Avvenimenti Storici

Randazzo 25 Luglio 1920 – UNA STRAGE DIMENTICATA

Salvatore Rizzeri

Randazzo 25 Luglio 1920 – UNA STRAGE DIMENTICATA

Dei primi decenni del novecento fu uno degli avvenimenti più tragici della storia della citta, completamente sconosciuto al pubblico, del tutto dimenticato e mai trattato da alcun libro di storia. Ad onor del vero, bisogna dare atto al bravissimo giornalista televisivo Alessandro Cecchi Paone che per primo qualche anno fa ne ha ampiamente parlato in un interessante servizio televisivo curato da Sky – Canale Marco Polo, dal titolo: Sicilia - l’Isola del tempo.                          

Un avvenimento di sangue si verificò a Randazzo negli anni venti, nel periodo che precedette l’avvento al potere del fascismo. La Sicilia viveva allora un’intensa stagione di lotte per la terra condotte dalle organizzazioni contadine. Queste chiedevano l’espropriazione dei latifondi, la concessione delle terre alle associazioni agricole, l’istituzione di una Banca agraria, il miglioramento della viabilità, la fissazione di un salario minimo e la giornata lavorativa di 8 ore.

Si sperimentarono, proprio in questo periodo, le prime forme di collegamento tra lotte contadine e lotte operaie ad opera di dirigenti sindacali lungimiranti come Nicolò Alongi e Giovanni Orcel, entrambi assassinati. Il bilancio di queste lotte in quegli anni fu sanguinoso e una delle punte più alte della violenza repressiva fu proprio il “Massacro di Randazzo di domenica 25 Luglio 1920”, in cui perirono 11 dimostranti inermi e rimasero ferite altre decine di persone”.[1]

Randazzo - Popolani in Via Garibaldi

Da settimane a Randazzo operai e contadini rumoreggiavano per la gravissima situazione economica che aveva ridotto la gente nella più triste miseria. Mancavano i generi di prima necessità, ma soprattutto scarseggiava il pane, con la legge che da tempo imponeva l’ammasso della produzione del grano, mancava alle famiglie non solo quello necessario per sopravvivere ma addirittura anche il grano per la semina. Siamo alla vigilia dell’avvento al potere del fascismo, ed oltre alla ormai incombente crisi finanziaria ed economica mondiale che dagli Stati Uniti si sarebbe propagata all’Europa, ad aggravare la già precaria situazione di Randazzo non erano stati certamente estranei anche alcuni avvenimenti particolari e tragici che in quegli anni la interessarono direttamente e che contribuirono a creare questo stato di cose. Le epidemie di colera del 1897 e del 1911 avevano mietuto moltissime vittime e lo scoppio della 1^ Guerra Mondiale per anni aveva costretto al fronte migliaia di capi famiglia e di giovani, da dove molti non faranno più ritorno. Alle già povere famiglie venne così a mancare anche l’apporto di quelle braccia che per il duro lavoro nei campi erano indispensabili e contribuivano in modo determinante a procurare quel minimo sostentamento. Quella tragica estate del 1920 era stata anche caratterizzata da problemi di natura amministrativa: il Sindaco e la Giunta si erano dimessi e il Prefetto di Catania, fino allo svolgimento delle prossime elezioni comunali, aveva nominato un Commissario ad acta che reggeva alla meno peggio le sorti della città. 

In questo instabile ed arroventato contesto la mattina di Domenica 25 Luglio 1920, una gran moltitudine di gente, soprattutto donne, rumoreggiando si recò al Palazzo di città per chiedere alle Autorità una rivisitazione ed un allentamento delle norme restrittive sulle quantità di grano da distribuire alla popolazione. Una delegazione venne ricevuta dal Commissario e si era anche raggiunto un accordo quando l’imprudente e pesante battuta di un dipendente comunale, rivolta all’indirizzo dei manifestanti, fa scoppiare l’ira soprattutto delle donne che mettono a soqquadro alcune stanze del municipio. E qui accade l’irreparabile: il comandante del drappello dei Carabinieri preposti alla sicurezza, sconsideratamente ed in modo irresponsabile, anziché calmare gli animi, ordina ai militari di aprire il fuoco sulla folla degli inermi manifestanti che, raccontano le cronache del tempo, erano privi di qualsiasi arma offensiva. Qualcuno vociferò che alla sparatoria partecipò anche qualche vigile urbano, fatto sta che all’interno del chiostro e nei pressi del cancello di accesso al municipio rimasero a terra, colpiti a morte, nove manifestanti oltre ad alcune decine di feriti, che seminarono lutto e disperazione in tante famiglie. Il bilancio delle vittime era però destinato ad aumentare, infatti il giorno dopo per le gravi ferite riportate decedevano altri due dimostranti. Il gravissimo fatto di sangue di Randazzo, una vera e propria strage, ebbe purtroppo un’ulteriore tragica coda, infatti il nascente Partito Socialista di Catania, avutane notizia, il giorno dopo organizzò una manifestazione di protesta che si concluse con un comizio durante il quale scoppiarono però dei tafferugli con le forze dell’ordine che, anche in questo caso, aprirono il fuoco sui manifestanti.

