Le Origini di Randazzo

A proposito dell'antica Triocala-Triocla

Salvatore Rizzeri

A PROPOSITO DELL'ANTICA CITTA’ DI TRIOCALA-TRIOCLA

L’Abate Vito Amico[1] definisce Triocala, città antichissima senza però nulla dirci sull’epoca della sua fondazione, accenna solamente che già esisteva al tempo di Dionisio il Vecchio, così come afferma Filisto, coetaneo di detto Tiranno, che la chiama “Triocalum et Triocala“. Del suo ampliamento parlano anche Diodoro Siculo ed il Cluverio, mentre Silio Italico riferisce che numerosi cittadini di Triocala fecero parte delle truppe ausiliarie del Console Romano Marcello, molto tempo prima della Guerra Servile, verosimilmente durante la Seconda Guerra Punica, partecipando anche all’assedio e alla conquista di Siracusa. M. Tullio Cicerone la nomina nella V^ Orazione contro Verre, dicendo che venne ristrutturata dopo essere stata occupata dai Servi e facendo cenno ad un siciliano, certo Leonida e tutta la sua famiglia, caduti in sospetto a Verre per avere ordito una congiura contro i Romani.[2] Nell’anno 104 a.C. scoppia la rivolta degli schiavi in Sicilia, dalla parte orientale dell’Isola, dove ha inizio, si propaga rapidamente a quella occidentale.

La prima grande battaglia tra gli schiavi comandati da un certo Salvio e l’esercito Romano al comando del Pretore Licinio Nerva, inviato per sedare la rivolta, si ebbe quello stesso anno nei pressi della città di Murganzia (Sicilia Orientale). La vittoria arrise però agli schiavi che fecero anche quattromila prigionieri. Dopo la vittoria di Murganzia Salvio strinse un’alleanza con l’altro capo ribelle, Atenione, e riunite le loro forze in un unico esercito, assalirono ed espugnarono la citta di Triocala.

Fattosi proclamare Re con il nome di TRIFONE; elesse Triocala a capitale e sua residenza facendola cingere di mura e di fossati.

La rivolta intanto si era estesa in tutta l'isola, a quel punto il Senato richiamò Licinio Nerva e inviò in Sicilia nel 103 a.C. il Propretore Licinio Lucullo con un esercito di diciassettemila uomini.
Uniti al suo esercito i soldati che erano già nell'isola, Lucullo marciò contro Triocala. L'esercito ribelle, forte di quarantamila uomini, si mosse contro i Romani ed entrò in battaglia presso Acristia.[3]

L’Abate Amico,[4] unitamente al Cluverio, fa derivare il nome Acristia dall’antica Scirthaea, e pone questa città non molto lontana da Triocala, però ritenendo l’Amico che tale città sorgesse nei pressi di Caltabellotta, pensò che anche Acristia sorgesse in quell’area. Il La Monaca invece,[5] col Fazello, la pone tra Burgio e Villafranca dicendo che fu abbandonata intorno al Sec. XIV. Da tale abbandono, egli dice, ebbe incremento il Comune di Burgio.

Padre Luigi da Randazzo afferma invece, con dati alla mano, che Acristia detta Cristia ed infine Cristina, era nel Valdemone, nella piana di Milazzo, proprio dove ora sorge Castroreale. 

“. . . .  Ciò lo ricaviamo da due Diplomi di Federico III. Nel primo, datato 1320, si dice che il Castrum Cristiae di cui era Barone Francesco Ventimiglia, fu riscattato e restituito al Demanio dal Re Federico II. Nel secondo, del 1324, che lo stesso Re fece ivi costruire il Castello col fortilizio e delle case nell’abitato. - Considerantes fidem et obedientiam Universitatis Nominum Terrae Christine de Plane Milatii Nostrorum Fidelium . . . .  Castrum, Fortalitium, et terram ipsam Christinam quae et quam pro majori securitate dictorum Nostrorum Fidelium construi providimus etc. Ex Regia Cancellaria Siciliae “. [6] 

La mischia fu furiosa e grandi prove di valore fornì Atenione. Ferito per ben due volte alle ginocchia continuò a combattere; ferito una terza volta, cadde al suolo e si salvò fingendosi morto.

Ma i suoi, credendolo effettivamente morto, abbandonarono la battaglia e fuggirono a chiudersi nuovamente nella fortificata Triocala, dove poi con il favore della notte si rifugiò il ferito Atenione. L'avvilimento dei ribelli per la sconfitta patita a Scirtea era però piuttosto sentito, tanto che se Lucullo in quel momento avesse subito assalito Triocala gli sarebbe stato facile impadronirsene; invece  indugiò nove giorni e questo tempo fu prezioso per gli schiavi, che, rianimatisi, riuscirono a consolidare la resistenza e anche con sortite a respingere il propretore infliggendogli gravi perdite. Il Senato, visti gli insuccessi, richiamò a Roma pure lui e inviò in Sicilia nel 102 a.C., Caio Servilio; ma questi, peggio del suo predecessore, condusse fiaccamente la guerra contro Atenione, il quale aveva assunto il supremo comando e faceva continue e audaci scorrerie nell'isola spingendosi perfino a Messena (Messina). Di Trifone si dice poi che, fuggendo da Triocla, cercò di rifugiarsi in altre città amiche, ma inseguito dalla cavalleria romana, venne ucciso in Demena, città sottoposta all’Etna, non molto distante da Triocla.

La Repubblica, nel successivo anno 101, si vide pertanto costretta ad inviare nell'isola il console Manlio Aquilio, un prode guerriero che aveva combattuto alle dipendenze di Mario in qualità di luogotenente. Ed infatti Aquilio finalmente riuscì con grande energia a domare la rivolta. Ingaggiata la battaglia con i ribelli, inflisse loro una tremenda e decisiva sconfitta. Mentre era in corso la mischia con tutta la sua violenza, Aquilio e Atenione, si trovarono uno di fronte all'altro e si misurarono con le armi, fornendo entrambi una grande prova di bravura e di coraggio. Ma ad un certo punto dopo un accanito combattimento, ferendosi a vicenda, la peggio toccò al capo degl'insorti; un colpo fatale raggiunse Atenione che rimase stecchito al suolo; Aquilio, sebbene gravemente ferito, continuò la lotta nella quale gli schiavi furono poi sbaragliati. 

Il Caruso narra la fine di questa seconda Guerra servile, con queste parole: 

“. . . Venuto Aquilio nell’Isola ed assunto il comando dell’esercito romano che sì malamente aveva amministrato Caio Servilio, dopo aver stabilito la militare disciplina e fatte le necessarie provvisioni per riempire i magazzini di grano, marciò per combattere i sollevati e, venuto con esso loro a battaglia campale, ne ottenne una completa e gloriosa vittoria, avendo ucciso di sua mano Atenione, dei cui seguaci ne restarono diecimila estinti sul campo.

