Le Cube Bizantine di Randazzo

Le Cube Bizantine di Randazzo

Salvatore Rizzeri

LE CUBE BIZANTINE DI RANDAZZO 

INTRODUZIONE

La storia degli studi sulle Cube si può fare coincidere con la riscoperta della Sicilia antica da parte di Tommaso Fazello. E’ lui che inaugura lo studio metodico della Sicilia antica e medievale; anche se lo inquadra in un’ottica erudita; come dichiara, del resto, lo stesso autore; motivo principale dell’opera è l’interesse verso i resti dell’antico. Al frate domenicano, che aveva percorso quattro volte a piedi tutta l’isola, si deve la descrizione di alcuni dei nostri peculiari edifici.

Nella sua topografia storica, che occupa la prima decade del “ De Rebus Siculis decades duo”, menziona appunto la singolarità, tipologia e cronologia della «Trigona» di Cittadella: “tempio rotondo e a volte costruito secondo l’arte antica con pietre squadrate, ancora così integro da sembrare costruito non in epoca antica ma in quella cristiana, in onore del Salvatore . . . “

La riedizione aggiornata del capolavoro del Fazello (1749 – 1753), permette al benedettino Vito Amico, professore di storia civile a Catania e regio storiografo, di registrare nel suo “Lexicon topographicum siculum “ (1757 – 1760) tre toponimi con riferimento alla voce Cuba.

Dopo circa un secolo, Paolo Orsi riprende in considerazione tali edifici, e ne segnala di nuovi. Le esplorazioni dell’Isola condotte dall’archeologo roveretano, fra l’ultimo decennio dell’Ottocento e i primi venticinque anni del 1900, apportano una messe di informazioni fondamentali per la conoscenza e la comprensione della Sicilia cristiana e bizantina.

Fino ad Orsi la Sicilia aveva attirato l’attenzione dei viaggiatori stranieri in quanto serbava vestigia greche; con Orsi oltre alla Sicilia greca si scopriva la prospettiva della Sicilia cristiana e bizantina. All’Orsi si deve, solo per citare qualche esempio, sia la scoperta della Cuba di Vinci a Siracusa, al di sotto di una torre d’avvistamento, detta appunto Cuba, sia la segnalazione della Cuba di Imbischi sia della Cuba di S. Anastasia a Randazzo.

Una chiesetta di tipo basilicale, che esiste nel luogo stesso in contrada Imbischi, e di cui il Rizzo ci ha dato buone fotografie, mi lascia in dubbio, se risalga ai tempi bizantini od ai normanni . . . “

L’occasione fu offerta allo studioso da una rapida campagna di scavo che riguardò l’esplorazione di 66 tombe della necropoli greca (TISSA), nel noccioleto del Barone Paolo Vagliasindi, in contrada S. Anastasia presso Randazzo.

Di questi documenti, diligentemente raccolti e pubblicati in “Notizie degli scavi”, si sono avvalsi Biagio Pace ed Edwin Hanson Freshfield, a quest’ultimo si devono studi originali sulle Cube di Malvagna e Castiglione di Sic. Le pubblicazioni di Orsi, Pace e Freshfield, focalizzano l’attenzione sulle Cube a pianta triconca della Sicilia Orientale, e concentrano il dibattito sulle origini di questo modello piuttosto che sulla pertinenza del termine agli edifici.

Mentre Orsi riconosce nelle Cellae Trichore, a pianta centrale sormontate da cupola, la compiuta espressione nell’isola della vera “bizantinità”, pienamente esemplificata dalla Trigona di Cittadella (sec. VI – VIII), in cui vede una parziale e assai ridotta riproduzione della S. Sofia di Costantinopoli, consacrata nel 557 d.C. Freshfield, invece, parte dal concetto fondamentale che il tipo della cella Trichora non sia bizantino, ma rappresenti un adattamento di antiche costruzioni termali pagane. Si tratterebbe di un tipo antichissimo di impianto del quale egli trova confronti, anche con funzione di vere chiese, nell’Africa dei Vandali e dei Bizantini.

Lo studioso inglese ritiene che questi tipi di chiese a trifoglio con cupola centrale, ben documentate in Tunisia a Tebessa, Cartagine, Henchir, El-Gebioni ecc., datate V – VI secolo, siano stati trapiantati in suolo siculo, appunto, dai profughi cartaginesi giunti dall’Africa a più riprese sotto Vandali ed Arabi, piuttosto che espressione diretta della cultura locale cristiano-bizantina.

Alle Cellae Trichore si affiancano quelle a forma allungata, rettangolari ad un’unica navata (o basilicale), è il caso delle Cube di Imbischi e di Jannazzo.