Randazzo - Il chiostro del municipio luogo della strage

" Nel corso delle manifestazioni di piazza, particolarmente tumultuose, si verificarono vari scontri tra la truppa (...) i dimostranti e alcuni provocatori nazionalfascisti che avevano disturbato il comizio socialista di Giuseppe Sapienza e Maria Giudice al teatro Sangiorgi. Le <<forze dell'ordine>> spararono sulla folla con le mitragliatrici: sei dimostranti, tra una quarantina di feriti, rimasero uccisi ".[2]

Alla base di questi sanguinosi interventi vi era la volontà di evitare che il movimento contadino travalicasse gli argini del riformismo, che assumesse, cioè, le caratteristiche di un vero e proprio movimento rivoluzionario. Benché sia Nitti sia Giolitti fossero contrari, in linea di principio, al ricorso alla repressione violenta e generalizzata, nei fatti le loro generiche direttive ai Prefetti finivano per concedere a questi ultimi un forte potere discrezionale, per favorire - così come nell'età giolittiana - le forze in campo più potenti.[3]

Questi ed altri avvenimenti, al di là della loro tragicità, ribadiscono una cosa molto importante, affermano in sostanza che né il Risorgimento, né le lotte autonomiste e indipendentiste accettarono di fare proprie le legittime rivendicazioni sociali e sindacali dei contadini e della classe operaia. Abbiamo visto infatti come sia nel 1860, con i fatti di Bronte e Randazzo, sia nel 1920, con la strage di Randazzo, sia alla fine dell’ultimo conflitto mondiale con il secondo eccidio di “Murazzu Ruttu” del 17 Giugno 1945, di cui diremo specificatamente più avanti. Tutto accadde in nome di principi legati ai cambiamenti istituzionali. Principi strettamente connessi alla volontà di cambiare la forma giuridica dello Stato, di cambiare i confini stessi dello Stato, ma mai si accettò, e come abbiamo visto fu pagato col sangue, questo tentativo di lavorare in maniera seria, esplicita e radicale per la giustizia economica, la giustizia sociale e la giustizia nel campo del lavoro.

Di questo grave fatto di sangue però poco si seppe, del resto la stessa cosa era già avvenuta, come abbiamo visto, in occasione della venuta di Nino Bixio a Randazzo per reprimere i moti rivoluzionari scoppiati nella città nell’Agosto del 1860. La classe nobiliare dominante, che allora deteneva anche il potere politico, aveva tutto l’interesse ad insabbiare e nascondere questi gravissimi fatti che denotavano il malcontento della popolazione soprattutto nei loro confronti. Con questo luttuoso eccidio cittadino ebbero fine i movimenti di rivolta a Randazzo.

E’ passato quasi un secolo da quella tragica ed infausta giornata, eppure di questa tremenda strage si sa ancora ben poco, quasi nulla direi e, se si esclude il servizio giornalistico-televisivo di Sky magnificamente curato da Alessandro Cecchi Paone e quello del 15 luglio 2011, da me curato e trasmesso da TGR Randazzo, nessuno ne ha mai fatto cenno. Neanche le autorità cittadine, già nel passato, come pure dal dopoguerra e fino agli anni recenti, hanno mai pensato di onorare il ricordo di quelle povere vittime innocenti la cui sola colpa era stata quella di chiedere allo Stato l’affrancamento dalla miseria e dalla fame e un trattamento più solidale e umano dal punto di vista economico e sociale. La risposta che ne ebbero fu scritta con il piombo della polizia e l’inchiostro rosso del loro sangue.  

 

[1]  A. Cecchi Paone: Dalla trasmissione televisiva “Sicilia – L’Isola del tempo”. Citaz.

[2]  G.C. Marino, 1976 p. 107n.

[3]  Gabriella Scolaro: dal sito www.terrelibere.it/storia - 1997.

 
 
 

20 Giugno 1719 - La Battaglia di Francavilla

Salvatore Rizzeri

20 Giugno 1719 – La Battaglia di Francavilla di Sic.

Lo schieramento dei due eserciti sul campo di Battaglia   

Il percorso storico che si unisce a quello naturalistico ci dà la possibilità attraverso delle bacheche di conoscere alcuni ragguagli della più grande battaglia che la storia della Sicilia degli ultimi secoli ricordi, quella del 20 giugno 1719.

Il trattato di Utrecht del 1713 aveva ridisegnato la geopolitica dell’Europa di inizio settecento, assegnando la Sardegna e il regno di Napoli alla Casa d’Austria, mentre il Regno di Sicilia veniva assegnato alla Casa dei Savoja. Tuttavia la Spagna, per nulla rassegnata a perdere i suoi possedimenti in terra italiana, con una manovra a sorpresa la mattina dell’11 agosto del 1717 occupava la Sardegna e l’anno successivo con una flotta di oltre quattrocento navi da guerra e da trasporto, sbarcava a Palermo un suo esercito forte di 29.000 uomini al comando del generale Marchese di Lede per schiacciare i piemontesi.