Quindi senza dare al­cuna requie ai fuggitivi, mandò Aquilio ad esterminarli dentro Triocala e dentro gli altri luoghi nei quali eransi rinserrati, passandoli tutti a fil di spada e non concedendo alcun quartiere. É vero che uno dei Capi sollevati, per nome Satiro, difendendosi ostinatamente in un sito quasi inacessibile, con mille altri dei suoi compagni, obbligato alla fine dalla fame a rendersi prigioniero, ottenne dal Console, con tutti i suoi, se non la libertà almeno la vita”.[7] 

Relativamente a questa ultima affermazione del Caruso, ecco cosa scrive il Can. Recupero, nella sua opera:

“ . . .  Negli anni di Roma 650, successe in Sicilia la seconda Guerra Servile, accompagnata da infinite stragi e scorrerie, secondo quanto viene minutamente descritto da Diodoro. Difatti poi la maggior parte dei ribelli vennero uccisi da Marco Aquilio, ne restarono un branco di soli mille il di cui capo era Satiro, stimò bene il Console di non ucciderli, ma prenderli tutti vivi, però feceli stringere con l’assedio nel luogo ove eransi rifugiati e che, secondo un manoscritto dell’Anonimo di Sciacca, era la Villa Aquilia che oggi cresciuta viene ubicato ove è ora Acireale “.[8]   

Tornando ora alle varie affermazioni circa l’esatta ubicazione di Triocala diciamo che il La Monaca la pone non lungi da Caltabellotta, edificata dai Saraceni con le rovine di questa, aggiungendo inoltre che non è da prendere in considerazione l’opinione del Ferrario e del Ruscelli che affermano essere Randazzo la Triocla di Tolomeo. Il La Monaca, però, non fornisce alcun argomento a conferma della sua tesi. Il Fazello e gli altri storici che a lui fanno riferimento asseriscono che Triocala ebbe la sua esistenza presso Caltabellotta poiché sul Tempio della Badia di San Giorgio, edificata dal Gran Conte Ruggero, si legge l’epigrafe “ Divo Georgio Trioclae “, a S. Giorgio di Triocla, motivo per cui quella città che non esiste più si doveva chiamare Triocla o S. Giorgio di Triocla. Rispettiamo l’autorevolezza del Fazello, ma in concreto l’affermazione dello storico ci appare di scarsissima consistenza.

Il La Monaca nella sua opera scrive che Triocala fu edificata all’epoca delle colonie greche; nell’era Cristiana fu Città Vescovile ed il primo suo Vescovo fu S. Pellegrino, li inviato dal Principe degli Apostoli.[9] Trifone capo dei servi fuggitivi vi stabilì la sua sede, che ingrandì e circondò di mura. La città venne distrutta nella guerra servile, come afferma Silio Italico: 

Et mox servili vastate Triocala bello “.[10] 

Ricostruita per ordine di Cesare Ottaviano Augusto, venne successivamente rasa al suolo dai Saraceni   che convertirono l’antico Teatro Greco in accampamento di soldati.

“. . . Vetusta tradizione, fiancheggiata in ogni tempo da monumenti irrefragabili, ci ha fatto conoscere che il sito della Triocala non è nella Città Vecchia di Randazzo, ove si dimostra l’esistenza della Tiracia, né tampoco nell’altro locale del Castello di Spanò ove si ravvisa la città di Alesa Mediterranea, ma nello stesso topografico sito ove sorge Randazzo. Ed anche ciò come Città posta ai piedi dell’Etna, nella Valle di Demena, nella cui capitale, come ci attesta Cesare Ottaviano Gaetano, nella vita di Santa Lucia, riportando un passo del Vescovo Uriano,[11] restò ucciso il vinto Trifone capo degli schiavi sollevati ”.[12] 

Un interessante contributo per la esatta collocazione geografica della città potrebbe venirci dalle rarissime monete rinvenute, nelle quali, a lettere greche, vi si legge Triocala. Due di queste sono state esposte dal Paruta,[13] di esse parlò anche l’Abate Vito Amico nel Lessico Topografico alla voce Triocala; una era d’argento, l’altra di bronzo, mentre la terza, edita dal Sestini, venne ritenuta la più rara in assoluto.[14]

In una di queste monete si vede, nel verso, la parte anteriore di mezzo cavallo, con le lettere greche: TPIAKALA, mentre nel recto è incisa la figura di un giovane ignudo che tiene un bue o altro animale per le corna. In un’altra si scorge, nell’uno e nell’altro lato, un fulmine oltre al nome di TPIAKALA indicato su un lato, mentre nell’altro contiene l’iscrizione greca DIOS NIKE, cioè Jovis victoris. Tale vittoria, afferma il Massa,[15] si riferisce a quella che Giove, con gli altri numi celesti, riportò contro Porfirione e i suoi compagni i quali ebbero l’ardire di muovergli guerra.

Nella terza moneta, al posto del giovane ignudo, si vede un giovane guerriero con l’elmo sul capo, probabilmente Giove, che tiene un animale cornuto avente la coda eretta in alto. Sull’altra faccia della moneta appare il mezzo cavallo con l’iscrizione TPIAKALA.

L’uomo ignudo o indica il Ciclope Piracmone, mitico fondatore della nostra città, o rappresenta Vulcano che tiene il bue per indicare che il Monte Etna, per i suoi pascoli, è ricco di animali da pastorizia e di cavalli per cui, non a caso, vi fu coniato il bue o l’ariete che sia, e la parte anteriore del cavallo. I fulmini poi dell’altra medaglia sono allusivi ai fulmini di Giove che la mitologia dice essere forgiati nell’officina dell’Etna dai suoi ministri Ciclopi, fra cui Piracmone. 

Il “Dizionario delle sette lingue“, di Ambrogio Calepino, pubblicato a Venezia nel 1668, benché seguace del Fazello, non lascia di indicare il vero sito di questa città quando afferma che:

“ . . .  Triocala sive Triocla, Città Mediterranea dopo Messina “. 

Intendendo con tale espressione significare come Triocla non fosse distante da Messina e pertanto totalmente lontana da Caltabellotta. Il luogo più congruente è quindi Randazzo. Tale espressione infatti corrisponde perfettamente all’itinerario seguito dal Console romano Lucullo che diede battaglia ad Atenione presso Acristia, nella Piana di Milazzo, per proseguire poi verso Triocala dove era la fortezza di Trifone.

Nella Carta Geografica di Tolomeo viene indicata Triocla poco distante da Caltabellotta, ma nell’anno 1574 Girolamo Ruscelli, che fu il traduttore dal greco idioma in quello italiano e l’emendatore degli errori incorsi nella Carta Geografica di Claudio Tolomeo Alessandrino, nella Tavola che precede ai nomi antichi e moderni di tutte le Città, alla lettera “ T “ ha scritto: “Triocla, Città di Randazzo, gradi 38.10 – 36.45 ”.[16] 

Anche il Bevilacqua, contemporaneo del Fazello, ha scritto: “. . Randazzo = Triocla – Trioclae “ riconoscendo quindi il sito di Triocla quello ove attualmente sorge Randazzo.[17] 

Lo stesso Abate V. Amico alla voce “Randatium”, la descrive così come si presentava ai suoi tempi:

“ . . .  le strade di questa nuova Triocla che oggi si appella Randazzo sono rimaste nello stesso piano regolatore originario . .“.[18] 

Tralasciando altri importanti documenti storici non possiamo fare a meno di menzionare quanto affermato dall’autorevolissimo Mons. Conzaga, Generale dell’Ordine Francescano, Vescovo di Bitonto e poi di Cefalù. Il Prelato scrivendo della fondazione del Convento dei Frati Minori Osservanti di Randazzo, dedicato a S. Maria di Gesù, afferma che: 

 “ . . .  questo Convento di S. Maria di Gesù di Triocla, vulgo Randazzo, ventunesimo di Sicilia, è stato fabbricato, a spese pubbliche dai cittadini nel 1420 “.[19] 

Questa data di fondazione del Convento di Triocala-Randazzo, è pertanto anteriore di circa due secoli dallo scritto del Fazello, che evidentemente ha fatto un po’ di confusione.