Il dominio bizantino in Sicilia fu relativamente breve. L’occupazione dell’isola cominciò a partire dal 535 e si concluse con la definitiva conquista araba, fatta a più riprese e conclusa intorno alla metà del X secolo con la conquista di Rometta nel 965. Si tratta di circa tre secoli, durante i quali i Bizantini hanno lasciato tracce indelebili, soprattutto nella valle dell’Alcantara.

Le cube più note sono quelle dislocate nei comuni di Castiglione, l’una di Santa Domenica nella contrada Giardinelli e quelle ridotte a semplici ruderi, ben tre, in contrada Imbischi o Acquafredda, di Jannazzo e Santa Anastasia nel comune di Randazzo, costituendo una delle più alte concentrazioni di testimonianze architettoniche bizantine della valle dell’Alcantara.

  

 
 

Nell’ordine da sinistra:

 

1)    Cuba di S. Anastasia,

2)    Cuba di Jannazzo,

3)    Cuba di Imbischi.

 

 

IL TERMINE CUBA

Per uno studio rigoroso sulle Cube siciliane, ritengo necessiti far capo alla tradizione popolare che ha tramandato con tale voce determinati edifici e non altri. Ci si rende conto, pertanto, delle perplessità che si creano per la mancata corrispondenza tra il termine usato e il modello possibile, per cui riteniamo indispensabile una indagine linguistica del termine “Cuba” e della sua stratificazione.

A nostro avviso, infatti, si deve concentrare l’attenzione solo su queste emergenze, e capire quali siano i nessi architettonici progettuali che le legano, sulla base dei dati forniti dalle indagini archeologiche, linguistiche e toponomastiche.

Innanzitutto esse sorgono in aree in cui la tradizione grecofona si è perpetuata dall’età classica fino alla conquista normanna. A tal fine se è ben nota la tradizione grecofona siracusana, si possono aggiungere testimonianze di centri “greci” presenti in prossimità di Randazzo (Tissa,Tyracia/Triracia), come documentato dalle ricerche archeologiche, e quelle di una presenza bizantina testimoniata dai toponimi di S. Teodoro e Sant’Anastasia sempre a Randazzo.

Inoltre va sottolineato che i luoghi in cui sorgono queste fabbriche sono aree decentrate, rurali e l’architettura testimonia una estrema semplicità progettuale e modeste dimensioni. Per queste aree nord-orientali della Sicilia la destinazione è esclusivamente culturale.

Almeno in due casi: la Cuba di Santa Domenica e quella di Sant’Anastasia, si può parlare di fabbriche facenti parte di cenobi. Per cui si può invocare una chiave di lettura relativa a questa classe di monumenti, legata al monachesimo. Una conferma a tale interpretazione è offerta dall’attestazione della voce latina “Cuba-cisterna”, nella “Vita S. Pauli primi eremitae”, scritta da S. Girolamo nel 374 d. C. o ancora nell’ Itinerarium Antonimi Piacentini (570 d. C.) in cui è impiegato il termine “Cuba-spelunca” per indicare il luogo in cui vive Paolo Eremita. Si tratterebbe cioè di fabbriche connesse alla vita anacoretica o cenobica, come i dati archeologici attestano per la Cuba di Castiglione e per quella di Sant’Anastasia a Randazzo. 

Si è ritenuto opportuno svolgere una ricerca sul termine “Cuba”, con il quale è identificata, tanto dalla tradizione popolare, quanto in letteratura, l’edificio di contrada Imbischi. Per tradizione popolare, ci si riferisce al fatto che le popolazioni locali indicano con “Cuba”, determinati edifici caratterizzati da una copertura a cupola o a volta, così come è stato registrato sul campo dagli studiosi che se ne sono occupati a partire, come si è detto, da Tommaso Fazello.

In letteratura, incontriamo per la prima volta “CUBA” proprio nel suo “De Rebus Siculis”, opera scritta, come è noto, totalmente in latino. Il frate domenicano ci dice che con “Cuba” vengono designate le rovine di un’antica città, poco lontana dalla salina di “Mucassaro”, in quanto conserva una edicola con copertura a volta.

Sul piano linguistico l’origine del termine è alquanto controversa. Ancora più dibattuto è il riferimento a un contesto reale.

Già nella Storia dei Musulmani di Sicilia di Michele Amari, troviamo un accenno sull’origine linguistica del toponimo siciliano “Cuba”, quando ricorda che, la fonte tra Villabate e Misilmeri, coperta da cupoletta, da lui vista per la prima volta nel maggio 1870, conserva “il nome arabico Cuba”.