Il Duca Vittorio Amedeo di Savoja, visto il precipitare degli eventi, si rivolse ai firmatari del trattato di Utrecht, che nel patto di Londra dell’8 Novembre 1718 stabilirono di assegnare all’Austria anche la Sicilia in modo da poterla riunire con il Regno di Napoli, mentre alla casa di Savoja veniva assegnata la Sardegna e il titolo di Re.

Il 9 gennaio 1719 l’Austria dichiarava guerra alla Spagna e fra gennaio ed aprile l’esercito spagnolo più volte si scontrò con l’esercito austriaco che fino a quel momento era al comando del generale barone di Zum Jungen.

Nella notte tra il 26 e il 27 maggio del 1719 gli austriaci, trasportati da una flotta di 200 navi della marina inglese, sbarcarono sulla spiaggia di Patti un esercito di 24.000 veterani, provenienti dai balcani. Al comando vi era Claudio Florimondo Conte di Mercy. L’armata divisa in due colonne, si spostò a Oliveri dove pose il campo.

Gli spagnoli, colti di sorpresa mentre assediavano Milazzo, furono costretti ad abbandonare il campo, lasciando anche i feriti e incamminandosi sulla direttrice Barcellona, Castroreale, raggiunsero Francavilla.

La scelta del posto non fu casuale, gli spagnoli si spostarono in posizione più favorevole intorno al villaggio di Francavilla, dove erano protetti da un torrente, il San Paolo, che anche se in secca ostacolava l'avvicinamento nemico. Vi era inoltre un Convento dei Padri Cappuccini protetto da mura e posto sopra una collina, designato quale posto avanzato e in cui tramite le mura, il Convento e i parapetti da loro preparati, gli spagnoli disposero cinque ordini di fuoco e vi erano di presidio 4 battaglioni della Guardia spagnola.

ll Mercy saputo ciò, si ritirò a Merì per preparare quanto necessario alla battaglia che si prospettava. Qui fece concentrare tutte le proprie truppe e in più il reggimento di dragoni Roma giunto il 9 giugno dalla Calabria. Il 15 giugno, dopo l'arrivo di altri rinforzi, fu dato l'ordine di avanzare.

L'armata si mosse senza artiglieria che si ritenne di non poter trasportare a causa delle strade impervie dei monti Peloritani e fu quindi spedita via mare (sicuramente le strade vennero danneggiate dagli spagnoli e dai locali, ostili agli austriaci).

La mattina del 17 l'esercito si divise in tre colonne e, dopo una marcia di 15 chilometri, pose il campo a ovest di Castroreale, tra Rodì e Milici. Il 18 l'avanguardia fu attaccata da gruppi di abitanti locali armati di fucile; per questo motivo e sapendo che la strada era presidiata da bande armate e che erano stati posti degli ostacoli lungo di essa, il Mercy decise di svoltare ad oriente.

La marcia di avvicinamento verso Francavilla tra varie problematiche e assalti, durò più di due giorni, proseguì verso le alture di Portella delle Tre Fontane, intraprendendo quindi un cammino impervio e molto difficoltoso per la cavalleria e per le bestie da soma; comunque le truppe riuscirono a percorrerla. La punta dell'avanguardia riuscì a raggiungere il colle delle Tre Fontane e a scacciarne i soldati spagnoli che lo presidiavano. Tra il mattino successivo e mezzogiorno arrivò il resto dell'armata austriaca che qui bivaccò; da questo colle si poteva vedere Francavilla e da qui i generali studiarono lo schieramento nemico.

La Battaglia

Vista la buona posizione fortificata degli spagnoli i generali imperiali sconsigliarono l'attacco essendo l'armata austriaca sprovvista di artiglieria, ma il Mercy fu di parere opposto e decise per l'assalto dividendo l'esercito in tre colonne.  

La prima colonna attaccò il villaggio tre volte, ma venne respinta ogni volta. La seconda colonna riuscì a conquistare le trincee che si trovavano ai piedi della collina del Convento, ma fu fermata dalla seconda linea di difesa spagnola. La terza colonna imperiale attaccò invece il fianco sinistro, cacciando le forze spagnole dalla collina di San Giovanni, ma gli austriaci si vennero così a trovare sotto un pesante fuoco spagnolo e dovettero ripararsi in un crepaccio soffrendo di conseguenza molte vittime tra cui il generale Holstein che aveva guidato l'attacco.

L'artiglieria spagnola, al comando del Marchese di Villadarias, giocò un ruolo cruciale durante la battaglia, causando molte vittime e grande confusione nell'armata austriaca.

La battaglia infuriò fino a sera a fasi alterne, con ripetuti tentativi da parte austriaca di espugnare le trincee dell’armata spagnola poste alla base del colle dei Cappuccini dalla cui sommità l’artiglieria spagnola martellava ininterrottamente le truppe imperiali.