Da rilevare anche che, quando il Conzaga accenna nel suo testo che il Convento è stato eretto a spese del pubblico, aggiunge ancora che i Giurati della Città donarono come locale dell’erigendo Convento alcune fabbriche antiche spettanti a questa Università sita “prope Trioclam eorum Civitatem vulgo Randazzo, le quali erano “avanzi dell’Antico Teatro di Triocala, distrutto dai Saraceni e da loro riconvertito in quartiere per soldati. In epoca successiva tale immobile passò al demanio del Comune di Randazzo, che lo utilizzò come deposito.[20]

L’atto di donazione del terreno ed altre costruzioni appartenenti all'Università di Randazzo su cui edificare il Convento e quindi la Chiesa venne stipulato in data 3 Gennaio 1420 dal Notaio Guglielmo Milia. Questa donazione venne confermata dal serenissimo Re Alfonso 

 "Con diploma, che leggesi copiato alla margine dell'istrumento di essa donazione stipolata in Randazzo per le tavole di detto Notaio ".[21] 

Anche Filadelfo Mugnos chiama Randazzo col suo primitivo nome di “Triocla,[22] e lo stesso Michele Amari la definisce “Troculum.[23]  Pertanto, alla luce della gran mole di documenti e delle molteplici indicazioni di moltissimi qualificati storici che in modo rigoroso, già in passato, si sono occupati di tale controverso argomento, tenuto conto inoltre della totale ed inequivocabile coincidenza nella descrizione  degli avvenimenti bellici e dei luoghi ove si svolsero, con il territorio della progenitrice di Randazzo,  e non certo di Caltabellotta, non rimane che trarne l’opportuna e corretta conclusione in ordine al grossolano errore in cui, a suo tempo, incapparono il La Monaca e il Fazello.

 

[1]  V. Amico: Lessico Top. Sic.  Tomo II°, P. II^, voce: Triocala.

[2]  M. T. Cicerone: Verrem. Liber Quintus.De Suppliciis.

[3]  G. Battista Caruso: Memorie storiche di Sicilia.  Pag. 111 e seg.

[4]  V. Amico: Lessico Top. Sic.  Tomo II°, P. II^, pag. 160.

[5]  Emanuele La Monaca: Città antiche di Sicilia. Catania 1846Vocce: Acristia, pag. 6, n. 5.

[6]  Padre Luigi da Randazzo: Cenni Storici della Città di Randazzo. 1946, D. O. Ined. Pag. 40.

[7]  G. Battista Caruso: Opera e luogo citato, pag. 113.

[8]  Giuseppe Recupero: Storia Naturale Generale dell’Etna.  Catania 1815.

[9]   E. La Monaca: Città antiche di Sicilia. Catania 1846, Pag. 72 n. 136.

[10]  Silio Italico: Punica. Poema storico in XVII libri.

[11]  Cesare Ottaviano Gaetano: Vitae Sanctorum Siculorum.

[12]  P. Luigi da Randazzo: Cenni Storici della Città di Randazzo.  1946, D. O. Inedito Pag. 41.

[13]  Philippi Parutae: Sicilia numismatica cum commentariis Sigilberti Havercampii, Georgi Gualterii. Lugduni Batavorum. Vander 1723.

[14]  G. Lancillotto Castelli: Siciliae populorum et urbium; Regum quoque et Tyrannorum veteres nummi. Panormi, Regiis, 1781. Typis 

[15]  P. Giovanni A. Massa: La Sicilia in prospettiva.  1709, Voce Triocala.

[16]   G. Ruscelli: Geografia. Libro III, Tavola VII d’Europa, pag. 47.

[17]   Nicolò Bevilacqua: Vocabolario volgare, et latino.  Venezia 1569.

[18]   V. Amico: Lessico Topografico.  Tomo 3°, Par. 2°. Verbo Randatium, pag. 206.

[19]  M. Gonzaga: De Origine Seraphicae Religionis.  Roma 1587.

[20]  S. Rizzeri: Randazzo e la sua storia. Il Convento dei Frati Minori Osservanti - R. N. n. 30. Agosto 1989.

[21]  G. Plumari: Storia di Randazzo.  Appendici, Vol. II  pag. 645.  Man. presso Biblioteca Comunale di Palermo. 

[22]  Filadelfo Mugnos: Vespro Siciliano.  Ediz. 1669, pag. 13.

[23]  Michele Amari: Guerra del Vespro Siciliano. 1851, Le Monnier.

 

Trinacia - Tyracia

Salvatore Rizzeri

TRINACIA - TYRACIA  

Una delle maggiori controversie tra gli storici antichi della Sicilia riguarda l’esistenza o meno nell’Isola di alcune città in epoca anteriore alla venuta dei Siculi. Il Cluverio e l’Abate Vito Amico sono di questo parere, così come Strabone che addirittura ne fa un piccolo elenco: Leonzio, Siracusa, Nea, Centuripe, Assoro, Enna, Erbita, le tre Ible, Trinacia.

L’edificazione della città di Trinacia è certamente da far risalire ad epoca anteriore alla venuta dei Siculi, i quali successivamente la ingrandirono e la elessero a loro capitale.[1] Che questa città abbia poi un’origine molto lontana nel tempo è cosa facilmente appurabile da quelli che sono gli oggetti rinvenuti negli scavi eseguiti a Città Vecchia e nelle contrade di Mischi e S. Anastasia. Oggetti appartenenti a diversi periodi storici che vanno dal neolitico dell’età della pietra, all’epoca fenicia, greca, romana e bizantina e che oggi arricchiscono il Museo Archeologico “ Paolo Vagliasindi “. 

A proposito delle origini di Randazzo ecco cosa scrive il Can. Vincenzo Raciti Romeo di Acireale:

 “Al certo la esistenza di antichi ruderi, cocci archeologici, asce di pietra, terrecotte siceliote ed arcaiche, bronzi e vasi fittili trovati lungo la balza che da Est a Nord’Est si estendono sino all’Acquafredda; ed in particolare quelle tratte dagli scavi delle contrade di Mischi e S. Anastasia, proprietà del Cav. Paolo Vagliasindi Polizzi, dove si è scoperta la celebre Necropoli, ci fanno fede della esistenza di una ricca ed estesa Città di origine Sicula che non si è saputa adeguatamente determinare dagli Archeologi “.[2]

  1. Evangelista Di Blasi, nella sua straordinaria opera storica della Sicilia, più volte si sofferma a parlare dell’origine della città di Trinacia o Tiracia:

 “Quantunque i Sicani e i Sicoli dopo le discordie avute fra loro, e per cui sparsero tanto sangue, si fossero poscia accomunati, e fossero vissuti in una tal pace e tranquillità, quasichè componessero una stessa e inseparabile nazione, pur nondimeno, coloro che abitavano dalla parte del mare Jonio, soffrivano continuamente le scorrerie dei pirati, i quali non solamente pregiudicavano il commercio, incutendo timore a tutti quei bastimenti, che erano obbligati a passare per quel mare, ma scendendo nei luoghi marittimi, desolavano le città ch’erano edificate a’ lidi, e propriamente dove sono le coste di Catania, di  Messina e di Taormina. Atterriti perciò gli abitanti dalle ruberie e dalle crudeltà di cotesti corsari, provvedendo alla loro sicurezza abbandonarono quei deliziosi campi, e si ritirarono nei luoghi più interiori dell’Isola, rimanendo così quel paese nella maggior parte disabitato. Ecco posto in chiaro il motivo per cui restò vieppiù popolata e di mano in mano ingrandita dagli stessi Sicani e dai Sicoli, la città di Trinacia già edificata nell’interno dell’Isola, cioè nella Città Vecchia di Randazzo, locale pedemontano dell’Etna dalla parte settentrionale, di circa 24 miglia distante dal lido, per cui essa da allora divenne la Metropoli dei Sicoli “.[3] 

Come attestano autorevoli storici, non ultimo il Prof. Luigi Pareti dell'Università " la Sapienza " di Roma, questa città forte e popolosa non volle assoggettarsi alla politica di espansione di Siracusa, motivo per cui nell'anno 440 a.C. venne assediata, conquistata e completamente rasa al suolo dall'esercito siracusano del tiranno Gerone.