Anche Corrado Avolio alla fine del XIX secolo, si occupa del termine siciliano, sia nella sua Introduzione al dialetto siciliano, in cui registra “Cuba” come voce araba che sta per “fossa scavata per formare un deposito d’acqua”. Lo stesso autore nel Saggio sulla toponomastica siciliana lo affianca al termine “dammusu”, altro toponimo siciliano di origine araba, con valore di sinonimo avente il medesimo significato di “volta”.

Da un punto di vista linguistico i termini dello status quaestionis, per il vocabolo siciliano possono essere così sintetizzati: l’origine del termine CUBBA, viene fatto risalire alla voce araba QUBBAH, che passerebbe al siciliano in seguito alla conquista musulmana dell’Isola, iniziata nell’anno 827 d.C.[1]

In ogni caso il termine “Cuba” ha comunemente un’origine controversa e, come si è visto, continua ad essere oggetto di studio. Infatti secondo altri ancora, il termine deriva dal latino cupa (botte) e cupula (botticella).

Personalmente ritengo che con la dominazione araba, il lessico si è arricchito di arabismi introdotti dai nuovi conquistatori; nel caso specifico l’arabo “qubbah”, non è escluso che si possa essere incrociato, più che con il latino “cupa, cupula”, piuttosto con il corrispondente greco “Κούβα“, fenomeno questo verificatosi in altre regioni. Del resto nel territorio di Randazzo è ormai certa esserci stata la presenza di ben due città greche, l’una Tyracia/Trinacia (in località zitta vecchia - città vecchia -) distrutta nel 440 a.C. dai Siracusani di Gerone. Sulle rovine di Trinacia, a breve distanza, in C.da S. AnastasiaImbischi, viene riedificata la città di TISSA, a cui nel 403 a.C. si uniscono i profughi provenienti da Naxos. 

In questo caso le Cube di Randazzo deriverebbero il loro nome dalla presenza islamica nel territorio. (Nell’anno 869 d.C. la progenitrice di Randazzo - Tiracia/Tissa - venne attaccata e distrutta dall’esercito arabo al comando dell’Emiro Khafaja ibn Sufyan );  “ . . . . Khafaja Emiro di Sicilia dall’anno 862 all’871 d.C. dopo l’ennesimo tentativo di espugnare Taormina, di Rebì primo dell’anno 255 dell’Egira (dal 17 febbraio al 18 marzo 869 movea sopra -Tiracia - com’io leggerei in Ibn Al-Atir, e risponderebbe a quella che poco appresso fu chiamata Randazzo” [2].

Il termine “Cuba” sopravvisse in epoca normanna per giungere fino a noi. Comunque però nella Valle dell’Alcantara, come del resto in tutta la Sicilia, il termine è molto diffuso, e soprattutto molto antico.

CUBA DI SANT’ANASTASIA                                                                                                                                                         

Nel territorio di Randazzo la Cuba più importante per grandezza e complessità di costruzione è senza dubbio quella di " S. Anastasia ", che ha dato anche il nome alla contrada in cui sorge. Edificata intorno al settimo secolo d.C. appartiene, come le altre, al periodo di maggiore splendore della civiltà Bizantina in Sicilia. Immersa in un fitto noccioleto che la rende quasi del tutto invisibile, è costituita da due edifici affiancati l'uno all'altro in blocchi di pietra lavica e malta. Il rudere più vistoso è un'abside a calotta a tutto sesto, sulla cui fronte la linea dell'arco è formata da blocchi di pomice alternati da mattoni in laterizio, che le conferiscono un grande effetto cromatico.

Si tratta senz'altro di una delle tre absidi che costituivano tutto il complesso, sulle cui arcate poggiava la cupola depressa, caratteristica di queste costruzioni Bizantine. Il secondo edificio, molto vicino al primo, ha una pianta quadrata con un muro divisorio nel mezzo; Don Virzì ritiene che possa trattarsi delle rovine dei locali di servizio della Chiesa, oppure dei resti dei muri perimetrali di essa. Fu proprio grazie al ritrovamento fortuito, avvenuto dentro questa Cuba, di un Helikes in oro ancora esistente nel Museo Vagliasindi  da parte di una donna intenta al lavoro, che il proprietario della tenuta, il nobile Paolo Vagliasindi, studioso ed appassionato di archeologia, il secolo scorso diede avvio alla campagna di scavi che riportarono alla luce oltre 2000 oggetti, parte dei quali sono attualmente custoditi nel Museo Nazionale di Palermo e in quello di Siracusa (70 oggetti), altri ancora si possono ammirare nel piccolo museo che porta il suo nome. Reperti archeologici interessantissimi, appartenenti ad una necropoli che risale ad un lasso di tempo comprendente parecchi secoli; giacchè si trovano oggetti che vanno dal V secolo a.C. al VII secolo d.C. cioè fino ai tardi tempi bizantini. A tal proposito sarebbe quanto mai interessante effettuare, in questa zona, una ripresa degli scavi che potrebbero portare certamente alla luce altri reperti che arricchirebbero ulteriormente la collezione del Museo Vaglisindi.[3]