Alle 19 e trenta il generale Conte di Mercy si trovava nella prima linea di battaglia e comandò personalmente l’ennesimo assalto, ma venne colpito dalla pallottola di un tiratore scelto spagnolo e ferito gravemente al fianco.

A questo punto le operazioni del comando austriaco passarono al generale di artiglieria barone Zum Jungen e al Conte Olivero Wallis. Intorno alle ore venti un contrattacco della cavalleria spagnola tolse tutte le speranze di una vittoria austriaca. Infatti alle 20 e trenta i due generali comandanti le forze austriache facevano interrompere gli assalti ai triceramenti spagnoli, ritirandosi.

“ . . . . Alla fine della giornata, un massacro. Sul campo, sulle sponde della fiumara e del fiume S. Paolo, che si tingono di rosso, giacciono migliaia di uomini, che non sono solo austriaci e spagnoli, ma anche tedeschi, catalani, irlandesi, lorenesi, milanesi, napoletani, portoghesi e, naturalmente, anche siciliani. Insomma “una battaglia europea”. La scarsa intraprendenza del comandante spagnolo lasciò poi la strada libera agli Austriaci lungo la Valle dell’Alcantara, verso la marina di Giardini-Naxos, di fronte alla quale stazionava la flotta inglese. Da lì, prima alla conquista di Taormina e poi a quella di Messina, l’esercito austriaco andò a posizionarsi nella Sicilia occidentale, giungendo alla sospensione delle ostilità con la Convenzione di Palermo.[1]

Quella di Francavilla viene ricordata come una fra le più cruente battaglie mai combattute. Lo scontro, che incominciò all’imbrunire del 19 giugno 1719 ed infuriò per tutto il giorno successivo, come afferma Salvatore Maugeri “ . . . seppur non portava con sé una vittoria schiacciante di una delle due parti, si concludeva con un massacro di uomini da ambo le parti che complessivamente assommano a 8.018 morti e 12.030 feriti, di cui molti gravi che nei giorni successivi si assommarono ai morti.[2]

La guerra ebbe fine con il trattato dell’Haya, firmato il 17 Febbraio 1720 per la Spagna dal suo Ministro plenipotenziario Marchese Beretti Landi. Gli Spagnoli dovettero abbandonare la Sicilia, che restò austriaca. Andrà ai Borbone nel 1734, ma sarà un’altra storia.

*  *   *   *   *

. . . . .  Abbiamo visto lo schieramento assunto dalle truppe spagnole sul campo di battaglia di Francavilla, ma non ci si è mai chiesto dove si trovava il loro Quartier Generale. Infatti una delle cose poco conosciute di questa tremenda battaglia riguarda i preparativi che i comandanti spagnoli avevano predisposto nei giorni precedenti lo scontro.

A circa 20 chilometri dal campo di battaglia, risalendo la Valle dell’Alcantara, sorge la vecchia città regia fortificata e centro di comando militare di Randazzo, “La Fedelissima”, come la definì  Federico III d’Aragona per l’aiuto che questa aveva sempre dato al suo re nelle tante guerre che aveva dovuto sostenere contro gli angioini, tanto da meritarsi nell’anno 1303 l’emanazione del Decreto Regio da parte di questo illuminato monarca che la insigniva del titolo di “ Città Demaniale “, dipendente cioè direttamente dal Re, con tutti i privilegi e le prerogative che ne derivavano. Divenne infatti anche sede di Corte Capitanale e di Capitano Giustiziere su un vasto territorio comprendente ben 12 comuni dell’area del Val Demone e del Saracena-Simeto.

Città quindi sempre fedele ed alleata degli spagnoli, ed è qui che i comandanti dell’armata spagnola posero il loro Quartier Generale predisponendo il necessario per l’imminente scontro con le truppe austriache. Diversi reggimenti con i loro comandanti nei giorni precedenti lo scontro erano di stanza nella città etnea e molti soldati dovettero essere ospitati perfino all’interno delle chiese, quella di San Nicola – la più grande della città e della Diocesi – ne ospitò moltissimi. Alla periferia est di Randazzo, in quell’area che fin dal 1282 i randazzesi continuano a chiamare “ Campo Re “,[3] venne creato un centro che potesse raccogliere e curare i feriti provenienti dalla battaglia. Nei pressi di quell’area sorgeva uno dei due cimiteri della città e un Convento dedicato a Sant’Antonio Abate, gestito dai Padri Antoniani Viennesi (III° Ordine). Era questo un’ordine ospedaliero e monastico-militare. I monaci venivano chiamati anche ” Cavalieri del Tau “, a motivo della loro particolare divisa.