Il benedettino Francesco Onorato Colonna dei duchi di Cesarò che per primo nel 1742 compilò la storia della città, nel suo manoscritto dal titolo "Idea dell'antichità di Randazzo" oltre a descriverne il sito ne da addirittura le dimensioni:  

 “ . . . Trinacia era posta a piè dell’Etna sopra di balze, vicina al fiume Cantara, inaccessibile d’ogni parte per la sua eminenza . . . . .  ; questo spazio si estendeva per quasi undici miglia, la sua lunghezza  era poco meno di quattro miglia e mezzo e la sua larghezza tre miglia all’incirca, e non poteva trovarsi per Capitale di Sicilia l’uguale in tutta l’Isola, tranne la sola Siracusa.[4]

 

[1]  Vito Amico: Lessico topografico Sicolo.  Voce Trinacia.

[2]  V. Raciti Romeo: Randazzo origine e monumenti.  Pag. 2.

[3]  G. E. Di Blasi: Storia del Regno di Sicilia.  Libro II, Cap. I, pag. 65-66.

[4] F. O. Colonna: Idea dell’antichità di Randazzo.  Man. inedito anno 1742. Bibl. Ursino-Recupero di Catania.

Randazzo e la sua Storia

Salvatore Rizzeri

RANDAZZO E LE SUA STORIA

Secondo lo storico greco Tucidide, la prima colonia greca in Sicilia venne fondata intorno al 750 a.C. da calcidesi guidati da Teocle, i quali – spinti dalla povertà della loro terra – si avventurarono per le acque del Mediterraneo alla ricerca di terre più ricche da coltivare. Sbarcati sulla costa Jonica, nei pressi di Taormina, fondarono la loro prima colonia ( Naxos ), a cui altre ne seguirono da lì a poco in quasi tutta l’isola. La colonizzazione greca della Sicilia non avvenne, però, in modo del tutto pacifico. I Siculi, antichi abitatori dell’isola, reagirono alla sistematica e progressiva occupazione della loro terra.

L’ultimo grande tentativo di riscossa dei Siculi è del quinto secolo, allorchè il Principe Ducezio di Nea sfruttando il vincolo etnico ed il sentimento religioso, caratteristiche queste che univano i Siculi – dopo aver riunito il suo esercito nei pressi dell’antico Santuario dei fratelli “ Palici “ ed aver posto la sua capitale a “ Palike “ ( l’odierna Palagonia ), nel 459 a.C. mosse contro i greci di Siracusa e di Agrigento, cui riuscì a strappare alcuni centri da queste precedentemente sottomessi, come “ Etna-Inessa “, nei pressi di Paternò. Dopo un decennio di successi, però la stella di Ducezio volge al tramonto; battuto sia dagli agrigentini che dai siracusani, dopo aver perso i centri precedentemente conquistati, viene da questi esiliato nel 446 a.C. a Corinto, da dove, però, qualche tempo dopo fugge per ritornare in Sicilia, onde riprendere la lotta contro i colonizzatori greci.

Sbarcato sulla costa tirrenica fonda la colonia di “ Calatte “ presso l’odierna Caronia. Da lì a poco, però, il generoso principe viene a morte; di questo fatto ne approfitta subito Siracusa per sottomettere ed impadronirsi delle città sicule della parte orientale dell’Isola.

Secondo lo storico Diodoro Siculo fu  Trinakria “ “ Trinakia “ l’ultima città Sicula a capitolare dinanzi alle preponderanti forze di Siracusa. Situata in località imprecisata nella zona settentrionale dell’Isola, rappresentò l’ultimo caposaldo di resistenza alla penetrazione e colonizzazione greca. Ecco cosa scrive a questo proposito Luigi Pareti:  Il sopravvento di Siracusa apparve più evidente quando, nel 440 a.C. Ducezio morì di malattia, ed i Siracusani si proposero di rendersi suddite tutte le città sicule, eliminando l’unica di esse che, forte, popolosa e tuttora indipendente, poteva rimettersi a capo di una nuova liberazione: Trinacia. Le forze dei siracusani e dei loro alleati bloccarono quella città, non sorretta da nessun'’ltra, ma gli abitanti si difesero virilmente con la morte di molti. Gli altri, fatti prigionieri, furono venduti come schiavi, mentre Trinacia veniva rasa al suolo e si mandavano a Delfi doni votivi con le spoglie ".

Sarei anch’io del parere già espresso da alcuni storici moderni, che identificarono con la contrada ad est di Randazzo, oggi denominata  Cittavecchia , il luogo ove sorgeva l’antico centro siculo. La città si estendeva probabilmente attraverso le balze del fiume Alcantara e la pianura, fino alle  Cube di Mischi e di Sant’Anastasia , ove – fra l’altro – il secolo scorso è stata rinvenuta una necropoli. L’antica città, fondata dal Re siculo Trinaco, rimase indipendente alla soggezione greca finchè, come abbiamo già accennato, dopo una tenace resistenza, nel 440 a.C. fu distrutta dai siracusani. Le testimonianze degli storici e dei geografi della Sicilia antica, avvalorate dal ritrovamento di numerosi reperti archeologici, appartenenti a diverse epoche storiche, avvenuto a seguito degli scavi archeologici condotti nel sec. XIX su iniziativa del nobile Paolo Vagliasindi, ci portano ad affermare che nel territorio di Randazzo esistessero senza dubbio, e fin dai secoli più remoti, diversi centri abitati. Secondo l’Arciprete Don Giuseppe Plumari ( 1770 – 1851 ), certamente il più insigne storico locale, Randazzo risulterebbe, invece, dalla unificazione di ben cinque centri. Queste città, distrutte nel periodo delle guerre civili di Roma, sarebbero risorte ad opera dell’Imperatore Ottaviano in quella unica città che sarà poi Randazzo, così denominata a seguito della corruzione del nome originario che – secondo il Plumari – sarebbe stato  Triracium , divenuto prima  Rinacium , poi  Ranacium  ed infine  Randacium “. Il Plumari – avvalendosi della tradizione persistente nei secoli e raccolta dagli storici locali – ci dà anche i nomi di questi cinque centri:  Tiracia/Triracia, Triocala, Tissa, Demena, ed Alesa “. Questa teoria è, però, da ritenersi largamente superata dai ritrovamenti archeologici recenti. Se, infatti, grazie ad essi è stato possibile stabilire che diversi centri in epoca remota sorgevano nel territorio di Randazzo, incerti rimangono tuttavia le loro identificazioni e di essi si sono perduti anche i nomi, non essendosi ritrovati documenti epigrafici. Pertanto se nella “ Contrada Santa Anastasia “ ritroviamo reperti archeologici che ci conducono fino all’età Bizantina, è  probabile che sulle rovine di “ Triracia  sia sorta, o si sia sovrapposta, un’altra città che possa essere identificata con  Tissa . Gli storici ed i geografi della Sicilia antica mettono nelle vicinanze di Randazzo la città di Tissa; Tolomeo la pone, appunto, sulle falde dell’Etna, mentre Cicerone – pur senza dare alcuna indicazione sulla sua ubicazione – ce ne parla nelle sue orazioni contro Verre in “ De Re Frumentaria “, dove si legge “ A Tissensibusparva et tenui civitate, et aratoribus laboriosissimis frugalissimisque homnibus, nonne plus lucri nomine eriptur, quam quantum frumentii omnino exaverant ? “. Fra gli storici moderni l’identificazione di Tissa è del Cluverio che, basandosi su altri autori, la colloca nella pianura di Moio o poco sopra, nel “ Feudo di Santa Anastasia  luogo ove, come abbiamo precedentemente detto, il secolo scorso è stato rinvenuto interessantissimo materiale archeologico dal nobile Paolo Vagliasindi su un fondo di una sua proprietà; prima fortuitamente e poi in due regolari campagne di scavi condotte dal Prof. Antonino Salinas, Direttore del Museo Nazionale di Palermo, negli anni 1889 – 1890. Si tratta di circa duemila oggetti. Appartenenti ad una necropoli che risale al VI secolo a.C. e vanno fino al VII sec. d.C., cioè al tardo periodo Bizantino in Sicilia. Comprendono vasi attici a figure in nero ed in rosso, oggetti in oro, argento e bronzo; monete di varie epoche, vasetti di origine Fenicia, terracotte Siceliote, grandi anfore e sarcofagi in terracotta. Le indiscusse testimonianze che abbiamo sopra esaminato, riguardanti le origini della cittadina, sono pertanto confermate dal fatto sintomatico che essa giace in un territorio zeppo di reperti archeologici che ci fanno risalire addirittura fino al neolitico. I ritrovamenti frequentissimi negli scavi fortuiti delle varie località del suo territorio, come a  Santa Caterina , luogo ove il Plumari ritiene dovesse sorgere l’antico centro di  Triocala , a “ Donna Bianca , a “ Mischi ""all’Acqua Fredda , a “ Cittavecchia , in cui – negli anni passati – sono venuti fuori un enorme ammasso di cocci di ogni genere, indubbiamente greci, i ruderi di vecchie Chiese Bizantine e medievali, testimoniano che in questa plaga vi fù nei secoli un centro e centri abitati, in cui le popolazioni lasciarono tracce vistosissime di monumenti di alto valore artistico e documentario.