 

Giuseppe Plumari – Storia di Randazzo - Manoscritto del  1847. Disegno dei resti della Cuba di S. Anastasia

 

CUBA DI " IMBISCHI "  O  DELL'ACQUAFREDDA

Si trova in mezzo ad una landa ricca di detriti archeologici in laterizio, in una posizione suggestiva ai margini dei noccioleti di quella contrada che per la presenza delle numerose ed abbondanti sorgenti, prende il nome di " ACQUAFREDDA ".  Diversamente da quella di S. Anastasia, di essa è ben visibile la forma e la pianta rettangolare. I muri del lato nord della Chiesa sono intatti quasi fino al piano del tetto, mentre quelli di sud e di ovest, distrutti dal tempo, dai terremoti e dagli agenti atmosferici, cadendo hanno ingombrato con le loro rovine tutto il piano della navata. L'abside, in conci lavici squadrati, è quasi intatta mentre l'arco è sostenuto sulla fronte da due pilastri sormontati da mensole semplici. Sempre sul muro di nord, si possono osservare in alto due finestre di forma rettangolare, mentre in basso si aprono altre due finestre a feritoia sormontate da arco a tutto sesto. All'esterno, nella parte absidale, si ripete la struttura semicircolare dell'abside che nella fronte è delineata con un arco a tutto sesto, formato da conci lavici ben lavorati; nota di risalto sono le due cornicette che ornano i piedritti e l'arco frontale dell'absidiola. Come quella di " Jannazzo " ha la forma rettangolare, che è lo schema più antico, derivazione diretta dalle costruzioni pagane, trasformate nel IV secolo in Chiese cristiane originarie del periodo bizantino e sebbene non si abbiano dati cronologici di sorta, attraverso lo schema della costruzione, possiamo assegnarle tra il VI e il VII sec. d. C. cioè a quel periodo tormentato in cui la Sicilia fù meta di incursioni barbariche, specialmente da parte dei Vandali cui fu tolta dai Bizantini che la possedettero fino alla conquista araba[4].

 

La Cuba di Imbischi

CUBA DI JANNAZZO 

Afferma a ragione Don Virzì, che si sarebbe conservata questa in condizioni migliori rispetto alle altre due, se una vandalica manomissione non ne avesse irreparabilmente compromesso la struttura, per adattarla a fabbricato rurale. All'interno è ben visibile il complesso dell'abside, in parte rovinata dal crollo di un tratto della calotta. Sul lato sud si trovano i resti di un ambiente di servizio della Chiesa in cui, da scavi fortuiti, fu trovato un sistema di riscaldamento di acqua che serviva ad alimentare una piccola vasca. Segno questo che farebbe supporre un uso diverso della Chiesa ed una sua prima manomissione in epoca Araba.[5]

La Cuba di Jannazzo allo stato attuale e in una foto del 1936 del Sac. Prof. S.C. Virzì

  

[1] Considerazioni e riflessioni tratte dalla Tesi di Laurea di Irene Erminia Puglisi, anno accademico 2003-2004, Università Degli Studi di Catania – Facoltà di Lettere e Filosofia, Indirizzo Archeologico. “Una Cuba in Contrada Mischi nella Valle dell’Alcantara”.

[2] Salvatore Rizzeri: Randazzo e la sua storia. Origine ed evoluzione nei secoli. Op. Inedita.

     Michele Amari: Storia dei Musulmani di Sicilia. In 7 volumi, editi a Firenze da Felice Le Monnier, 1854.

[3] Salvatore Rizzeri: Le Cento Chiese di Randazzo i Conventi e i Monasteri. Ed. Artemide. Catania 2008, pag. 21. 

[4]  Salvatore RizzeriLe Cento Chiese di Randazzo i Conventi e i Monasteri. Ed. Artemide. Catania 2008, pag. 22.

[5]  Salvatore Rizzeri: Le Cento Chiese di Randazzo i Conventi e i Monasteri. Ed. Artemide. Catania 2008, pag. 22-23.