Fu in questo “Ospedale da Campo” che vennero portati a migliaia, il 20 di giugno e nei giorni successivi, i feriti spagnoli della Battaglia di Francavilla. Gli storici locali ci attestano che oltre 800 vi morirono e vennero seppelliti in fosse comuni all’interno dei due cimiteri quello di Sant’Antonio Abate e in quello di San Lorenzo. A futura memoria in quei luoghi venne innalzata una grande Croce ancora esistente fino agli inizi del 1900 e che i randazzesi chiamavano “ La Croce degli spagnoli".  

Chi coordinò e organizzò a Randazzo la Piazza d’Arme dell’esercito spagnolo fu il nobile cittadino randazzese Giorgio Licari, già Capitano della Val Demone e della Val di Mazara con il Privilegio del Mero e del Misto Impero. Nell’anno 1718 era stato anche insignito del grado di Capitano d’Arme di Guerra dal Re Filippo V di Spagna. il 20 Giugno 1719 al comando di un Reggimento di soldati randazzesi anche lui prese parte alla Battaglia di Francavilla. Per l’ardire e il coraggio dimostrato in quel terribile scontro venne in seguito insignito del grado di Colonnello di Cavalleria [4].

 

[1] Giuseppe Restifo:  Mostra tricentenario della Battaglia di Francavilla. 1719 – 2019. UNA GUERRA UNA BATTAGLIA, 21 – 22 – 23 Giugno. Biblioteca  Comunale Palazzo Cagnone, Francavilla di Sicilia.

[2] Salvatore MaugeriFrancavilla di Sicilia tra Storia, Cultura e Politica. Il Convivio Editore 2018. Op. Cit. pag. 196.

[3] Salvatore Rizzeri: Randazzo e la sua storia. Origine ed evoluzione nei secoli. Opera inedita. Pag. 121. Fu il luogo dove il 9 settembre 1282 Re Pietro III d’Aragona si accampò col suo esercito dopo lo sbarco a Trapani avvenuto il 30 di Agosto di quell’anno.

Salvatore Rizzeri: La Peste di Randazzo del 1575 – 1580. dal sito www.randazzomedievale.it

[4] Salvatore Rizzeri: Randazzo e la sua storia. Origine ed evoluzione nei secoli. Opera inedita. Citaz.  Pagg. 226 – 227.

   

 
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Randazzo 30 Giugno 1672 - Il Miracolo di San Nicola

Salvatore Rizzeri

Randazzo 30 Giugno 1672 – Il Miracolo di San Nicola

Le due principali crisi economiche che attraversarono la Sicilia nel seicento furono essenzialmente dovute all’insufficiente produzione di grano. Come affermano il Benigno e il Giarrizzo, tanto la rivolta di Palermo quanto quelle di Messina e di Randazzo avvengono a seguito di due raccolti, quello del 1647 e quello del 1671, che furono senza dubbio i peggiori del secolo. In entrambi i casi la povera gente manifestò per strada accusando apertamente i governanti di mancare al loro primo dovere: essere capaci di assicurare il rifornimento urbano

La situazione peggiorò ulteriormente nel primo semestre del 1672 quando la Sicilia fu colpita da una delle peggiori carestie che si ricordi. Il 30 Marzo a Messina scoppiò la rivolta: ancora una volta a causarla fu l’aumento del prezzo del pane. Le case di cinque giurati furono incendiate e solo l’intervento dello Stratigoto (il governatore) di Messina, Luigi de l’Hoyo, riuscì ad evitare che la situazione peggiorasse.

Randazzo, come molti centri dell’Isola, risentì particolarmente di tale grave situazione. La quasi totale carenza di pane, allora elemento base e fondamentale nell’alimentazione soprattutto delle fasce più povere, determinò il diffondersi di gravi malattie e un’aumento esponenziale della mortalità.

La prima reazione della gente del XVII secolo di fronte alla carestia era allora un’attitudine di espiazione e di affidamento deferente al volere di Dio.

La carestia era considerata cioè in primo luogo una punizione inflitta dal Signore al suo popolo per castigarlo dei suoi peccati. Questa credenza conduceva dunque a ordinate processioni religiose di tipo penitenziale e la folla piangente si riversava nelle strade in processione pregando ad alta voce “Signore, abbi pietà di noi ” e chiedendo a Dio la tanto sospirata pioggia che avrebbe potuto salvare un raccolto gravemente danneggiato dalla siccità[1].

E proprio questo avvenne a Randazzo in quel caldo mese di Giugno del 1672: poveri, affamati e sofferenti, ormai ridotti allo stremo, si affidarono alla volontà di Dio e dei Santi pregando nelle numerosissime chiese della città. Sicuramente venne portato in processione il miracoloso “Crocifisso della Pioggia “, custodito nella chiesa di San Martino; veglie di preghiera vennero organizzate nella parrocchiale chiesa di San Nicola, e proprio in questa chiesa avvenne un qualche cosa di straordinario la mattina del 30 di Giugno.

Alle prime luci dell’alba il Parroco del tempo, Don Giovan Batista Galvagno si apprestava per le prime funzioni religiose, quando avvicinatosi all’altare del San Nicola di Bari . . .