Delle vicende storiche di Tissa poco o nulla ci riferiscono gli storici; si può tuttavia presupporre che, come tutti i centri Siculi delle pendici dell’Etna, rimasta a lungo non soggiogata dalla conquista greca abbia anch’essa, in seguito, subito l’influsso della politica di espansione iniziata da Gelone. Sorgeva, con molta probabilità, a sei chilometri circa da Randazzo, verso levante, a Nord dell’attuale strada provinciale n. 89 e precisamente tra quest’ultima ed il fiume Alcantara. Qui si estende una bella e fertile pianura, posta tra gli ultimi contrafforti dei Nebrodi e le estreme articolazioni della struttura architettonica dell’Etna, ad un’altezza di 650 metri sul livello del mare, luogo quindi ideale per l’insediamento.

Il paesaggio è simile, per certi versi, a quello dove sorge l’attuale Randazzo: un lastrone di basalto a strapiombo sul fiume Alcantara ai piedi dell’Etna, un’aperta e larga pianura in una vasta area ricca e verdeggiante, montagne gialle ed argillose davanti agli occhi ed il nero della massa vulcanica alle spalle. Esplorando il terreno sono ancora evidenti le tracce di detrito archeologico formatosi, come abbiamo precedentemente detto, a seguito delle due regolari campagne di scavi condotte tra il 1889 ed il 1890; minuzzaglia formatasi dalla rottura di grandi urne funerarie di terracotta che componevano i sarcofagi. I greci, infatti, utilizzavano questo tipo di sepoltura dove mancava la pietra calcarea tenera.

Altro elemento probante dell’insediamento umano ci viene dato dai rilevanti avanzi di costruzioni in muratura chiamate  Cube ; con tale nome si indicano le antiche Chiese Bizantine a cupola depressa. Nella zona da noi presa in considerazione troviamo ancora i resti di tre di esse, che prendono rispettivamente i nomi di “ Mischi – Jannazzo e Santa Anastasia ; quest’ultimo nome è anzi proprio di origine Bizantina. A contatto con le mura della città, inoltre, fuori dallo spazio riservato all’abitato, nelle colonie greche e nei luoghi ellenizzati, venivano impiantate le necropoli, città dei morti. Tutti questi elementi ci indicano, con certezza, che in quei luoghi ebbe sede una città; si tratta di poterne stabilire il nome, la data di fondazione e di distruzione, la struttura sociale; quesiti a cui cercheremo di dare una risposta la più esauriente possibile, alla luce anche dei sopralluoghi che in questi anni abbiamo effettuato. La mancanza però di un diario degli scavi della necropoli di Santa Anastasia ci impedisce, purtroppo, di poter fare uno studio comparato con altre necropoli della Sicilia.

La descrizione documentata delle due campagne di scavi  di cui si è detto, alla luce delle nuove prospettive storiche e di ricerca, avrebbe avuto un’importanza fondamentale, consentendoci di poter dare delle risposte ai tanti quesiti rimasti insoluti. Parte di quei reperti archeologici venuti alla luce ( il numero maggiore degli oggetti rinvenuti fu portato al Museo Nazionale di Palermo ed alcuni di pregio si trovano in quello di Siracusa ), costituiscono oggi il patrimonio del Museo Vagliasindi, di cui fa parte la pregevole Oinochoe. A questo proposito sarebbero auspicabili due iniziative che ritengo di fondamentale importanza:

1)     La richiesta, da parte dell’Amministrazione Comunale al Museo Nazionale di Palermo, della restituzione dei reperti archeologici provenienti dagli scavi di “ Contrada S. Anastasia “, che ci risultano essere ammassati ed inutilizzati negli scantinati del Museo di Palermo. Essi troverebbero certamente una collocazione più consona nel Museo Archeologico di Randazzo che, ricordiamo, ha sede in alcune stanze del Castello Svevo.

2)     Una ripresa degli scavi, perché eventuali nuovi rinvenimenti possano colmare le lacune che attualmente si hanno sulle origini della città e prima che i soliti tombaroli completino l’opera distruttiva che va avanti ormai da decenni.

Poiché gli oggetti rinvenuti vanno cronologicamente dal periodo Siculo al dominio Bizantino, si deduce che, senza ombra di dubbio, l’insediamento umano in quei luoghi ebbe carattere di continuità dai tempi preistorici fino al periodo precedente alla dominazione Araba in Sicilia.

Con la dominazione bizantina finì la vita di questa città sicula, colonizzata dai Greci, conquistata dai Romani e distrutta sicuramente dagli Arabi. Ci viene in aiuto, a tal proposito, Michele Amari nella sua “ Storia dei Musulmani di Sicilia “.

L’Amari scrive:  . . . .  Khafagia, Emiro di Sicilia dall’anno 862 all’871 d.c., dopo l’ennesimo tentativo di espugnare Taormina, di Rebì primo dell’anno 255 dell’Egira ( dal 17 Febbraio al 18 Marzo ), movea sopra - Tiracia -, com’io leggerei in Ibn Al-Athir, e risponderebbe a quella che poco appresso fu chiamata Randazzo. Non si sa s’ei la espugnasse “.

Senza dubbio, dal momento che gli oggetti rinvenuti nelle tombe di Santa Anastasia vanno inquadrati fino alla dominazione del Romano Impero d’Oriente, i Musulmani dovettero distruggere la città limitrofa alla necropoli, perché i periodi di vita di una città coincidono sempre con quelli della relativa necropoli.

