nel suo manoscritto, il decano D. Pietro Di Blasi.

In un Diploma del Re Martino e della Regina Maria, a favore di Ruggero figlio di Pietro Spatafora, datato a Randazzo il 20 agosto 1398, dove allora i Sovrani si trovavano, si leggono, chiaramente riportate in esteso dalla sopraddetta iscrizione, le parole S.P.Q.TR. in “Se­natus PopulusQue Trioclae”. Questa iscrizione ed anche lo stemma della Casa Reale di Aragona che si trovavano affissi sulla porta, come abbiamo detto sopra, non esistono più.

La porta dà l’accesso in città alla strada rotabile che da Palermo porta a Messina, per via interna, ragione per cui la Regia Sovrintendenza dei Ponti e Strade, la definì all’epoca anche “Porta di Palermo”.

N O N A   P O R T A

Situata  a mezzogiorno.

Il primitivo nome fu “Porta della Sciarotta”, perchè ad un chilometro circa di fronte ad essa vi è lo scia­rone; fu chiamata anche “Porta dei Sogli”, perchè da essa si introduceva in Città la pietra per costruzione. Quando nei primi secoli cristiani fu edificata nei pressi di questa Porta una chiesetta suburbana dedicata alla gloriosa Madre di Maria SS.ma, S. Anna, allora prese questo nome che in seguito, essendo stata demolita la chiesa di S. Giuseppe, situata originariamente presso la Sacrestia di S. Maria e trasportata in essa la Statua del Santo, da esso presero il nome tanto la Chiesa quanto la porta, nome con cui viene ancora indicata.

Questa era l’unica porta di comunicazione tra la città, quando esisteva ancora il Fiume Piccolo che scorreva da parte di mezzogiorno, e i Suburbi. Durante i bombardamenti anglo-americani la Chiesa di S. Giuseppe veniva in gran parte demolita insieme alle vicine abitazioni che segnavano l’originale perimetro delle mura che circondavano la città. Rimase intatta la sola porta o “Portello di S. Giuseppe”.

D E C I M A   P O R T A

Questa e le due seguenti furono aperte in epoche posteriori.

Dopo il 1539, le mura della città vennero restaurate, ed in quell’occasione fu ritenuta necessaria, anche per age­volare i religiosi del Convento dei Minori Osservanti, l’apertura di un’altra porta dalla parte di mez­zogiorno che, dal nome della Chiesa dei Minori, si chiamò di “Santa Maria di Gesù”. Essa da molto tempo non esiste più, venne infatti abbattuta per ampliare l’attigua Piazza di S. Pietro.

U N D I C E S I M A   P O R T A

Dallo stesso lato sud fu aperta nel 1559 un’altra porta per la comodità dei Fedeli che frequentavano la Chiesa del Convento dei PP. Carmelitani.

Si chiamò “Porta del Carmine” e venne abbattuta assieme ad un buon tratto delle mura  nel 1820, quando si rese necessario allargare la strada Regia Rotabile Pa­lermo-Messina.

In primo tempo venne sostituita con due pilastri che successivamente furono tolti in­sieme a tutti i baraccamenti che servivano per la Fiera dell’Annunziata.

Dalla Sovrintendenza dei Ponti e delle Strade era stata anche  chiamata “Porta Messina”.

Attraverso questa porta, nelle prime ore del mattino del 6 agosto 1860, entrava a Randazzo, accompagnato da due soli ufficiali di scorta, il Generale Garibaldino Nino Bixio a seguito dei noti tragici fatti di cui abbiamo ampiamente trattato. L’anno successivo, con decisione della Municipalità di Randazzo, su questa porta veniva apposta una lapide che ricordava tale avvenimento, ed infine nel 1937, non esistendo più la suddetta porta, al Bixio venne intitolata l’antistante piazza.

DODICESIMA   P O R T A

Quest’ultima porta fu aperta nell’anno 1622 di fronte alla Chiesa, un tempo della SS. Trinità e che poi, fondato il Convento dei Minimi, fu dedicata a “S. Francesco di Paola”. Dal nome di que­sto Santo prese il nome. Sopra di essa vi era una lapide sulla quale stava scritto:

D. O. M.

PHILIPPO. AUSTRIAE. III°. REGE.

PHILIBERTO. EMMANUELE.

SICILIAE. VICEREGNANTE.

ANNO. DOMINI.

1662

 

[1]  S. Rizzeri: L’Assalto alla Fonte del Roccaro. Ms. inied. - Attraverso questa porta , in una notte di buio fittissimo l’esercito dei randazzesi esce fuori dalla città ed investe le schiere del Duca Roberto d’Angiò che la assediavano. La sorpresa e l’impeto delle truppe randazzesi scompaginò le forze assedianti che si ritirarono precipitosamente e si guardarono bene dal più molestare la città.

[2]  Tommaso Fazello:  Dec. II^, libro X, Cap. I.

[1] S.C. Virzì: Randazzo e le sue opere d’arte.  Vol. II, pag. 117.

 
 
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