" La statua marmorea del glorioso San Nicolò di questa città di Randazzo scaturì sangue rosso dal cuore cioè dalla piegatura del fianco e coscia, che corse sopra il ginocchio dalla parte sinistra insino sopra l'altare del che videro molti miracoli nella mortalità che successe in detto anno; et insino adesso si vedono, tenendo il vestigio del sangue, anco in sin hoggi con istupore et devotione di tutto il popolo che ricorse alla devotione del d° glorioso S. Nicolò, nel qual tempo fu la fame et la mortalità seguente ".

( Prete G. Battista Calcagno ).[2] 

E’ questa l’annotazione riportata a futura memoria nel “Libro Rosso “ della chiesa. Subito dopo l'avvenimento miracoloso cessò la mortalità. A ricordo di questo avvenimento a Randazzo, fino a qualche anno fà, gli anziani usavano preparare la notte del 6 dicembre, festa del Santo, la cosiddetta " cuccia ", una pietanza costituita da grano duro bollito, con l'aggiunta di ricotta fresca.

In alcuni paesi della Sicilia la cuccia è anche legata ai culti di San Biagio e Santa Lucia (13 dicembre).

Il termine cuccia è di antichissima derivazione, ed è ormai appurato che esso derivi dal greco ta ko(u)kkía (i grani).   

ANTONELLO GAGINI (1478 – 1536) 

Statua marmorea di San Nicola

 

L'opera venne commissionata all'artista dal clero della Chiesa con atto del 1° Ottobre 1522, tramite il Barone Giovan Michele Spadafora. Doveva essere simile alle statue " Apostolorum majoris ecclesiae panormitae "; furono stabilite le misure, la posizione, gli ornamenti e perfino imposta la presenza dell'artista per la collocazione e l'indoratura sul posto. Il tutto per il prezzo pattuito di 60 onze. Il 16 Novembre 1523 la statua era a Randazzo e lo stesso Antonello ne effettua  la collocazione e l'indoratura, secondo il contratto. Copia autentica del contratto esisteva nel " Libro Rosso " della Chiesa, ora purtroppo mancante della pagina e non ne avremmo avuto notizia alcuna se il Di Marzo non ne avesse riportato il contenuto nel quarto volume della sua monumentale opera " Sulle Belle Arti in Sicilia ".[3]

OPUS ANTONII GAGINI PANORMITAE - M.D.XX.III. 

Firmata e datata è tra le opere più mirabili e meglio riuscite del maestro che seppe imprimere nel volto del Santo una serenità solenne ed una maestà impressionante.

Accompagnano la statua del Santo due pannelli scolpiti con i miracoli del Santo, suggeriti all'artista dal Sac. Santangelo, in quel tempo procuratore della chiesa.

Questi due pannelli probabilmente sono lavori di bottega e certamente sono della stessa mano del Gagini nonostante mostrino una certa trascuratezza nella rifinitura, forse voluta perchè non fosse disturbata e distratta dal soggetto principale l'attenzione dei fedeli.

La prospettiva delle scene e la rifinitura delle immagini ad alto rilievo ci inducono ad affermare ciò. Misteriosa ed inspiegabile è invece una grande " R " incisa nella base del primo pannello.[4]

 

 

 

[1] F. Benigno – G. Giarrizzo: Storia della Sicilia dalle origini al 600, Cit. pagg. 186 -187. Ediz. Laterza.

[2]  Libro Rosso della Chiesa Parrocchiale di San Nicolò, sotto la data 30 Giugno 1672.

[3] G. Di Marzo - Sulle Belle Arti in Sicilia -  Vol. IV.  G. Di Marzo - I Gagini - Palermo 1884.

[4]  S. C. Virzì - Randazzo e le sue Opere d'Arte -  La Chiesa di San Nicola, R.N. n. 25 pag. 44.

18 Ottobre 1535 - L'Imperatore Carlo V a Randazzo

Salvatore Rizzeri

18 OTTOBRE 1535 – LA VENUTA DI CARLO V A RANDAZZO

Carlo V d'Asburgo (Gand, 24 febbraio 1500Cuacos de Yuste, 21 settembre 1558) è stato Imperatore del Sacro Romano Impero Germanico dal 1519. A capo della Casa d'Asburgo durante la prima metà del 500, fu sovrano di un " impero sul quale non tramontava mai il sole " che comprendeva in Europa i Paesi Bassi, la Spagna e il sud Italia aragonese, i territori austriaci, la Germania e il nord Italia Imperiale, nonché le colonie castigliane e tedesche nelle Americhe.

In linea con il suo disegno universalistico, Carlo V viaggiò continuamente nel corso della sua vita senza stanziarsi in un'unica capitale. Incontrò sul suo cammino tre grandi ostacoli, i quali minacciavano l'autorità imperiale in Germania e Italia: il Regno di Francia, ostile all'Austria e circondato dai possedimenti carolini di Borgogna, Spagna, e Impero; la nascente Riforma Protestante, appoggiata dai principi luterani e l'espansione dell'Impero Ottomano ai confini orientali e mediterranei dei domini asburgici.