I recenti e ripetuti sopralluoghi da me effettuati, mi inducono a pensare non doversi trattare di un piccolo insediamento, come è stato fin qui descritto; ritengo anzi che ci troviamo di fronte ad una città dalle dimensioni consistenti, che si estendeva per tre o quattro chilometri quadrati, situata in posizione strategica di vitale importanza; nodo stradale obbligatorio per chi – da Messina, Taormina e dai centri della costa Jonica – intendesse raggiungere il centro della Sicilia e quindi Palermo.

L’Emiro Khafagia nell’anno 869 d.C. non avrebbe avuto motivo alcuno per radere al suolo un piccolo ed inerme villaggio, mentre ne aveva molti per distruggere una città libera, forte ed in posizione strategica, che avrebbe potuto procurargli seri guai da un punto di vista militare. Circa il nome dall’antica città, posta tra l’Etna e l’Alcantara, esiste una lunga e fitta serie di ipotesi, qualcuna delle quali è già stata da noi citata nelle precedenti pagine; riferirle sarebbe lungo e tedioso, portandoci solo a costruire un palazzo senza fondamenta, in quanto manca alle argomentazioni dei vari studiosi municipali una pur minima documentazione.

Tuttavia, alla luce dei recenti sopralluoghi e di quanto risulta dagli scritti di quasi tutti gli storici più accreditati, emerge una visione comune a tutte, circa l’ubicazione di Tissa tra l’Alcantara ed i piedi dell’Etna. Di conseguenza, volendo dare una parvenza di realtà alle origini di Randazzo, veramente merita di essere accolta l’ipotesi che la città progenitrice dell’attuale possa essere stata quella distrutta dai Musulmani nell’anno 869 d.C., coincidente con la piccola e frumentaria città di Cicerone. [1]

 

[1]  S. Rizzeri – Le origini di Randazzo – Randazzo Notizie n. 44 – 45, pagg. 7 – 11, anno 1993.

  

 

 

 

 

 
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Le Cube Bizantine di Randazzo

Salvatore Rizzeri

LE CUBE BIZANTINE DI RANDAZZO 

INTRODUZIONE

La storia degli studi sulle Cube si può fare coincidere con la riscoperta della Sicilia antica da parte di Tommaso Fazello. E’ lui che inaugura lo studio metodico della Sicilia antica e medievale; anche se lo inquadra in un’ottica erudita; come dichiara, del resto, lo stesso autore; motivo principale dell’opera è l’interesse verso i resti dell’antico. Al frate domenicano, che aveva percorso quattro volte a piedi tutta l’isola, si deve la descrizione di alcuni dei nostri peculiari edifici.

Nella sua topografia storica, che occupa la prima decade del “ De Rebus Siculis decades duo”, menziona appunto la singolarità, tipologia e cronologia della «Trigona» di Cittadella: “tempio rotondo e a volte costruito secondo l’arte antica con pietre squadrate, ancora così integro da sembrare costruito non in epoca antica ma in quella cristiana, in onore del Salvatore . . . “

La riedizione aggiornata del capolavoro del Fazello (1749 – 1753), permette al benedettino Vito Amico, professore di storia civile a Catania e regio storiografo, di registrare nel suo “Lexicon topographicum siculum “ (1757 – 1760) tre toponimi con riferimento alla voce Cuba.

Dopo circa un secolo, Paolo Orsi riprende in considerazione tali edifici, e ne segnala di nuovi. Le esplorazioni dell’Isola condotte dall’archeologo roveretano, fra l’ultimo decennio dell’Ottocento e i primi venticinque anni del 1900, apportano una messe di informazioni fondamentali per la conoscenza e la comprensione della Sicilia cristiana e bizantina.

Fino ad Orsi la Sicilia aveva attirato l’attenzione dei viaggiatori stranieri in quanto serbava vestigia greche; con Orsi oltre alla Sicilia greca si scopriva la prospettiva della Sicilia cristiana e bizantina. All’Orsi si deve, solo per citare qualche esempio, sia la scoperta della Cuba di Vinci a Siracusa, al di sotto di una torre d’avvistamento, detta appunto Cuba, sia la segnalazione della Cuba di Imbischi sia della Cuba di S. Anastasia a Randazzo.

Una chiesetta di tipo basilicale, che esiste nel luogo stesso in contrada Imbischi, e di cui il Rizzo ci ha dato buone fotografie, mi lascia in dubbio, se risalga ai tempi bizantini od ai normanni . . . “

L’occasione fu offerta allo studioso da una rapida campagna di scavo che riguardò l’esplorazione di 66 tombe della necropoli greca (TISSA), nel noccioleto del Barone Paolo Vagliasindi, in contrada S. Anastasia presso Randazzo.

Di questi documenti, diligentemente raccolti e pubblicati in “Notizie degli scavi”, si sono avvalsi Biagio Pace ed Edwin Hanson Freshfield, a quest’ultimo si devono studi originali sulle Cube di Malvagna e Castiglione di Sic. Le pubblicazioni di Orsi, Pace e Freshfield, focalizzano l’attenzione sulle Cube a pianta triconca della Sicilia Orientale, e concentrano il dibattito sulle origini di questo modello piuttosto che sulla pertinenza del termine agli edifici.

Mentre Orsi riconosce nelle Cellae Trichore, a pianta centrale sormontate da cupola, la compiuta espressione nell’isola della vera “bizantinità”, pienamente esemplificata dalla Trigona di Cittadella (sec. VI – VIII), in cui vede una parziale e assai ridotta riproduzione della S. Sofia di Costantinopoli, consacrata nel 557 d.C. Freshfield, invece, parte dal concetto fondamentale che il tipo della cella Trichora non sia bizantino, ma rappresenti un adattamento di antiche costruzioni termali pagane. Si tratterebbe di un tipo antichissimo di impianto del quale egli trova confronti, anche con funzione di vere chiese, nell’Africa dei Vandali e dei Bizantini.

Lo studioso inglese ritiene che questi tipi di chiese a trifoglio con cupola centrale, ben documentate in Tunisia a Tebessa, Cartagine, Henchir, El-Gebioni ecc., datate V – VI secolo, siano stati trapiantati in suolo siculo, appunto, dai profughi cartaginesi giunti dall’Africa a più riprese sotto Vandali ed Arabi, piuttosto che espressione diretta della cultura locale cristiano-bizantina.

Alle Cellae Trichore si affiancano quelle a forma allungata, rettangolari ad un’unica navata (o basilicale), è il caso delle Cube di Imbischi e di Jannazzo.

Il dominio bizantino in Sicilia fu relativamente breve. L’occupazione dell’isola cominciò a partire dal 535 e si concluse con la definitiva conquista araba, fatta a più riprese e conclusa intorno alla metà del X secolo con la conquista di Rometta nel 965. Si tratta di circa tre secoli, durante i quali i Bizantini hanno lasciato tracce indelebili, soprattutto nella valle dell’Alcantara.

Le cube più note sono quelle dislocate nei comuni di Castiglione, l’una di Santa Domenica nella contrada Giardinelli e quelle ridotte a semplici ruderi, ben tre, in contrada Imbischi o Acquafredda, di Jannazzo e Santa Anastasia nel comune di Randazzo, costituendo una delle più alte concentrazioni di testimonianze architettoniche bizantine della valle dell’Alcantara.

  

 
 

Nell’ordine da sinistra:

 

1)    Cuba di S. Anastasia,

2)    Cuba di Jannazzo,

3)    Cuba di Imbischi.

 

 

IL TERMINE CUBA

Per uno studio rigoroso sulle Cube siciliane, ritengo necessiti far capo alla tradizione popolare che ha tramandato con tale voce determinati edifici e non altri. Ci si rende conto, pertanto, delle perplessità che si creano per la mancata corrispondenza tra il termine usato e il modello possibile, per cui riteniamo indispensabile una indagine linguistica del termine “Cuba” e della sua stratificazione.

A nostro avviso, infatti, si deve concentrare l’attenzione solo su queste emergenze, e capire quali siano i nessi architettonici progettuali che le legano, sulla base dei dati forniti dalle indagini archeologiche, linguistiche e toponomastiche.

Innanzitutto esse sorgono in aree in cui la tradizione grecofona si è perpetuata dall’età classica fino alla conquista normanna. A tal fine se è ben nota la tradizione grecofona siracusana, si possono aggiungere testimonianze di centri “greci” presenti in prossimità di Randazzo (Tissa,Tyracia/Triracia), come documentato dalle ricerche archeologiche, e quelle di una presenza bizantina testimoniata dai toponimi di S. Teodoro e Sant’Anastasia sempre a Randazzo.

Inoltre va sottolineato che i luoghi in cui sorgono queste fabbriche sono aree decentrate, rurali e l’architettura testimonia una estrema semplicità progettuale e modeste dimensioni. Per queste aree nord-orientali della Sicilia la destinazione è esclusivamente culturale.

Almeno in due casi: la Cuba di Santa Domenica e quella di Sant’Anastasia, si può parlare di fabbriche facenti parte di cenobi. Per cui si può invocare una chiave di lettura relativa a questa classe di monumenti, legata al monachesimo. Una conferma a tale interpretazione è offerta dall’attestazione della voce latina “Cuba-cisterna”, nella “Vita S. Pauli primi eremitae”, scritta da S. Girolamo nel 374 d. C. o ancora nell’ Itinerarium Antonimi Piacentini (570 d. C.) in cui è impiegato il termine “Cuba-spelunca” per indicare il luogo in cui vive Paolo Eremita. Si tratterebbe cioè di fabbriche connesse alla vita anacoretica o cenobica, come i dati archeologici attestano per la Cuba di Castiglione e per quella di Sant’Anastasia a Randazzo. 

Si è ritenuto opportuno svolgere una ricerca sul termine “Cuba”, con il quale è identificata, tanto dalla tradizione popolare, quanto in letteratura, l’edificio di contrada Imbischi. Per tradizione popolare, ci si riferisce al fatto che le popolazioni locali indicano con “Cuba”, determinati edifici caratterizzati da una copertura a cupola o a volta, così come è stato registrato sul campo dagli studiosi che se ne sono occupati a partire, come si è detto, da Tommaso Fazello.

In letteratura, incontriamo per la prima volta “CUBA” proprio nel suo “De Rebus Siculis”, opera scritta, come è noto, totalmente in latino. Il frate domenicano ci dice che con “Cuba” vengono designate le rovine di un’antica città, poco lontana dalla salina di “Mucassaro”, in quanto conserva una edicola con copertura a volta.

Sul piano linguistico l’origine del termine è alquanto controversa. Ancora più dibattuto è il riferimento a un contesto reale.

Già nella Storia dei Musulmani di Sicilia di Michele Amari, troviamo un accenno sull’origine linguistica del toponimo siciliano “Cuba”, quando ricorda che, la fonte tra Villabate e Misilmeri, coperta da cupoletta, da lui vista per la prima volta nel maggio 1870, conserva “il nome arabico Cuba”.

Anche Corrado Avolio alla fine del XIX secolo, si occupa del termine siciliano, sia nella sua Introduzione al dialetto siciliano, in cui registra “Cuba” come voce araba che sta per “fossa scavata per formare un deposito d’acqua”. Lo stesso autore nel Saggio sulla toponomastica siciliana lo affianca al termine “dammusu”, altro toponimo siciliano di origine araba, con valore di sinonimo avente il medesimo significato di “volta”.

Da un punto di vista linguistico i termini dello status quaestionis, per il vocabolo siciliano possono essere così sintetizzati: l’origine del termine CUBBA, viene fatto risalire alla voce araba QUBBAH, che passerebbe al siciliano in seguito alla conquista musulmana dell’Isola, iniziata nell’anno 827 d.C.[1]

In ogni caso il termine “Cuba” ha comunemente un’origine controversa e, come si è visto, continua ad essere oggetto di studio. Infatti secondo altri ancora, il termine deriva dal latino cupa (botte) e cupula (botticella).

Personalmente ritengo che con la dominazione araba, il lessico si è arricchito di arabismi introdotti dai nuovi conquistatori; nel caso specifico l’arabo “qubbah”, non è escluso che si possa essere incrociato, più che con il latino “cupa, cupula”, piuttosto con il corrispondente greco “Κούβα“, fenomeno questo verificatosi in altre regioni. Del resto nel territorio di Randazzo è ormai certa esserci stata la presenza di ben due città greche, l’una Tyracia/Trinacia (in località zitta vecchia - città vecchia -) distrutta nel 440 a.C. dai Siracusani di Gerone. Sulle rovine di Trinacia, a breve distanza, in C.da S. AnastasiaImbischi, viene riedificata la città di TISSA, a cui nel 403 a.C. si uniscono i profughi provenienti da Naxos. 

In questo caso le Cube di Randazzo deriverebbero il loro nome dalla presenza islamica nel territorio. (Nell’anno 869 d.C. la progenitrice di Randazzo - Tiracia/Tissa - venne attaccata e distrutta dall’esercito arabo al comando dell’Emiro Khafaja ibn Sufyan );  “ . . . . Khafaja Emiro di Sicilia dall’anno 862 all’871 d.C. dopo l’ennesimo tentativo di espugnare Taormina, di Rebì primo dell’anno 255 dell’Egira (dal 17 febbraio al 18 marzo 869 movea sopra -Tiracia - com’io leggerei in Ibn Al-Atir, e risponderebbe a quella che poco appresso fu chiamata Randazzo” [2].

Il termine “Cuba” sopravvisse in epoca normanna per giungere fino a noi. Comunque però nella Valle dell’Alcantara, come del resto in tutta la Sicilia, il termine è molto diffuso, e soprattutto molto antico.

CUBA DI SANT’ANASTASIA                                                                                                                                                        

Nel territorio di Randazzo la Cuba più importante per grandezza e complessità di costruzione è senza dubbio quella di " S. Anastasia ", che ha dato anche il nome alla contrada in cui sorge. Edificata intorno al settimo secolo d.C. appartiene, come le altre, al periodo di maggiore splendore della civiltà Bizantina in Sicilia. Immersa in un fitto noccioleto che la rende quasi del tutto invisibile, è costituita da due edifici affiancati l'uno all'altro in blocchi di pietra lavica e malta. Il rudere più vistoso è un'abside a calotta a tutto sesto, sulla cui fronte la linea dell'arco è formata da blocchi di pomice alternati da mattoni in laterizio, che le conferiscono un grande effetto cromatico.