Tra il 1529 e il 1535 Carlo V affrontò la minaccia islamica, dapprima difendendo Vienna dall'assedio turco e poi sconfiggendo gli Ottomani in Nord Africa e conquistando Tunisi.

Subito dopo la vittoria in terra d’Africa, si imbarca per la Sicilia, giunge a Trapani il 22 di Agosto 1535 e dopo essersi riposato per un mese nella capitale isolana, Palermo, dal 13 settembre al 13 di ottobre, da qui inizia il percorso che in diverse tappe lo porterà a Messina.

Lunedì 18 Ottobre 1535 giunge a Randazzo, “la Fedelissima”, entrò per la Porta occidentale o “Porta Palermo” chiamata anche “della dogana” e, a detta del De Feronda y Aguilera, vi rimane per due giorni.[1] L’evento è riportato in una pagina del “Libro Rosso “ della Chiesa di San Martino.

Scorgendo la città, si dice che abbia chiesto: “ Come si appella questa città con tre torri ”, indicando i campanili delle tre cattedrali parrocchiali; probabilmente vi si rispose: “ Semprecchè la parola reale di Vostra Cesarea Maestà non deve andare indietro, è questa la città di Randazzo, dalla Maestà Vostra, or ora onorata dal titolo di Città;” al che l’Imperatore soggiunse: ” Resta accordato[2].

Per la circostanza, Carlo V, aveva chiamato CIVITAS Randazzo, aggiunse l’appellativo di Urbs Plena con un diploma (Rescritto) inviato da Messina il primo Novembre 1535[3].

La tradizione popolare ci racconta che fu tale l’accoglienza riservata all’Augusto Sovrano che appena giunto nella residenza a lui riservata (Il Palazzo Reale), abbia voluto affacciarsi da una delle finestre per ringraziare il popolo festante e in quell’occasione abbia pronunciato la frese “ . Todos Ustedes son Caballeros “, Siete tutti Cavalieri. Da allora, scherzosamente, tutti i cittadini randazzesi vengono definiti “ Nobili Cavalieri ”.

Interessante e veritiero è invece il fatto che, nel pernottamento seguito al suo giungere nella cittadina etnea, l’Augusto Imperatore abbi “Amato “ una bella e nobile normanna randazzese. A tal proposito e noto e riportato anche in un testo universitario del compianto Prof. Santi Correnti, docente di Storia della Sicilia presso l’Università di Catania, di un sonetto di autore ignoto che racconta in poesia tale fatto.

Scritto in stretto dialetto randazzese, è’ molto bello, e a futura memoria lo riporto in questa sintetica descrizione della “Venuta di Carlo V a Randazzo “.

 

E Carlu V t’incurunau riggina

quannu passau ‘ntra lu to Rannazzu.

Ti vossi ‘ntra lu sonnu pi vicina,

ccu illu ti purtau ‘ntra lu palazzu.

 

[1] Prof. Don Santino Spartà: Carlo V da Tunisi a Messina per Randazzo. Gangemi Editore 2017, pag. 58. Cit.

[2] G. Plumari ed Emmanuele: Storia di Randazzo. Ms. presso biblioteca comunale di Palermo.

[3] M. Mandalari: Ricordi di Sicilia. Randazzo. Città di Castello, 1901, pag. 12.

I Moti del 1848 a Randazzo

Salvatore Rizzeri

GLI ANNI DEL RISORGIMENTO

Randazzo: Società, economia e fatti d’arme

( Chiostro del Palazzo Municipale - 4 Agosto 2011 )

 

In verità non è cosa facile fare un quadro completo della partecipazione della cittadina di Randazzo ai moti rivoluzionari dell’ultimo Risorgimento Italiano in Sicilia, giacché in seguito al terribile disastro dei bombardamenti del 1943, sono andati distrutti tutti i documenti pubblici e privati che potevano, in qualche modo, far luce dettagliata  sugli avvenimenti suddetti. Anche l’Archivio di Stato di Catania conserva ben poco.

Ma per una esatta valutazione degli avvenimenti che ci accingiamo ad esporre, è qui necessario premettere una osservazione di carattere generale.

Un singolare, anzi patologico fenomeno etnico-sociale, ha improntato per secoli la vita del paese. Esso è stato dominato dalla classe più abbiente che riuscì a conservare in esso, fino ai più tardi tempi, un dominio conservatore tale, da fare assurgere il suddetto ceto al rango di casta ermeticamente chiusa e circoscritta. I nobili del tempo, i cosiddetti “ cappelli ”, avevano in mano la cosa pubblica e, in conformità allo spirito conservatore della classe, non potevano né capire, né assecondare le aspirazioni del popolo. Ma fatti accorti dai guai incorsi nel precedente periodo napoleonico e soprattutto dai rivolgimenti del vicino paese di Bronte, dovevano giocare di astuzia e di accortezza, se volevano conservare la libertà di decisione, quando ogni cosa si sarebbe definitivamente calmata, per darsi poi al fortunato vincitore.

Questa politica tennero per tutto il periodo del Risorgimento fino al 1860, quando le nuove generazioni, preparate dall’ambiente e dall’idea liberale, pervase dal fermento di rinnovamento generale, preparate politicamente dai contatti coi docenti e dall’ambiente cittadino in occasione dei loro studi, compresero ed aderirono alle idee rivoluzionarie. Ma non per questo si avvicinarono al popolo: la casta rimase chiusa e i due ceti seguirono le loro strade come due binari che mai si incontrano. L’idea liberale genuina fu manovrata dal ceto nobile ai fini di conservare nel paese e nella nazione i privilegi acquistati da secoli.

Il popolo, dall’altra parte, più che acquistato dall’ideale politico di patria, troppo superiore alla sua mentalità contadina, vedeva nella rivoluzione l’occasione di risolvere i suoi problemi economici: la rivendicazione, contro le autorità locali, dei diritti sui terreni demaniali goduti illegalmente dal ceto abbiente, l’esonero dalle tasse, specialmente da quella sul macinato, contro le autorità centrali.

Una osservazione spontanea, a proposito, sorge dall’esame dei documenti che si trovano nell’Archivio di Stato di Catania che ho dovuto sfogliare per procurarmi le notizie qui esposte: tra le relazioni della polizia randazzese non si trova un documento che parli degli avvenimenti del paese in questo periodo storico di grande importanza. Evidentemente la sicurezza pubblica era in mano ai nobili, i giudici erano nobili e non permettevano che alle autorità centrali arrivassero notizie che avrebbero potuto recar danno a qualcuno di loro: solo elenchi di carcerati, in generale, rei di furtarelli, ingiurie, alterchi e, solo qua e là, filtra qualche notizia che ci dà qualche sprazzo di luce sugli avvenimenti. 

I  MOTI  DEL  1848

La rivoluzione del ’48 ha caratteristiche sue. Non più l’azione serrata della Carboneria, la cui influenza si limita agli avvenimenti precedenti a questa data, ma la maturazione di una coscienza nazionale che si avvia verso l’unità delle popolazioni italiane. Mentre i moti del ’20-21, come afferma il Croce, furono suscitati da elementi tutti vecchi e uomini maturi, giacchè mancavano affatto i giovani, (a Randazzo si ha notizia di ben due “ vendite”, una delle quali aveva sede nello scantinato dell’ancora esistente palazzo Vagliasindi in piazza S. Martino), in questa del ’48 fu la sollevazione in massa del popolo, superando tutti i regionalismi e particolarismi, ferendo a morte la monarchia borbonica, segnando la definitiva rottura di ogni esperimento di intesa con i Borbone e fu la fine del vecchio Regno delle due Sicilie.

Non così a Randazzo: i due binari corrono senza incontrarsi. All’attivo del ceto dominante vi è il fatto di aver dato alla causa della Sicilia e al Governo un degno membro in qualità di Segretario della Camera dei Pari, nella persona del Basiliano Abate Paolo Vagliasindi;  di aver organizzato la resistenza con foglietti stampati clandestinamente in un locale recondito della famiglia Di Francesco che porta ancora impressa nell’architrave  lavica la data 1848; e di aver suscitato un singolare e tipico personaggio in un Don Ruggero Romeo, contro cui esiste nell’Archivio di Stato di Catania una denunzia che lo presenta come Capitano della Guardia Nazionale nel ’48, terrore del popolino di Randazzo, il quale, con uno squadrone di armati, andò a Taormina per combattere l’Esercito Regio e a Giarre, dove, con un tamburo al collo, percorse le strade dell’allora paesetto, gridando e minacciando la fucilazione a tutti coloro che non volessero arruolarsi.

Il basso popolo invece, seguendo il suo iter di rivendicazioni contro i Signori, si diede alla sfrenatezza, a suscitare tafferugli, a perseguire vendette, a perpetrare delitti. Il più efferato fu quello commesso da Salvatore Lo Presti, Giuseppe Russo e compagni, i quali sorpresero un certo Don Gaetano La Piana, del ceto nobile, lo affrontarono malmenandolo e, gettatolo in un profondo fossato, lo finirono a colpi di pietra. Gli autori furono arrestati ma amnistiati in seguito, furono relegati, a domicilio coatto, in Regalbuto con l’interdizione in perpetuo del soggiorno a Randazzo.

Le  notizie sul ’48 in Randazzo si esauriscono qui, se togliamo l’attestato di buona condotta e di encomio di Don Francesco Petrina – Sindaco del tempo – definito “  . . .  l’unico per attitudine e coraggio civile e morale nell’impedire ai tristi il pravo disegno di toccare l’azienda comunale e di turbare la tranquillità delle famiglie “.  Esso ci fa intuire tafferugli più gravi in paese ma di cui purtroppo non ci restano documenti.