Si tratta senz'altro di una delle tre absidi che costituivano tutto il complesso, sulle cui arcate poggiava la cupola depressa, caratteristica di queste costruzioni Bizantine. Il secondo edificio, molto vicino al primo, ha una pianta quadrata con un muro divisorio nel mezzo; Don Virzì ritiene che possa trattarsi delle rovine dei locali di servizio della Chiesa, oppure dei resti dei muri perimetrali di essa. Fu proprio grazie al ritrovamento fortuito, avvenuto dentro questa Cuba, di un Helikes in oro ancora esistente nel Museo Vagliasindi  da parte di una donna intenta al lavoro, che il proprietario della tenuta, il nobile Paolo Vagliasindi, studioso ed appassionato di archeologia, il secolo scorso diede avvio alla campagna di scavi che riportarono alla luce oltre 2000 oggetti, parte dei quali sono attualmente custoditi nel Museo Nazionale di Palermo e in quello di Siracusa (70 oggetti), altri ancora si possono ammirare nel piccolo museo che porta il suo nome. Reperti archeologici interessantissimi, appartenenti ad una necropoli che risale ad un lasso di tempo comprendente parecchi secoli; giacchè si trovano oggetti che vanno dal V secolo a.C. al VII secolo d.C. cioè fino ai tardi tempi bizantini. A tal proposito sarebbe quanto mai interessante effettuare, in questa zona, una ripresa degli scavi che potrebbero portare certamente alla luce altri reperti che arricchirebbero ulteriormente la collezione del Museo Vaglisindi.[3]

 

Giuseppe Plumari – Storia di Randazzo - Manoscritto del  1847. Disegno dei resti della Cuba di S. Anastasia

 

CUBA DI " IMBISCHI "  O  DELL'ACQUAFREDDA

Si trova in mezzo ad una landa ricca di detriti archeologici in laterizio, in una posizione suggestiva ai margini dei noccioleti di quella contrada che per la presenza delle numerose ed abbondanti sorgenti, prende il nome di " ACQUAFREDDA ".  Diversamente da quella di S. Anastasia, di essa è ben visibile la forma e la pianta rettangolare. I muri del lato nord della Chiesa sono intatti quasi fino al piano del tetto, mentre quelli di sud e di ovest, distrutti dal tempo, dai terremoti e dagli agenti atmosferici, cadendo hanno ingombrato con le loro rovine tutto il piano della navata. L'abside, in conci lavici squadrati, è quasi intatta mentre l'arco è sostenuto sulla fronte da due pilastri sormontati da mensole semplici. Sempre sul muro di nord, si possono osservare in alto due finestre di forma rettangolare, mentre in basso si aprono altre due finestre a feritoia sormontate da arco a tutto sesto. All'esterno, nella parte absidale, si ripete la struttura semicircolare dell'abside che nella fronte è delineata con un arco a tutto sesto, formato da conci lavici ben lavorati; nota di risalto sono le due cornicette che ornano i piedritti e l'arco frontale dell'absidiola. Come quella di " Jannazzo " ha la forma rettangolare, che è lo schema più antico, derivazione diretta dalle costruzioni pagane, trasformate nel IV secolo in Chiese cristiane originarie del periodo bizantino e sebbene non si abbiano dati cronologici di sorta, attraverso lo schema della costruzione, possiamo assegnarle tra il VI e il VII sec. d. C. cioè a quel periodo tormentato in cui la Sicilia fù meta di incursioni barbariche, specialmente da parte dei Vandali cui fu tolta dai Bizantini che la possedettero fino alla conquista araba [4].

 

La Cuba di Imbischi

CUBA DI JANNAZZO 

Afferma a ragione Don Virzì, che si sarebbe conservata questa in condizioni migliori rispetto alle altre due, se una vandalica manomissione non ne avesse irreparabilmente compromesso la struttura, per adattarla a fabbricato rurale. All'interno è ben visibile il complesso dell'abside, in parte rovinata dal crollo di un tratto della calotta. Sul lato sud si trovano i resti di un ambiente di servizio della Chiesa in cui, da scavi fortuiti, fu trovato un sistema di riscaldamento di acqua che serviva ad alimentare una piccola vasca. Segno questo che farebbe supporre un uso diverso della Chiesa ed una sua prima manomissione in epoca Araba.[5]

La Cuba di Jannazzo allo stato attuale e in una foto del 1936 del Sac. Prof. S.C. Virzì

  

[1] Considerazioni e riflessioni tratte dalla Tesi di Laurea di Irene Erminia Puglisi, anno accademico 2003-2004, Università Degli Studi di Catania – Facoltà di Lettere e Filosofia, Indirizzo Archeologico. “Una Cuba in Contrada Mischi nella Valle dell’Alcantara”.

[2] Salvatore Rizzeri: Randazzo e la sua storia. Origine ed evoluzione nei secoli. Op. Inedita.

     Michele Amari: Storia dei Musulmani di Sicilia. In 7 volumi, editi a Firenze da Felice Le Monnier, 1854.

[3] Salvatore Rizzeri: Le Cento Chiese di Randazzo i Conventi e i Monasteri. Ed. Artemide. Catania 2008, pag. 21. 

[4]  Salvatore RizzeriLe Cento Chiese di Randazzo i Conventi e i Monasteri. Ed. Artemide. Catania 2008, pag. 22.

[5]  Salvatore Rizzeri: Le Cento Chiese di Randazzo i Conventi e i Monasteri. Ed. Artemide. Catania 2008, pag. 22-23.

              

 
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Le Origini di Randazzo

Salvatore Rizzeri

Sono le pagine di storia più interessanti ed importanti di quelle che furono le antiche progenitrici di Randazzo. Le loro origini si perdono nella notte dei tempi, ed anche se la vasta documentazione (papiri greci e latini), un tempo custodita negli archivi delle potenti famiglie nobili della città e delle sue chiese ( San Nicola ), è andata completamente distrutta nel corso dei secoli e particolarmente in due gravissimi avvenimenti che l’hanno caratterizzata ( Incursione dei Lanzichenecchi del 1539 e Bombardamenti alleati dell’estate del 1943 ), le testimonianze dei più autorevoli storici siciliani ne parlano ampiamente nelle loro ricche ed interessanti opere.

Se a questo si aggiungono gli innumerevoli reperti archeologici di varie epoche sparsi in ogni dove sul nostro territorio, moltissimi dei quali trafugati e oggi facenti parte di ricche collezioni private in Svizzere, Stati Uniti ( 539 Tetradacmi di cui 479 in Argento ) provenienti dall’area archeologica di Randazzo, nonché quelli presenti nei più importanti musei del mondo (Berlino, Siracusa, Palermo ), si comprende bene quale sia stata l’importanza e la dimensione della progenitrice dell’attuale città di Randazzo.

Risulta verosimile che la progenitrice di Randazzo sia sorta dopo un lungo processo di aggregazione dei vari centri che sorgevano nelle zone pianeggianti lungo l’attuale fiume Alcantara ( Onobola ).

La morfologia dell'area geografica su cui insistevano queste città, può essere dedotta da analogie e da verifiche di natura geologica di  altri siti della valle dell’Alcantara: adatte quindi a ospitare nuclei abitativi che, per ovvi motivi di sicurezza, preferivano stabilirsi in queste aree facilmente difendibili ma anche ricche di acqua, vegetazione e dal favorevolissimo clima. 

Certamente la spinta all'aggregazione fu favorita dalla posizione della città, al crocevia di importanti vie di comunicazione commerciali. ( La Via dei Greci, che da Naxos, lungo la Valle dell’Alcantara giungeva a Tissa, proseguiva verso Tiracia/Triracia, per poi raggiungere l’antica città sicula di Adranon ).

Per la difesa di questi primi agglomerati urbani si sfruttava, per quanto possibile, la conformazione del terreno, a nord l’enorme ciglione lavico dentro il quale scorre il fiume Alcantara – l’acqua allora come oggi è elemento essenziale per la vita – sul lato opposto venivano erette delle mura. Spesso all'esterno del muro veniva anche scavato un fossato tale da rendere quanto meno difficoltoso l'avvicinamento sui lati non difesi naturalmente.

 

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